Entro il 2050 gli over 65 potrebbero superare i 18 milioni. Crescono i grandi anziani, aumentano le persone che vivono sole e si amplia il bisogno di assistenza. Ma il Servizio sanitario nazionale deve affrontare anche una grave carenza di infermieri e un’ondata di pensionamenti destinata a ridurre ulteriormente il personale disponibile.
L’Italia dei prossimi decenni sarà un Paese profondamente diverso da quello attuale. Più anziano, con una maggiore presenza di persone molto avanti con l’età e con un numero crescente di cittadini che avranno bisogno di assistenza continuativa.
È il quadro che emerge dalle nuove proiezioni demografiche dell’ISTAT, pubblicate il 31 agosto 2026. Si tratta di previsioni costruite sulla base di specifiche ipotesi riguardanti natalità, sopravvivenza e migrazioni e, proprio per questo, da interpretare con cautela soprattutto quando si guarda a un orizzonte temporale molto lungo. La tendenza generale, tuttavia, appare difficilmente contestabile: l’invecchiamento della popolazione rappresenterà una delle principali sfide sociali e sanitarie dell’Italia.
Una trasformazione che non riguarderà soltanto il sistema previdenziale o il mercato del lavoro, ma anche e soprattutto l’organizzazione dell’assistenza sanitaria.
Oltre 18 milioni di over 65 entro il 2050.
La popolazione italiana è già oggi tra le più anziane d’Europa. Gli over 65 rappresentano circa il 24,7% della popolazione e, secondo le proiezioni richiamate dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, potrebbero raggiungere il 34,5% entro il 2050, superando quota 18 milioni.
Ancora più significativo appare l’incremento delle persone con almeno 85 anni. I cosiddetti grandi anziani rappresentano oggi circa il 4,1% della popolazione e potrebbero arrivare al 7% nel 2050.
L’aumento della longevità costituisce certamente una conquista sociale e sanitaria. Ma vivere più a lungo significa anche, per una parte della popolazione, affrontare periodi più lunghi caratterizzati da patologie croniche, fragilità, disabilità e non autosufficienza.
Il problema, quindi, non sarà semplicemente quello di curare più persone, ma di accompagnare un numero crescente di cittadini per periodi sempre più lunghi attraverso percorsi assistenziali complessi.
Quando l’invecchiamento incontra la solitudine.
A rendere ancora più delicato lo scenario è la progressiva trasformazione delle famiglie.
Sono circa 2,7 milioni gli ultrasettantacinquenni che vivono soli. La condizione interessa in particolare le donne e diventa ancora più frequente nelle fasce di età più avanzate.
La solitudine di una persona anziana non rappresenta soltanto una questione sociale. Può trasformarsi rapidamente in un problema sanitario.
Una persona fragile che vive sola può incontrare maggiori difficoltà nel seguire correttamente una terapia, nell’alimentarsi in maniera adeguata, nel raggiungere un ambulatorio, nel gestire una patologia cronica o nell’accorgersi tempestivamente di un peggioramento delle proprie condizioni di salute.
In questi casi la differenza può essere fatta dalla presenza di una rete territoriale capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze.
Dall’ospedale al territorio: cambia il bisogno di assistenza.
L’invecchiamento demografico rende sempre meno sostenibile un modello sanitario fondato prevalentemente sull’ospedale.
La crescita delle patologie croniche e della fragilità richiede infatti una presa in carico continuativa, capace di seguire la persona anche al di fuori delle strutture ospedaliere.
È in questo passaggio che il ruolo dell’infermiere assume una rilevanza strategica.
Educazione sanitaria, prevenzione, gestione delle patologie croniche, monitoraggio delle condizioni cliniche, aderenza alle terapie, prevenzione delle complicanze, assistenza domiciliare e continuità assistenziale sono tutti ambiti nei quali la professionalità infermieristica può diventare determinante.
Non si tratta quindi soltanto di avere un numero maggiore di professionisti negli ospedali. La vera sfida riguarda la costruzione di una rete assistenziale capace di portare competenze sanitarie vicino alle persone, nelle case, nelle strutture territoriali e nei luoghi della comunità.
Il paradosso: aumenta il bisogno mentre diminuiscono gli infermieri.
Il problema è che l’invecchiamento della popolazione arriva in un momento nel quale il sistema sanitario italiano deve già fare i conti con una significativa carenza di personale infermieristico.
Secondo i dati richiamati dalla FNOPI, l’Italia presenta un numero di infermieri per mille abitanti inferiore alla media europea indicata in 8,5 e continua a registrare uno dei rapporti tra infermieri e medici più bassi d’Europa.
Il paradosso è evidente: proprio mentre aumenta la domanda di assistenza, la disponibilità di professionisti rischia di non essere sufficiente a garantire la risposta necessaria.
A questo si aggiunge l’età media del personale attualmente in servizio.
Tra il 2026 e il 2035 sono previsti circa 80mila pensionamenti di infermieri. Il fenomeno dovrebbe raggiungere un picco nel 2038, quando le uscite potrebbero superare le 17.600 unità.
La questione del ricambio generazionale diventa quindi una delle emergenze strategiche del sistema sanitario.
Il problema parte dai giovani che scelgono Infermieristica.
Per garantire il ricambio non basta attendere che i pensionamenti si trasformino in posti vacanti.
Occorre intervenire molto prima, a partire dall’orientamento e dall’accesso alla formazione universitaria.
Per la prima volta, nell’anno accademico 2025/2026, le domande per i corsi di laurea in Infermieristica non hanno coperto tutti i posti disponibili. Nel 2025 erano state registrate circa 19mila domande a fronte di 20.699 posti messi a disposizione dalle università pubbliche.
Il dato rappresenta un campanello d’allarme significativo.
La contraddizione è particolarmente evidente se si considera che la professione continua a garantire livelli occupazionali molto elevati. Secondo l’ultimo aggiornamento FNOPI, il tasso di occupazione a un anno dalla laurea arriva all’89,7%.
Non sembra quindi esserci una carenza di opportunità lavorative. Il problema riguarda piuttosto l’attrattività della professione e la percezione che le nuove generazioni hanno di un lavoro caratterizzato da elevate responsabilità, carichi assistenziali importanti e condizioni organizzative non sempre adeguate.
Nuove competenze per una popolazione più fragile.
Parallelamente alla necessità di aumentare il numero degli infermieri, diventa fondamentale investire nella loro formazione.
Per l’anno accademico 2026/2027 sono state definite le modalità di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica. La prova di ammissione ai corsi in lingua italiana è prevista per il 16 settembre 2026, mentre quella per i corsi in lingua inglese si svolgerà il 17 settembre.
Il sistema universitario si prepara inoltre a un’evoluzione importante attraverso le nuove lauree magistrali specialistiche a indirizzo clinico.
L’obiettivo è rafforzare le competenze avanzate della professione e adeguarle a un sistema sanitario nel quale la complessità assistenziale è destinata a crescere.
Una popolazione più anziana e caratterizzata da una maggiore presenza di cronicità necessita infatti di professionisti capaci di intervenire non soltanto nell’assistenza di base, ma anche nella valutazione dei bisogni, nella gestione dei percorsi clinico-assistenziali, nella prevenzione e nella presa in carico delle situazioni più complesse.
Se il sistema non risponde, il costo ricade sulle famiglie.
Quando la rete pubblica non riesce a garantire assistenza sufficiente, il bisogno non scompare. Semplicemente si sposta altrove.
Molto spesso sulle famiglie.
Sono circa 1,1 milioni i caregiver informali che già oggi sostengono quotidianamente persone anziane, malate o non autosufficienti.
Un modello che rischia di diventare sempre più difficile da sostenere in una società caratterizzata da famiglie più piccole, maggiore mobilità lavorativa e crescente presenza di persone anziane sole.
A questo si aggiunge l’aumento delle spese sanitarie sostenute direttamente dai cittadini. Il rischio è quello di assistere a una progressiva crescita delle disuguaglianze: chi dispone di risorse economiche può acquistare privatamente assistenza e prestazioni, mentre le fasce più fragili possono essere costrette a rinunciare a cure, prevenzione e servizi.
La sanità del 2050 si costruisce oggi.
Il 2050 può sembrare lontano, ma l’invecchiamento della popolazione è già in corso.
Le decisioni assunte oggi sulla formazione universitaria, sul reclutamento, sulla programmazione del personale, sulla valorizzazione delle competenze e sull’organizzazione dell’assistenza territoriale determineranno la capacità del Servizio sanitario nazionale di affrontare quella che sarà una trasformazione strutturale della società italiana.
In questo scenario gli infermieri sono destinati ad assumere un ruolo sempre più importante.
Non soltanto perché serviranno più professionisti, ma perché sarà necessario ripensare profondamente il modo in cui vengono erogate le cure e l’assistenza.
La risposta all’invecchiamento non potrà essere affidata esclusivamente all’ospedale e nemmeno alle famiglie. Servirà una rete territoriale più forte, capace di garantire continuità, prevenzione e presa in carico.
E serviranno professionisti numericamente sufficienti, adeguatamente formati e messi nelle condizioni di esprimere pienamente le proprie competenze.
La domanda che le proiezioni demografiche pongono al Paese è, in fondo, molto semplice: chi si prenderà cura di milioni di persone anziane e fragili nei prossimi decenni?
La risposta passa inevitabilmente anche dagli infermieri. E le scelte per garantire che siano abbastanza, e che siano messi nelle condizioni di lavorare al meglio, devono essere prese molto prima del 2050.
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