Pubblicità

Coronavirus: il sindacato COBAS prende posizione facendo il punto sulle gravi responsabilità del Governo, spiegate in 6 punti.

Coronavirus: il sindacato COBAS prende anche una volta posizione e lo fa attraverso il proprio portavoce nazionale Piero Bernocchi che sul sito web del sindacato espone le gravi responsabilità del governo sul’epidemia da Covid-19.

L’estrapolazione seguente focalizza i 6 punti in cui vengono spiegate (per la lettura completa si rimanda all’articolo esteso):

Il 27 gennaio (ben 75 giorni fa) Giuseppe Conte, intervistato da Lilli Gruber, sosteneva con la massima sicumera che l’Italia era assolutamente pronta ad affrontare l’eventuale arrivo dell’epidemia.

Sarebbe bastato per prepararsi davvero che quell’impresentabile figuro, che per un incredibile scherzo del destino si è trovato miracolosamente a fare il ministro degli Esteri, avesse fatto una telefonata al suo collega coreano per apprendere che di fronte a questo genere di epidemie:

a) la prima assoluta cautela da rispettare è fornire il personale sanitario di tutte le difese dal contagio e quindi mascherine chirurgiche impermeabili, occhiali, camici e tute che impediscano ogni passaggio del virus;

b) a seguire, l’individuazione degli infettati non può essere lasciata al momento della comparsa di forti sintomi perché in queste influenze la maggioranza dei colpiti sono del tutto asintomatici e tanti altri hanno lievi sintomi confondibili facilmente con banali raffreddori; il che, dunque, richiede tamponi a tappeto, con risultati a brevissimo, da fare anche a tutti coloro che siano circolati in zone, locali o assembramenti ove di sicuro il virus sia passato;

c) una volta individuato, grazie ai tamponi, che il soggetto è infetto, esso non va isolato in famiglia ma posto in quarantena distanziato da tutti; e a tal fine vanno creati luoghi appositi senza contatti di alcun genere con altri pazienti;

d) al fine di individuare i possibili soggetti che abbiano frequentato zone a rischio e per tracciarne gli spostamenti, va violata, previo avvertimento, la loro privacy e vanno mappati grazie agli smartphone; lo stesso uso va fatto per evitare che sfuggano dalla quarantena;

e) infine, fermo restando che in genere non occorre a nessun paese avere decine di migliaia di terapie intensive in condizioni normali, però una volta partita l’epidemia, e in tempi rapidi, ne vanno create in numero adeguato alle necessità e al di fuori dei normali ospedali che devono continuare a funzionare con gli altri ricoverati senza divenire a loro volta addirittura i principali focolai di contagio.

Così’ facendo, al momento la più volte citata Corea (come pure Singapore e Taiwan) ha oggi un centesimo dei morti italiani e ha potuto permettersi di non interrompere le attività produttive né i sistemi di vita di milioni di persone. E invece in Italia è andata purtroppo in maniera ben diversa, e non certo per colpa del mitico capitalismo pandemico. Vediamo come e perché.

1) Malgrado la già citata, tracotante affermazione di Conte il 27 gennaio, del genere “siamo preparatissimi, il virus ci farà un baffo”, il governo e la burocrazia statale hanno mandato allo sbaraglio medici e infermieri senza neanche garantirgli quella indispensabile protezione per evitare che divenissero le prime vittime del contagio, rendendo loro e vari ospedali del Nord, soprattutto in Lombardia, i principali trasmettitori per parecchi giorni del virus a migliaia di pazienti ricoverati. Gravissima in particolare la responsabilità gestionale in Lombardia, malgrado in partenza la regione potesse contare sulle migliori strutture nazionali, alla pari con l’Emilia Romagna. Né ai cittadini/e italiani/e sono state fornite rapidamente mascherine efficaci, che avrebbero permesso di circolare, seppure distanziati, assai più liberamente fin dall’inizio senza contagiareurbi et orbi. Persino le mascherine meno protettive sono state ben difficilmente reperibili per circa due mesi, dopo essere state dichiarate inefficaci da vari “scienziati”, solo perché l’apparato burocratico non era stato in grado di attivare una decina di aziende tessili per produrle in tempi rapidi direttamente in Italia. Ancora la settimana scorsa la Regione toscana ha potuto distribuire mascherine di relativa efficacia (non quelle davvero impermeabili, le  “chirurgiche”) solo perché finalmente la Cina aveva inviato il quantitativo richiesto alcune settimane prima; mentre la Lombardia le ha rese obbligatorie ma senza fornirle e proponendo la loro sostituzione con “almeno una qualsiasi sciarpa”(!!).

2) Il governo e le autorità regionali, sballottati tra i conflitti politici e tra i contrastanti pareri dei virologi stessi, non hanno seguito con coerenza nessuna delle due strade che già in Oriente si erano dimostrate efficaci: ossia quella cinese (o ancor meglio quella neozelandese, che però è stata avviata solo il 25 marzo con la chiusura totale che ha abbattuto pressoché totalmente il contagio, arrivato a 1200 casi, di cui solo 4 in rianimazione e una sola vittima, una donna di 70 anni con serie patologie pregresse; ma è pur vero che su 5 milioni di abitanti finora sono state multate solo 45 persone che non rispettavano il lockdown, non proprio come in Italia) della chiusura totale – che il governo si è potuto permettere perché l’Hubei è meno di un ventesimo dell’intera Cina, ove invece tutte le attività sono proseguite regolarmente); o quella, molto meno soffocante,  più rispettosa dei diritti e più adatta all’Italia, seguita dal gruppo “virtuoso” di Corea, Singapore e Taiwan, cioè la via dei tamponi di massa, della tracciabilità dei luoghi infetti e delle persone che li avevano frequentati e dell’isolamento dei casi sospetti, al di fuori degli ospedali “normali” e delle famiglie. Governo, burocrazie statali e regionali hanno oscillato tra l’una e l’altra strategia, con un susseguirsi di decreti improvvisati sull’onda dell’ultima “spinta” ricevuta. In una prima fase, a parte i 12 comuni lombardo-veneti, non si è chiuso niente, continuando a permettere qualsiasi grande evento, assembramento e mobilità all’interno delle due regioni (con una punta di vera follia il 19 febbraio quando, mentre già il virus era attivo in Lombardia, 45 mila tifosi bergamaschi si accalcarono allo stadio di San Siro per la partita Atalanta-Valencia di Champions, dando vita ad una “bomba biologica”, che ha provocato assai probabilmente la incredibile virulenza pandemica nel Bergamasco), nonché dalla Lombardia e dal Veneto alle regioni limitrofe, fino all’arrivo del virus nelle altre regioni del Nord, e poi facendo esso capolino anche nel Centro-Sud, dato che ogni giorno centinaia di treni, con centinaia di migliaia di italiani ammassati senza alcuna precauzione, si spostavano da Nord a Sud.

3) In questo contesto, all’improvviso le decisioni governative e delle burocrazie statali e regionali, al seguito dei pareri mutanti degli esperti, hanno fatto un balzo in avanti gestito nella maniera peggiore, chiudendo tutte le scuole e le Università, anche laddove il virus non era ancora arrivato, lasciando però, assurdamente, tutto il resto aperto. Non ci volevano dei geni per capire che se lasci completamente disimpegnate proprio le fasce di età che in precedenza stavano per molte ore con i/le coetanei/e (a parte docenti ed Ata) a rischio pressoché nullo e poi per lo più a casa a fare compiti, si sarebbe finiti con il diffondere maggiormente l’epidemia con la circolazione a milioni da mane a sera in città, aumentando di gran lunga i contatti con le fasce adulte, visto che restavano aperte le palestre, le piscine, i circoli sportivi, tutte le attività ricreative e ludiche, i pub e le pizzerie fino a tarda notte, con un’estensione della “movida” del week end all’intera settimana.

4) Ma neanche a questo punto è stata imboccata con decisione l’unica via che oramai era rimasta disponibile: e cioè loscreeninga tappeto, di massa, dei possibili infetti/e, una volta verificato che il numero di contagiati senza sintomi risultava assai superiore ai casi acclarati: e che dunque la strada coreana era l’unica percorribile. Sono stati creati fumosi ostacoli a tale rilevazione a tappeto usando dichiarazioni degli esperti secondo le quali non sarebbero stati attendibili i test (certo, non al 100%, ma in gran parte sì), i risultati sarebbero arrivati in ritardo e comunque non avevamo le strutture per permettercelo; e analoghe difficoltà sono state fatte per il reperimento dei respiratori e dell’approntamento di un numero di reparti di terapia intensiva che raddoppiasse i 5000 posti disponibili all’inizio dell’epidemia, nonché per la separazione di questi reparti dagli ospedali “normali” o per la mappatura telematica dei possibili contagiati. Oggi apprendiamo che, ad esempio,  decine di aziende erano disponibilissime ad avviare fin da due mesi fa la produzione di massa di mascherine efficaci e di altre protezioni per medici e infermieri; che a Cormano (nell’hinterland milanese) esiste da 50 anni un’azienda specializzata nella produzione di dispositivi di protezione delle vie respiratorie che era in grado anche di decuplicare la produzione consueta se il governo o la Regione lombarda l’avessero chiesto; che per ovviare alla mancanza di respiratori, valvole, analizzatori di tamponi, avevamo a disposizione, tra le tante, un’azienda italiana (la Siare Engineering) che da decenni produce macchinari polmonari per mezzo mondo; che in Inghilterra la Dyson (aspirapolveri e asciugacapelli) ha realizzato in dieci giorni un respiratore per cui ha iniziato la produzione di massa; che negli USA la Abbot Labs (apparecchi di analisi medica) ha prodotto un apparecchio di modestissime dimensioni in grado di rispondere, con buona precisione, in 5 minuti sulla positività di un campione, e che di aziende in grado di fare cose analoghe in Italia ce ne sarebbero state a iosa (alcune delle quali pure di proprietà statale), se la burocrazia statale e regionale avesse fatto il minimo sforzo di usare queste capacità. Fino all’ultima intollerabile situazione dei reparti di terapia intensiva/rianimazione. Perché se all’inizio dovevamo imputare ai tagli delittuosi della Sanità il numero limitato di posti disponibili (non più di 5 mila di contro ai più di 25 mila in Germania che stanno permettendo colà di non lasciare morire a casa nessuno/a dei casi gravi) oggi apprendiamo che in realtà in questi mesi i posti in terapia intensiva sono raddoppiati salendo a circa 10 mila: il che rende ancora più insopportabile che, di fronte a circa 3900 posti occupati attualmente dai malati e dunque avendone a disposizione altre migliaia, tantissimi anziani siano stati lasciati morire nelle stragi di tante case di riposo, soprattutto in Lombardia, o da soli nelle loro abitazioni per lasciare comunque libero il posto a gente più giovane e più sana.

5) Il penultimo passo della chiusura, poi, è stato davvero sconcertante. Il governo, con un decreto a sorpresa ma annunciato prima che fosse applicabile, ha deciso la creazione di una rigida “zona rossa” in Lombardia (e in Veneto ed Emilia in alcune province), non mettendo in campo alcun coordinamento organizzativo per impedire lo scontatissimo esodo di massa. Almeno 70-80 mila persone, in prevalenza studenti, piuttosto che rimanere bloccati nella “zona rossa”, sono fuggiti a Sud, insieme a tanti lavoratori/trici improvvisamente disoccupati/e. Ad aggravare la situazione, ci hanno pensato centinaia di migliaia di persone che sono letteralmente scappate dalle regioni ad alto rischio, per una “emigrazione da week end” – quasi carnascialesca, del genere “godiamocela prima di essere rinchiusi fino a chissà quando” – verso tante regioni a bassissimo contagio fino a quel momento, che ha riempito i litorali di mezza Italia (con l’apertura delle seconde case al mare), le piste da sci di tutto il Nord e i luoghi d’arte della penisola, trasferendo il virus un po’ ovunque..
6) Infine, l’11 marzo il governo e tutte le autorità regionali, ottenuta un’intesa bipartisan con le opposizioni (passate con Salvini dal “riapriamo tutto” del 28 febbraio al “chiudiamo tutta Europa” del 10 marzo), sono pienamente entrati nella seconda modalità prospettata all’inizio, chiudendoquasi tutto, in una sorta di simil-Wuhan. Ma questo ultimo passaggio, che proseguirà non si sa ancora fino a quando, avviene quando oramai i fatidici buoi sono fuoriusciti da tutte le simboliche stalle. Perché da qualche giorni si rincorrono i pareri di esperti sul fatto che i contagiati effettivi (al 95% senza sintomi o sintomi lievi) sono almeno dieci volte tanto i conclamati, e cioè un milione e mezzo, mentre altri specialisti sostengono che essi/e siano addirittura 5 o 6 milioni. Il che significa che sono stati chiusi in casa, ovviamente senza mascherine o protezioni, milioni di persone che manco sanno di essere infette e che, al minimo, stanno trasmettendo il virus alla parentela (a meno che non vivano da sole). Insomma, credo che questa assai negativa gestione dell’epidemia possa essere sintetizzata nella disperata e agghiacciante confessione/sfogo di una giovane donna che fa il medico anestesista in un ospedale della provincia di Milano e che dal primo giorno dell’esplosione dell’epidemia ha lavorato ininterrottamente anche per 14-16 ore al giorno per cercare di salvare il salvabile.

La riporto quasi integralmente:

Non ho abbastanza ossigeno negli impianti dell’ospedale…devo scegliere a chi darlo e la soglia di età si abbassa..tra un po’ non avremo più neanche la morfina per sedarli, almeno per farli morire sereni..Siamo devastati dal veder morire la gente senza avere i mezzi per curarla..Ci chiamano eroi. Ma quali eroi? Il punto è che sono arrivati troppi malati, tutti assieme e non si ha modo di curarli, non ci sono i posti-letto, non ci sono i macchinari, stiamo facendo 14-16 ore al giorno ma non riusciamo a gestirli tutti. Poi ci sono troppi colleghi che si ammalano, continuano a lavorare e infettano gli altri malati. Non ci fanno i tamponi perché se li facessimo e scoprissero che siamo positivi, dovremmo metterci in quarantena: e invece dobbiamo stare in reparto. Non se ne esce…Mandano in rianimazione ortopedici, ginecologi, vanno bene tutti. I rianimatori sono pochi, quindi ogni medico è necessario. Però farsi curare una polmonite da un ginecologo o da un ortopedico non è proprio garanzia di successo. Prendono infermieri che non hanno esperienza o che arrivano dagli ambulatori dove prima facevano i prelievi, li sbattono in terapia intensivo, con un carico emotivo fortissimo , con i pazienti che muoiono tra le loro mani. Bombe da cannone. E qualcuno non ce la fa e si suicida(n.d.s. cita il caso di due infermiere, una di Jesolo e una di Monza, che si sono ammazzate perché erano convinte di aver diffuso involontariamente il virus a parecchi pazienti, poi morti)..Non c’è niente di eroico nel non riuscire a fare il proprio lavoro per mancanza di mezzi e di personale, per mancanza di ossigeno e di morfina”.

Capito di cosa stiamo parlando?

Altro che Stato salvifico che ci protegge dal capitalismo pandemico che provocherebbe le epidemie e dalle case farmaceutiche!

Altro che Unione Europea “matrigna” e Germania egoista, indifferente e spietata che non rispetta le sofferenze dell’Italia, così duramente e inspiegabilmente colpita dal Fato avverso. Quella Germania, poi, che, partita molto dopo di noi, grazie alla sua abbondanza di medici e di reparti di terapia intensiva, grazie ai tamponi celermente avviati a tappeto, grazie a tutt’altra struttura statale e burocrazia annessa, oggi ha una mortalità meno di un decimo di quella italiana e un ventesimo di quella lombarda. E senza dimenticare che, mentre il governo italiano sulla carta decide numerosi interventi economici a favore di milioni di persone ad un passo dal lastrico e però dopo un mese né i cassa-integrati né i lavoratori autonomi hanno visto un euro, la “crudele Germania” non solo ha deciso rimborsi e sostegni ben superiori ai nostri ma soprattutto li ha erogati seduta stante.

Come può un apparato statale e burocratico come quello italiano pretendere rispetto e copiose concessioni economiche dagli altri Paesi, quando non è nemmeno capace di difendere il proprio personale sanitario mandato alla sbaraglio, quando lascia morire migliaia di anziani reclusi in case di riposo, o abbandonati soli nelle proprie abitazioni, o quando neanche un mese dopo aver varato i provvedimenti di sostegno economico è stato capace di dare un soldo a milioni di persone che magari scamperanno al virus ma non alla distruzione di tutti i propri lavori e attività?