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martedì, Maggio 21, 2024
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Valentina, Infermiera: “io vittima di Straining, l’unica strada per non impazzire era licenziarmi”.

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Ci scrive Valentina B., Infermiera dell’OPI di Roma: “io vittima di Straining, l’unica strada per non impazzire era licenziarmi”.

Carissimo Direttore,

le racconto le mie disavventure legate allo Straining. Inizia tutto circa 2 anni fa, quando decido di richiedere una mobilità interna e spostarmi dal reparto di medicina generale al PS/Medicina d’urgenza per dei posti vacanti. Avevo voglia di cambiare tipologia di lavoro e rimettermi in gioco.

L’inizio non è stato semplice: arrivavo in reparto, salutavo e nessuno ricambiava. Anzi, la maggior parte delle volte continuavano a parlare dei fatti loro e mi giravano le spalle. Faccio fatica ad inserirmi, ma vado avanti dicendomi che fosse normale, non mi conoscevano.

Inizia la seconda ondata Covid, reparto nel panico, mi buttano a lavorare senza un minimo di affiancamento e, visto che ero tra le ultime arrivate, mi obbligano a gestire solo i pazienti covid e mi buttano nel reparto di medicina d’urgenza Covid. In quel bunker lavoravo sempre da sola con 8 pazienti ventilati e nessun tipo di aiuto, se non un oss che entrava solo in determinati orari. Nei momenti di urgenza chiedevo aiuto per la gestione dei pazienti, e la maggior parte delle volte venivo ignorata. Mi dico che è “normale”, il PS è sotto stress. Vado avanti.

Un giorno mi trovo a lavorare nei box del PS con due colleghi. Non c’era grande afflusso, ma quei pazienti presenti erano particolarmente complicati. I miei due colleghi continuano a farsi i fatti loro, chiacchierando seduti su una barella e io facevo avanti e indietro per il corridoio (ho fatto circa 10 km quella mattina!) senza preoccuparsi minimamente di darmi una mano. E, come potete immaginare, nella fretta di gestirli tutti, imposto il monitoraggio in modo non del tutto corretto secondo la mia collega (rilevazione della PA ogni 30 minuti invece che ogni 15). La mia collega mi chiama davanti al paziente e mi riprende, umiliandomi, davanti a infermieri, pazienti, OSS, tecnici e medici. Mi metto in malattia. Non era la prima volta che mi umiliava.

Inizia la mia odissea. Ogni volta che c’era lei in turno, mi umiliava per ogni cosa che facevo. Il coordinatore evita di mettermi in turno con lei, ma le sue umiliazioni continuano lo stesso. Umiliandomi nei cambi turno durante le consegne. Comincio ad avere ansia , a non dormire di notte, ad aver paura di andare a lavoro. Mi ripeto che devo farcela, che passerà.

Mi ritrovo nei periodi successivi a dover sgomitare per non farmi ignorare da alcuni colleghi. Organizzavano il lavoro a inizio turno e mi tenevano fuori da questo. L’ansia di andare a lavoro continua a crescere. Mi metto sempre più spesso in malattia. Ne parlo col coordinatore, ma lui ha sempre minimizzato ste dinamiche.

Mi propongono di parlare con un altro dirigente infermieristico, e l’unica soluzione proposta era quella di firmare una richiesta di mobilità interna verso la medicina. Io rifiuto. Chiedo 1 mese di aspettativa non retribuita perché ero sotto stress. Mi viene negata.

I miei turni ormai erano quasi tutti in Medicina d’urgenza e pochi e rari nei box del PS. Espongo anche questo disagio, mi viene detto che con la mia esperienza mi affidano più volentieri il reparto. Boh, mi dico che va bene, devo lavorare in fondo.

Un’altra collega inizia a prendermi di mira. Fa foto, segnalazioni sul mio lavoro. Segnala addirittura un ago cannula periferico fuori vena. Non so quante lettere abbia scritto. Nessun coordinatore mi ha chiamata per discuterne. Io vengo a sapere di queste cose perché questa collega se ne vantava in giro. E più di una persona me lo ha riferito. La mia ansia sale. Parlo col coordinatore e continua a minimizzare il problema. Non riuscivo più a lavorare serenamente, l’insonnia continuava a far parte della mia vita. Ad un certo punto, qualcuno la blocca e si calma in parte. Ma la mia odissea continua…mi sentivo continuamente sotto pressione perché mi riferivano che questa collega continuava a lamentarsi. Ho provato un po’ di sollievo solo quando si è infortunata ed è rimasta fuori.

Discorso corsi. Ho dovuto insistere io col coordinatore per prendere l’attestato per il triage. Mandava solo colleghi arrivati dopo, e solo maschietti. E non mi hanno mai fatto fare l’affiancamento per poter finire il ciclo del corso di triage.

Il coordinatore continua a darmi solo turni in Medicina d’urgenza. Continua a non farmi fare corsi specifici. Per un corso di cui avevo bisogno, ho pagato io.

Vengo palpeggiata da un OSS. Tutti minimizzano.

Ho chiesto raramente cambi turno, ma ne ho concessi parecchi ai miei colleghi. Questo dicembre prenoto il treno per tornare a casa ma sbaglio il giorno. Chiedo a un mio collega di aiutarmi e accetta. Presento al coordinatore la richiesta, a cui ho risposta dopo parecchi giorni e un po’ di insistenza. Mi risponde malissimo, mi nega il cambio turno (facendomi perdere dei soldi) dandomi spiegazioni senza senso.

Una collega mi chiede un cambio nello stesso periodo, glielo concedo. Lei fa richiesta e viene contattata dal coordinatore. Le viene chiesto chi ha chiesto il cambio e la motivazione. Mai successo prima! E probabilmente solo perché in quel turno avrei dovuto lavorare con quella collega che mi ha umiliata. In realtà avevo già lavorato in turno con lei nelle settimane precedenti.

E, per finire….. Una sera ricevo dei messaggi e una telefonata da un gruppo di colleghi maschietti che erano a bere fuori e mi chiedono di poter venire a casa mia perché “tutti maschioni alfa”. La cosa continua fino alle 2 di notte. Mi sento molestata, umiliata. Nessuno mi chiede scusa. Anzi, uno di loro mi deride durante una urgenza in PS nei giorni successivi. Nessuno di loro mi parlava più. Era diventato impossibile lavorare. Lo faccio presente ai coordinatori. Nessuno fa niente.

Consegno le mie dimissioni.

Al momento sono disoccupata. Ho passato dei giorni bui. Mi sto facendo aiutare da una psicologa. Ed ho la nausea al solo pensiero di tornare a lavorare in un ospedale.

Valentina B., Infermiera

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