Physician Assistants: arriva il Super-Infermiere, che sbarca a Milano, ma è polemica.

Arriva il Super-Infermiere: sbarca a Milano, ma è polemica. Intervengono AIRLI e AIFeC.
Arriva il Super-Infermiere: sbarca a Milano, ma è polemica. Intervengono AIRLI e AIFeC.

Intervengono l’Associazione Regionale Lombardia Infermieri e l’Associazione Infermieri di Famiglia e di Comunità.

Continua la discussione rispetto all’introduzione in Italia del cosiddetto Physician Assistant, ovvero del Super-Infermiere, la cui figura è stata introdotta nei giorni scorsi in Lombardia. Tutto è scaturito da un servizio scritto dalla collega Marta Bravi sul quotidiano “Il Giornale” in cui annuncia l’avvento nel nostro Paese di questa nuova professionalità, ovvero di Infermieri (e non Infermieri Professionali come si legge nel servizio – ndr) che dotati di formazione specifica possono sostituire il Medico in vari ambiti assistenziali. Ora arriva la missiva delle associazioni infermieristiche ARLi e AIFeC che puntualizzano il loro punto di vista sulla questione.

La lettera di ARLI e AIFeC.

L’Associazione Regionale Lombardia Infermieri (ARLI) e l’Associazione Infermieri di Famiglia e di Comunità (AIFeC) si sentono chiamate a ribadire, a seguito della lettura dell’articolo del 3 aprile 2019 de “Il Giornale” nel quale è citata la figura dell’Infermiere, che dalla Legge 42 del 1999 è un professionista sanitario autonomo e non più ausiliaria del Medico, dotato di una propria disciplina scientifica, di una propria organizzazione ordinistica, di un proprio profilo professionale, di un proprio codice deontologico e di formazione post-laurea di livello medio e avanzato.

“Ci rammarica quindi, ancora una volta, veder presentare l’infermiere come colui in grado di svolgere “quelle mansioni per cui non serve una particolare specializzazione o preparazione”, meglio specificate più avanti come “compiti di routine o ad alta riproduttività”. Siamo motivati a ribadire che anche durante la “semplice” somministrazione di una compressa vi è un atto di grande responsabilità determinato ad esempio dalla conoscenza della farmacologia e del quadro clinico della persona che si assiste in quel momento” – spiegano ARLI e AIFeC.

“Ci soffermiamo, in particolare, sulla definizione di un teorico infermiere “ultra specializzato”, inteso come una figura infermieristica potenziata dall’ acquisizione di “operazioni di routinebasiche o amministrative”, mutuate dalla figura medica con lo scopo di alleggerirne il carico di lavoro. Invece sosteniamo da tempo, insieme alla CNAI (Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermieri) e ad ICN (International Council of Nurses), uno sviluppo della professione infermieristica che sia non solo verticale, ovvero mirato all’acquisizione di competenze specialistiche, ma anche orizzontale, attraverso l’espansione dei ruoli che la professione infermieristica già assume. Ne sono un esempio le direzioni di sviluppo seguite dai Master di I e II Livello, la Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e i Dottorati di Ricerca. Alcuni di questi percorsi formativi permettono all’infermiere già ora di ricoprire anche ruoli di dirigenza all’interno del SSN (Servizio Sanitario Nazionale). Infatti, è ormai una realtà la presenza di infermieri nella dirigenza socio sanitaria degli ospedali nazionali e anche nella docenza dei corsi di Laurea in Infermieristica.

L’introduzione del Physician Assistant, il cosiddetto super-infermiere, come citato nell’articolo, è di per sé un’idea fittizia, che nasconde dei vizi di forma e di significato. Questa figura, che nasce negli USA e poi verrà introdotta anche nel modello anglosassone, ha come curriculum formativo una formazione di stampo medico e non infermieristico. Nel mondo anglosassone (ma non solo), come ormai noto, gli infermieri specializzati (wound care nurse, diabetic nurse, pain nurse etc) hanno una maggiore autonomia e un riconoscimento professionale dato dall’acquisizione di conoscenze e competenze specifiche che gli permette di rientrare in inquadramenti contrattuali diversi. Inoltre la contrattazione collettiva nazionale inglese prevede la differenziazione della categoria infermieristica in 5 fasce retributive, dal band 5 al band 9, mentre in Italia, ad ora, questo tipo di riconoscimento contrattuale non esiste tanto quanto una copertura assicurativa adeguata a questo tipo di figura.

Tutto ciò avviene nonostante gli infermieri italiani già svolgano in molti contesti funzioni avanzate a servizio dei cittadini e per la sostenibilità del nostro sistema di welfare: l’ultimo esempio in ordine di tempo riguarda la figura dell’Infermiere di Famiglia e Comunità, sul cui ruolo (imprescindibile di fronte alle nuove sfide nella prevenzione e nella cronicità) si è svolto proprio ieri un seminario a Torino, a cui hanno partecipato rappresentanti del consiglio regionale e delle università piemontesi e non solo.

In merito alla carenza del personale medico, pensiamo sia utile e corretto considerare anche alcuni dati. Secondo il rapporto OCSE, Health at a Glance Europe 2018, l’Italia è nona su 35 paesi per il numero di medici ogni mille abitanti, ovvero la proporzione tra infermieri e medici, che nell’area OCSE è in media di 2.87, in Italia si ferma a 1.4 con un trend in discesa rispetto ai precedenti rapporti. Al contrario il numero di infermieri per mille abitanti in Italia è di 5.6, tra i più bassi rispetto ai paesi considerati nel rapporto, ovvero il nostro paese si pone a sette posti dal peggiore (il Messico con 2.9) e ben lontano dalla media OCSE di 9.4.

Questi ed altri dati ci permettono di fare alcune importanti considerazioni sulla nostra realtà italiana e lombarda. Auspicare la formazione di una figura alternativa, un “super-professionista” (ci chiediamo “super” rispetto a quale parametro), in un panorama di carenza della presenza della figura infermieristica in tutte le realtà assistenziali, non farebbe che aggravare il problema e incrementare il divario rispetto agli altri paesi OCSE.

Riteniamo perciò opportuno, con questo comunicato, ribadire l’importanza per la salute della popolazione italiana e lombarda delle responsabilità che l’infermiere si assume quotidianamente con competenza e accountability, ovvero il rispondere ai bisogni assistenziali di natura sia relazionale, che curativa, riabilitativa e palliativa.

La professionalità dell’infermiere non può e non deve essere demandata ad altre figure meno qualificate, senza che ciò comporti una ricaduta negativa in termini di salute per la popolazione.

Ciò che con tono dispregiativo viene nell’articolo definito come “burocrazia” è in realtà la documentazione dell’assistenza erogata, che ciascun professionista sanitario redige per il suo ambito di competenza: pur non essendo il core value del professionista, è un elemento necessario per una buona pratica clinica e per garantire la sicurezza della persona assistita.

Ci auspichiamo che la professionalità dell’infermiere non sia più sottoposta a questo trattamento da parte dei mezzi di comunicazione, al fine di non compromettere il rapporto che tutti i giorni, durante le attività di cura, gli infermieri costruiscono con i loro assistiti.

 

ARLI – Associazione Regionale Lombardia Infermieri

AIFeC – Associazione Infermieri di Famiglia e Comunità

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