Se tornassi indietro sceglieresti di essere infermiere?

Se tornassi indietro sceglieresti di essere infermiere?

Il dilemma che ci assale tutti i giorni quando montiamo o smontiamo dal lavoro.

“Qualunque decisione tu abbia preso per il tuo futuro sei autorizzato, e direi incoraggiato, a sottoporla ad un continuo esame, pronto a cambiarla se non risponde più ai tuoi desideri” (Rita Levi Montalcini). Una citazione che mi piace molto in quanto credo sia rappresentativa del tormento che molti vivono e che, se ben interpretata, possa spingere chiunque ad una riflessione.

Negli anni, in ognuno di noi, possono insinuarsi dei dubbi che mettono in discussione le nostre scelte ma, quando il dilemma scespiriano dell’essere o non essere ci attanaglia, indubbiamente, la risposta richiede un lavoro più complesso.

Molto spesso capita di imbattersi nella lettura di alcuni post  sui vari social network o articoli “sfogo” di alcuni colleghi, perlopiù giovani neolaureati, che rimpiangono la scelta fatta, le energie e i sacrifici impiegati per raggiungere questo traguardo.

C’è forse un mito sulla figura dell’infermiere che viene presentata durante il percorso accademico e che inevitabilmente, quando giunge il momento di imparare a camminare da soli, si scontra contro un muro di realismo e teoria?

Da quando ho iniziato a fare questo lavoro ho avuto la fortuna di esercitare in varie realtà, di aver conosciuto tanti colleghi e in molti infermieri ho sempre riscontrato un po’ di insoddisfazione.

Alla domanda: “se tornassi indietro rifaresti questa scelta?” molti infermieri hanno risposto istintivamente e seccamente “No”, altri hanno ridimensionato la risposta aggiungendo

 “No, così no!”.

Spontaneamente mi sono chiesta: “ Cosa vuol dire così no?”.

C’è qualcosa in questa macchina della sanità odierna che spinge gli infermieri ad annichilirsi? Cosa fa vacillare le nostre certezze?

Sarà forse il fatto che talvolta non esistono gratificazioni e riconoscimenti? In fondo, anche se è necessaria una certa predisposizione all’empatia, all’ascolto e all’umanità, siamo pur sempre professionisti e non missionari.

Sarà che la carriera per un infermiere, in Italia, è quasi inesistente, specie per chi persegue la strada della clinica o della ricerca?

Sarà che il rapporto tra responsabilità e retribuzione non è equo rispetto agli altri Paesi Europei?

Sarà che si parla di rinnovi contrattuali, competenze avanzate, di raggiungimento di grandi traguardi ma di fatto, nelle corsie degli ospedali, gli infermieri sono sempre interscambiabili? Più di altre professioni, diciamocelo.

Sarà che, a volte, l’insoddisfazione del paziente dovuta spesso a problematiche organizzative, mette in dubbio il nostro operato e questo ci rende un po’ frustrati?

Sarà che, frequentemente, nonostante le specializzazioni  le aziende ci relegano in alcune unità operative per anni al fine di rispondere ad esigenze aziendali?

Nasciamo come “tutto fare” ma ognuno di noi ha un proprio essere e una strada professionale che intende seguire. Sarebbe un nostro diritto e un nostro dovere applicare le competenze acquisite e mettere a disposizione le nostre conoscenze per un’assistenza di qualità.

Sarà che non bastano i gruppi, le associazioni di infermieri a rendere il gruppo di professionisti più numeroso delle professioni sanitarie ad aggregarsi, ad unirsi per vincere le più grandi battaglie?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un’evoluzione progressiva e coinvolgente sotto tutti i punti di vista, un cambiamento più teorico che pratico; come se qualcuno avesse premuto il tasto forward, tutto si fosse accelerato e noi non avessimo avuto abbastanza fiato per correre così velocemente.

 Forse non eravamo pronti? Ci abbiamo creduto troppo o troppo poco in questo cambiamento?

Colleghi voi cosa ne pensate? Se tornaste indietro, scegliereste di essere infermieri?

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