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È un cane che si morde la coda, uno scarica barile di responsabilità che produce impasse e, nelle migliori delle ipotesi, lungaggini.

I livelli apicali emanano norme stringenti, per pararsi il deretano, sapendo che sono spesso inapplicabili. Così succede che i #DPCM tracciano le linee guida e passano la patata bollente alle regioni. Queste ultime, con #ordinanze e #disposizioni dipartimentali di difficile applicazione, per mettersi al riparo da eventuali contenziosi, trasferiscono la responsabilità, penale e civile, alle direzioni strategiche delle aziende sanitarie locali che, a loro volta, passano la palla al singolo dirigente responsabile del presidio sanitario che rimane con il cerino in mano e si guarda bene dal rischiare in proprio.

Perchè la sanita privata convenzionata è ripartita il 4 maggio scorso e quella pubblica è pressoché bloccata ovunque? Perchè nel privato c’è una assunzione diretta di responsabilità da parte del datore di lavoro/imprenditore che sa bene di non poter rischiare di fallire, che è avvezzo a correre rischi d’impresa per onorare gli impegni assunti con gli istituti di credito, che deve rispettare le prescrizioni dell’accreditamento, che deve ottemperare ai DPCM e alle ordinanze al meglio, che deve pagare gli stipendi e cercare di fare utile. Nel pubblico tutto questo non avviene quasi mai, perchè non c’è un vero ‘padrone’ e tutti vogliono essere tutelati e sicuri al 110% per non incorrere in responsabilità di qualsiasi genere. L’inail con le sue circolari ha, difatto, detto tutto e il contrario di tutto. Da una parte ha sollevato da responsabilità penale il datore di lavoro, sia esso pubblico che privato, dall’altra ha detto che la deresponsabilizzazione vale solo se si rispettano pedissequamente le strigenti norme sull’utilizzo di DPI, sul distanziamento sociale, sulle sanificazioni, sugli ambienti che devono essere areati correttamente e sufficientemente spaziosi. Tutte prescrizioni che, stante la vetustà delle strutture, l’inadeguatezza delle stesse al rischio pandemico e la carenza di risorse umane, sono praticamente inapplicabili in molti casi. Nell’incertezza normativa tutto è lasciato alla discrezionalità e alla propensione al rischio dei singoli.

Quindi cosa sta succedendo? Nel privato convenzionato, che fino a febbraio 2020 rispetto alla struttura pubblica era operativissimo per antonomasia, si facevano, ad esempio, 5 visite di otorinolaringoiatria ogni ora. Sapete quante se ne riescono a fare adesso per consentire al medico di bardarsi/spogliarsi/ribardarsi, al personale ausiliario di sanificare gli ambienti e le attrezzature? Solo 2 pazienti all’ora, con una riduzione della capacità del 60% e l’inevitabile allungamento delle liate di attesa. Questo perché tutti vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, l’Inail non garantisce l’azienda in maniera adeguata, infatti, basterebbe che in un giudizio penale il ricorrente riuscisse a dimostrare che l’azienda non aveva cambiato un filtro dell’aria condizionata per farla condannare in solido. Nell’incertezza delle regole, dunque, anche il privato, che è partito subito ed è abituato al rischio, rallenta i ritmi per evitare guai peggiori eventuali e futuri. Nel pubblico, invece, se trovi dirigenti che vogliono assumersi delle responsabilità a fin di bene oppure possono disporre di locali idonei e organici pingui, l’eccezione e non la regola e sempre che il rischio clinico li assecondi, molto, molto lentamente si riparte. Prima lamentavano la carenza di DPI, poi si preoccupavano delle smaltimento dei DPI e ora, mi dicono, che manchi il personale della Sanitaservice per le sanificazioni di legge. Insomma, pare che non se ne esca più e che non si risolverà facilmente senza la buona volontà di tutti, cittadini compresi. Tutto ciò significa che non solo il recall delle 300 mila prestazioni arretrate, di cui 90 mila nella sola Asl Bari, sarà complicatissimo e molti assistiti non verranno più chiamati per le prenotazioni inevase di marzo, aprile, maggio, etc…ma sarà difficilissimo inserire le nuove visite brevi, differibili e programmabili, per via del distanziamento sociale e della penuria cronica di operatori sanitari. Per questi motivi i cup sono ancora chiusi e se si prova a chiamare il numero verde, nell’attesa che rispondano ti cresce la barba. A quel punto bisognerebbe interessare i Rula per esigere il rispetto dei tempi previsti dal PNGLA, ma pochissimi cittadini conoscono il significato di questi acronimi. Il discorso sarebbe molto più complesso e lungo, ma in sintesi queste sono le ragioni che impediscono la ripartenza.

Un ultimo esempio per spiegare come, più in generale, nella pubblica amministrazione è sempre così complicato ripartire. Nei comuni e nelle regioni, ad esempio, sono quasi tutti in smart-working, talvolta senza neanche l’infrastruttura informatica domestica adeguata per lavorare, perché il DPCM lo consente fino al 31 luglio p.v. e, fino ad allora, nessun dirigente si assumerà mai la responsabilità di rischiare focolai, con le correlate complicazioni personali, in uffici pubblici che non consentono il rispetto delle norme anti-contagio in totale sicurezza. Forse perchè la totale sicurezza non esiste?

Come se ne esce. A mio parere bisogna ritornare il più possibile alla situazione ex ante, ciascun anello della catena deve metterci del suo tenendo conto che quell’economista di Harvard, che diceva che è più sicuro prendere l’aereo che ricoverarsi in ospedale, aveva ed ha tuttora ragione.
Cosa fare? Da Roma vanno emanate norme chiare che sollevino al massimo da responsabilità i livelli legislativi sottoposti per evitare impasse. L’inail deve rivedere e chiarire le sue circolari per infondere tranquillità alle aziende, le Regioni dovrebbero promulgare disposizioni che si possano rispettare e non utopie. In una parola è richiesto un po’ di coraggio, neanche in quantità esagerata, da parte delle catene di comando dei vari enti. Ce la faranno? Io me lo auguro vivamente perché tanta gente, nel frattempo, sta morendo perché non curata appropriatamente, sta compromettendo il quadro clinico per la mancata assistenza e sta ritardando controlli e nuove diagnosi che potrebbero inficiare per sempre la qualità e la durata della loro permanenza terrena.

Mario Conca – Consigliere Regionale Puglia