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Gruppi WhatsApp, Messenger e Telegram: cosa rischiano Infermieri, Ostetriche, OSS e Professioni Sanitarie.

Gruppi WhatsApp, Messenger e Telegram: cosa rischiano Infermieri, Ostetriche, OSS e Professioni Sanitarie.

Da tempo l’uso smodato di gruppi WhatsApp, Messenger o Telegram di Reparto, ufficiali o non ufficiali, sta creando il dibattito sull’uso proprio/improprio del sistema di messaggistica digitale tra Infermieri, Infermieri Pediatrici, Ostetriche, OSS e Professioni Sanitarie (ma anche Medici). Cosa si rischia in realtà?

Ecco un vademecum su come utilizzare i gruppi social (WhatsApp, Messenger o Telegram) di Reparto. Da tempo ce ne stiamo occupando e in Veneto c’è qualche aziende che ha proibito addirittura l’utilizzo. Tutti però li utilizziamo, in un modo o nell’altro, e c’è addirittura chi ha creato gruppi “broadcast” dove chi li gestisce invia messaggi a tutti e chi replica manda solo all’Amministratore. Il problema serio è che alcune ASL, ASP o aziende private hanno iniziato a richiamare dal punto di vista disciplinare i loro lavoratori basandosi di screenshot fatti recapitare da dipendenti cosiddetti “infami”. Accade in tutte le Unità Operativi e nei luoghi di lavoro della sanità pubblica e privata. Infermieri, Infermieri Pediatrici, Ostetriche/i, OSS e Professioni Sanitarie (ma anche Medici) sono spesso bersaglio di colleghi infedeli e di dirigenze che puntano il dito contro i loro dipendenti per messaggi spediti in chat private.

Le questioni si complicano quando nelle chat si parla di Pazienti, facendo nomi, cognomi e indicando le patologie o peggio pubblicando foto.

Come ovviare a questo problema? In tre modi:

  1. eliminando le chat di Reparto;
  2. moderandosi nello scrivere nelle chat di Reparto;
  3. infischiarsene dei richiami delle Direzioni perché illegali.

I nostri precedenti servizi:

Gruppi WhatsApp e social di reparto: ufficialmente vietati in Veneto.

Salvò la vita ad una paziente con WhatsApp: parla Luca Cardillo, Infermiere del 118.

Abuso gruppi WhatsApp di Reparto: Medici, Infermieri, OSS e Professionisti Sanitari stressati, denuncia CISL.

Infermieri, OSS e gruppi WhatsApp sotto accusa per violazione dati sensibili e personali.

Infermieri: basta diagnosi mediche tramite WhatsApp o telefono!

Coordinatori Infermieri chiudono gruppi WhatsApp di reparto perché illegali!

Infermieri, OSS e Professionisti Sanitari: non è reato ignorare il coordinatore al cellulare.

Ecco cosa dicono in merito gli esperti de “La Legge per Tutti“.

Ci sono le chat delle mamme di scuola e quelle degli iscritti al corso di yoga; le chat degli amici del fantacalcio e quelle del condominio. E poi ci sono le chat dei colleghi di lavoro: i dipendenti si stringono in gruppo per coordinarsi sulle attività da svolgere, ma soprattutto per autogestire (in alternativa al sindacato) eventuali recriminazioni contro il datore di lavoro. Cosa succede in questi gruppi, a quest’ultimo non è dato sapere. Si tratta infatti di chat riservate, dalle quali i superiori sono esclusi. Ma cosa potrebbe succedere nel caso in cui dovesse avvenire una fuga di notizie? Se uno dei dipendenti dovesse “fare la spia” e mostrare le conversazioni al capo, potrebbe sussistere il rischio di sanzioni o, peggio ancora, di licenziamento? A stabilire le regole di utilizzo dei gruppi WhatsApp di lavoro è stata più volte, negli ultimi anni, la giurisprudenza. 

Una recente sentenza del tribunale di Firenze del 16 ottobre 2019 ha stabilito quale sia la tutela apprestata dall’ordinamento ai “gruppi chiusi” tra colleghi di lavoro. La pronuncia non fa altro che riprendere un orientamento già varato dalla Cassazione nel 2018 [1]. Com’è evidente, anche il diritto si adegua ai moderni mezzi di comunicazione e, sebbene non vi siano norme specifiche a disciplinare i gruppi WhatsApp, la regolamentazione può ben essere desunta dall’interpretazione analogica delle norme già esistenti.

Ecco allora alcune interessanti osservazioni che derivano dall’applicazione della legge e dall’interpretazione delle norme contenute nella nostra Costituzione.

Offendere il datore di lavoro: cosa si rischia?

Nessun dubbio che offendere il datore di lavoro sia vietato. Se lo si fa direttamente al suo cospetto si commette un illecito che può costare il licenziamento per insubordinazione o, comunque, per ingiuria. Tale comportamento, tuttavia, non costituisce reato proprio perché l’ingiuria non è più tale.

Se, invece, si sparla del capo alle sue spalle, e lo si fa in pubblico (alla presenza cioè di almeno due persone) o su internet, allora si rischia, oltre al licenziamento, anche una querela per diffamazione (peraltro, nel caso del post su Facebook, aggravata dall’uso del mezzo pubblico).

Il diritto di critica, però, è salvaguardato dalla nostra Costituzione. Pertanto, laddove la frase incriminata non sia un’offesa gratuita, ma solo l’esternazione di un proprio parere, fatta con pacatezza e senza risentimenti o attacchi alla persona, allora il dipendente non può essere “toccato”. Ricorda però: criticare è lecito, offendere no anche se ci sono state, in passato, numerose sentenze – anche della Cassazione [2] – che hanno giustificato i dipendenti per aver usato parole forti nei confronti del datore di lavoro in un contesto aziendale conflittuale ed esacerbato. A chi non riceve lo stipendio vien facile dire parolacce e minacciare. Bisogna, quindi, considerare la condizione di provocazione in cui si trova un dipendente mobbizzato o lasciato senza busta paga.

Leggi l’approfondimento Offese al datore di lavoro: quando sono lecite.

Gruppo WhatsApp di lavoro: è segreto?

La corrispondenza è segreta. Lo sanno tutti. Si tratta, infatti, di un baluardo della nostra Costituzione. Il punto è, però, se anche la chat di gruppo possa essere considerata tale. Un messaggio inviato tramite WhatsApp, all’interno di un gruppo chiuso, è anch’esso segreto? La risposta, a detta della giurisprudenza, è affermativa. Come, infatti, aveva già anticipato due anni fa la Cassazione, la chat privata tramite messaggistica (sia essa WhatsApp, Telegram, Messenger o altra app) è da equiparare a una corrispondenza e, come tale, riservata e segreta.

Dunque, non si può né accusare di diffamazione, né licenziare il dipendente che parla male del datore di lavoro all’interno di un gruppo chiuso tra colleghi.

Per la diffamazione è, infatti, necessario il “luogo pubblico”, che non è certo la chat chiusa.

Secondo la Corte, dunque, tutto ciò che viene scritto e dichiarato in un gruppo chiusoattivato su social network (nella specie, Facebook) da lavoratori sindacalmente esposti costituisce, prima ancora che legittima espressione del diritto di critica sindacale, forma di comunicazione privata in cui i lavoratori possono dare libero sfogo, anche attraverso l’utilizzo di espressioni “colorite”, alla propria insoddisfazione rispetto alla gestione aziendale.

Leggi l’articolo sul gruppo WhatsApp: si può parlare male del datore di lavoro?

Dello stesso parere è la sentenza del tribunale di Firenze richiamata in apertura: i messaggi dal contenuto offensivo e diffamatorio, scambiati tra alcuni colleghi di lavoro in una chat privata, aventi ad oggetto i superiori, non costituiscono una giusta causa di licenziamento. Essi devono, più correttamente, qualificarsi come uno scambio di corrispondenza privata tra colleghi di lavoro, ovvero un’espressione del diritto di corrispondenza privata, senza che il contenuto dei messaggi, proprio a causa del contesto chiuso e non suscettibile di diffusione all’esterno, possa avere alcun rilievo sul piano disciplinare. Proprio la circolazione ristretta ed esclusiva tra pochi soggetti della chat fa venire meno la portata diffamatoria allargata.

«I messaggi vocali indirizzati a un gruppo chiuso sono equiparabili a corrispondenza privata e non possono configurare atti idonei a comunicare pubblicamente affermazioni offensive, discriminatorie o minatorie, con conseguente insussistenza di fatto connotato dal carattere di illiceità», spiega il tribunale.

Cosa rischia chi fa la spia?

Se allora è vero che i messaggi scambiati in una chat chiusa sono equiparabili alla corrispondenza privata e, come tali, segreti – proprio al pari di una lettera chiusa – cosa rischia chi ne diffonde il contenuto all’esterno? Sempre secondo la Cassazione [1], chi fa la spia e rivela a terzi il contenuto della chat o del gruppo WhatsApp commette un reato, quello di violazione del segreto della corrispondenza, comportamento che è appunto punito penalmente dal Codice [3].

Note:

    1. Cass. ord. n. 21965/18 del 10.09.2018.
    2. Cass. sent. n. 1315/17 del 19.01.2017.
    3. Artt. 616 e 617 cod. pen.
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