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Infermieri: tra stereotipi e modelli incompiuti nell’arte cinematografica.

Infermieri: tra stereotipi e modelli incompiuti nell’arte cinematografica.

Studio sull’Infermieristica sul grande schermo: tra stereotipi e modelli incompiuti nell’arte cinematografica. Ricerca pubblicata da FNOPI. Ecco tutti i film da vedere.

La dimensione dell’infermieristica relativa all’essere e all’agire professionale è il risultato di un’evoluzione che rimane ancora poco riconosciuta. Da un punto di vista epistemologico l’infermieristica è arte in quanto si concretizza nella relazione con l’altro, scienza perché la pratica si costruisce sulle fondamenta del sapere, etica in quanto l’infermiere si occupa dei problemi di salute perseguendo il bene della persona, ed infine estetica perché attraverso l’assistenza si manifesta la bellezza della professione, dove anche una gestualità apparentemente semplice trova senso nella complessità del prendersi cura (Bulechek et al., 2014; Parafati, Balestreri, 2013; Zanotto, 2011).

Qui in alto il film “Gli Infermieri della Mutua”.

Il valore di tali aspetti dipende anche da un altro tratto tipico dell’estetica, ovvero la visibilità pubblica, ciò che suscita nell’osservatore l’apprezzamento e nel professionista il riconoscimento della propria immagine sociale. Attualmente l’infermiere vive un riconoscimento ridimensionato, non congruente con i livelli di responsabilità che gli sono propri. Il dualismo del significato etica/estetica vuol fare riferimento a un profondo concetto di essenza/apparenza della professione: essenza per ciò che la contraddistingue come disciplina, apparenza in relazione a come viene percepita nei luoghi dove agisce quotidianamente, che spesso si configura in base all’influenza esercitata dai mass media (Gradellini et al., 2013).

Tra questi il cinema, che già a partire dai suoi esordi non è solo occasione di svago ma assume anche una funzione pedagogica, capace in momenti storici cruciali di indirizzare il pensiero collettivo con strategiche modalità propagandistiche (Diodato, Somaini, 2011; Angelucci, 2009).

In Italia, dal dopoguerra, si diffonde una ricca produzione cinematografica, con momenti di crisi sul finire del secolo scorso. Attualmente il cinema si è trasformato perché sono cambiati i luoghi di fruizione: non più solo la sala di proiezione, ma anche la casa attraverso la televisione e le nuove tecnologie, aumentando le possibilità di accedere al cinema come mezzo di espressione e di comunicazione (Bertetto, 2012).

È stato quindi avviato uno studio allo scopo di comprendere come il cinema, che rimane a tutt’oggi un importante strumento di comunicazione accessibile ad ampie fasce di popolazione e di tutte le età, abbia presentato la figura dell’infermiere attraverso il tempo, verificando quanto abbia o meno promosso una percezione realistica della professione.

L’infermiere attraverso il cinema.

Sono stati individuati circa 50 film prodotti tra il 1950 e il 2018 in cui è presente la figura infermieristica, identificati attraverso la consulenza dell’Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio, la collaborazione di una studente del Corso di Scienze dello Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, nonché la consultazione della banca dati della Associazione Cinematografica “La dolce Vita”, dedicata ai film italiani prodotti dal 1930 al 2018. Si è scelto di includere solo film di produzione nazionale, in quanto la figura infermieristica italiana si ritrova spesso sovrapposta a profili di Paesi differenti, alimentando aspettative distanti dalla reale funzione professionale. Si sono quindi selezionati i film che narrano storie di infermiere/infermieri, protagonisti di un racconto che mette al centro della vicenda ciò che li contraddistingue nell’esercizio della propria professione.

Nella filmografia italiana dal dopoguerra in poi si riscontrano solo 3 film con protagoniste delle infermiere, e non di produzione recente. Il campione quindi si è definito includendo film in cui il personaggio infermiere/infermiera fosse presente almeno in una intera sequenza, ovvero in un insieme di scene che esauriscono un episodio narrativo compiuto, senza una rigida continuità spazio temporale, chiaramente riconoscibile nell’esercizio professionale e/o munito di divisa identificativa, affinché fosse descritta compiutamente e non solo accennata la narrazione dell’immagine infermieristica (Bertetto, 2012; Rondolino, Tomasi, 2011).

Si è ottenuto così un campione più ristretto di film (Tabella 1), ricercando in ciascuno la tipologia di immagine proposta e rapportandola a modelli congruenti o a stereotipi identificati in letteratura (Mengozzi, Pennacchioni, 2010; Gordon, 2009; Nelson, Gordon, 2009; Conti, 2005; Ferns, Chojnacka, 2005; Hereford, 2005):

  • stereotipo di genere – la professione infermieristica considerata appartenente al genere femminile;
  • mission vocazionale religiosa – la professione infermieristica svolta sia da personale religioso che laico, ma in entrambi i casi su base di una scelta di totale dedizione caritatevole di servizio;
  • ruolo ancillare/ausiliario – la professione infermieristica sottoposta al medico;
  • infermiera sexy – la professione infermieristica associata a un’immagine erotica;
  • infermiere maldestro e/o scansafatiche – infermiere poco identificabile professionalmente ma descritto come un factotum, privo di una preparazione specifica;
  • infermiere reale – la professione infermieristica compatibile alle competenze di natura tecnica, relazionale, educativa e organizzativa in base alla fase del processo di professionalizzazione che il film descrive da un punto di vista temporale.

Queste immagini sono le stesse indicate dagli infermieri italiani su cui pesano stereotipi professionali, snaturati da rappresentazioni che si sono radicate nel collettivo, e che rivendicano una visibilità e interiorizzazione sociale più adeguata alla propria realtà ontologica ed identitaria (Papa et al., 2013; Stievano et al., 2012; Lattarulo, 2011).

Tabella 1 - Film analizzati.
Tabella 1 – Film analizzati.

Risultati.

Dall’avvento del cinema post-bellico l’immagine infermieristica narrata è di genere femminile e compare all’interno di trame melodrammatiche tipiche degli anni Cinquanta e Sessanta.

Il film “Anna” (1951) e “Il momento più bello” (1957) sono tra i rari esempi che narrano storie dove le vicende hanno come oggetto l’essere infermiere, rivelando in entrambi i casi competenze professionali reali e sovrapponibili all’identità infermieristica del tempo. In particolare al film “Anna” fu riconosciuto il valore documentaristico rispetto alle scene girate all’interno della struttura ospedaliera (Babini, 2012; Mereghetti, 2008).

https://www.youtube.com/watch?v=NJ7dzohfaHQ

Qui in alto il film “Anna” (1951).

Qui in alto il film “Il momento più bello” (1957).

Le produzioni successive si sono ispirate a questi film e hanno rappresentato soprattutto l’aspetto più vocazionale religioso, relegato a brevi narrazioni all’interno di vicende variegate, come nel film “L’angelo bianco” (1955), dove la protagonista viene confortata da un’infermiera religiosa. Tale stereotipo è una rappresentazione reiterata in diversi film italiani: durante la guerra la nascita del Corpo delle Infermiere Volontarie della CRI contribuì alla laicizzazione della professione, tuttavia l’appellativo suora o sorella come modalità di identificazione dell’infermiera continuerà ad essere utilizzato per nobilitare la professione (De Vecchis, 2015).

Nel film “Umberto D” (1952), appartenente al filone del Neorealismo, un pensionato cerca per la disperazione di convincere una suora infermiera a tenerlo in ospedale. Accanto ad un aspetto umano emerge una figura di religiosa che all’interno dell’ospedale è in grado di influenzare le decisioni, così come avviene nel “Il medico della mutua” (1968), dove un gruppo di suore aiuta il dottor Tersilli nella sua carriera medica.

Alberto Lattuada, regista di “Anna”, dedica un’altra opera alla vita di un’infermiera: si tratta di “Bianco rosso e” (1972). Narra la vicenda dello scontro/incontro tra una suora infermiera e un uomo che occupa abusivamente un posto letto. In questo caso viene proposta una figura qualificata che sfuma il ruolo ancillare del medico, ma il film fu molto criticato indicando come inopportuna l’eccessiva attraenza della protagonista (Masi, Lancia, 2001).

L’immagine della religiosa tende a scomparire nei film successivi, di pari passo con il processo di laicizzazione della professione e nel film “Io speriamo che me la cavo” (1992) compare uno degli ultimi esempi di questo stereotipo. In un affollatissimo ospedale un maestro si scontra duramente con una suora infermiera per costringerla ad assistere la madre di un suo alunno. In realtà il film non fa una critica mirata alla professione infermieristica, ma offre una riflessione su un sistema sanitario disorganizzato che crea disagi ai cittadini (Cascone, 2006).

Lo stereotipo dell’infermiera sexy è tipico degli anni Settanta, quando si diffuse un genere di commedia che diede il via al diffondersi di luoghi comuni legati a situazioni equivoche, spaziando dalla dimensione comica a quella erotica. Questo filone ha utilizzato la figura infermieristica descritta come persona sensuale e disinibita, in grado di risvegliare l’inerzia maschile. Si discosta dall’immagine dell’infermiera religiosa devota tipica degli anni Cinquanta, privilegiando il successo del botteghino a discapito della qualità dei contenuti. Infatti il genere è stato catalogato da molti critici come cinematografia di serie B, pur ottenendo una diversa rivalutazione in tempi successivi (Uva, Picchi, 2006).

L’infermiera nella cinematografia comica degli anni Settanta riveste un ruolo di protagonista, presenta il camice bianco sotto al quale esibisce una lingerie che è in grado di far breccia nell’immaginario del personaggio paziente, ma anche nello spettatore, così come avviene nel film “L’infermiera nella corsia dei militari” (1979). Questo genere comico rientra però in un filone teso a prendere in giro varie categorie (l’infermiera, il medico, l’insegnante, la suocera, il militare), con una sceneggiatura articolata in modo tale da strappare una risata, mutuando la commedia teatrale degli equivoci e rimanendo anche in anni più recenti. Un esempio è il film “Niente può fermarci” (2013), dove l’infermiera sexy e provocante è dipinta con i toni estremi della commedia all’italiana, in un registro che però coinvolge tutti i personaggi della vicenda.

A questo genere appartengono anche altri film italiani che sono stati individuati tra quelli che hanno avuto come protagoniste vicende di infermiere (Stanley, 2008): “L’infermiera” (1975), “L’infermiera di mio padre” (1975) e “L’infermiera di notte” (1979). Questi film narrano un’immagine infermieristica che ruota attorno alla sensualità della donna, senza conferire al suo essere infermiera un giusto riconoscimento, aspetto che continua ad avere un suo peso all’interno di un gruppo professionale che vuole liberarsi definitivamente di una spirale di preconcetti inadeguati e invalidanti (La Torre, Cleri Bellotti, 2016; Martellotti, 2005).

Qui in alto il film “L’Infermiera di notte”.

La figura infermieristica maschile, se presente, è collocata sullo sfondo di scene di contesto ospedaliero/sanitario: nel film “Gli infermieri della Mutua” (1969, foto di apertura del servizio) il professionista narrato svolge varie mansioni, da quelle di tipo sanitario a quelle burocratiche, non discostandosi da un profilo di infermiere generico del tempo.

È con gli anni Settanta e Ottanta che compare più frequentemente l’infermiere uomo, anche se relegato ad una funzione di sottoposto tutto fare, con un’immagine non congruente con i riferimenti della L. 124/1971. Nel film “C’eravamo tanto amati” (1974) uno dei protagonisti è un ex partigiano che lavora in un ospedale romano: in diverse sequenze è identificabile il suo ruolo infermieristico che oscilla tra il tutto fare (come autista di ambulanza, come portantino, come operatore di corsia) e la sua insofferenza di sottoposto ad una caposala suora.

Nel film “Un sacco bello” si insiste su uno stereotipo di immagine infermieristica maschile scansafatiche, che temporeggia nel prestare assistenza ad un malcapitato. Dello stesso anno è anche “Caffè Express”, in cui in una sequenza la figura infermieristica esordisce carica di aspettative, per poi confluire in un modello incompiuto di infermiere portantino.

Del 1980 è anche “Delitto a Porta Romana”, in cui sono presenti diverse sequenze ambientate all’Ospedale Niguarda di Milano: l’infermiere Enrico Vitucci ha grande umanità ed è un professionista competente, narrato mentre prepara un apparecchio gessato, mentre assiste una partoriente, mentre si presta a giocare a carte con un degente. La tendenza che caratterizza la filmografia di questi anni e di quelli successivi è tuttavia caratterizzata dalla marginalità della competenza professionale, confondendo il bravo infermiere con l’infermiere buono.

Nel film “In barca a vela contromano” (1997) la figura dell’infermiere Carlo coinvolto in una vicenda di vendita di posti letto è narrata in una costante ottica di riabilitazione personale, in quanto umano e capace di comprensione dello star male dei propri pazienti.

Dopo il 2000 le differenze sfumano e la professione infermieristica compare nelle rappresentazioni cinematografiche sia di genere femminile che maschile. Un esempio è il film “Ribelli per caso” (2001), in cui la figura infermieristica è narrata nella contrapposizione di due professionisti: un infermiere poco abile, esecutore, non attento ai bisogni dei pazienti e una caposala empatica e competente tanto da rappresentare un modello che i pazienti sublimano nella loro richiesta di ‘infermieri come Maria e non come Enzo’.

Nel film “Questioni di cuore” (2009) il personale medico e infermieristico viene presentato durante un intervento di rianimazione cardiopolmonare, dove sono sfumati genere e ruoli professionali ed emerge la drammaticità del tentativo di salvare una vita. Durante la parte ambientata in ospedale si sottolinea il rischio dell’istaurarsi di un rapporto più confidenziale tra i pazienti e un infermiere, che diviene addirittura oggetto di un tentativo di scherno, riuscendo tuttavia a gestire i malati impertinenti senza inciampare in una relazione simmetrica, mantenuta negli opportuni spazi professionali. Questo stesso film valorizza le competenze infermieristiche, ma scade nello stereotipo dell’infermiera seducente che ha con uno dei due protagonisti una liaison amorosa.

Il film “L’aquilone di Claudio” (2016) narra la storia di un infermiere, padre di un adolescente disabile. Diverse sequenze ospedaliere presentano il protagonista mentre svolge il proprio lavoro o mentre prepara il setting per un addestramento. Il film insistite maggiormente sull’aspetto umano di questo professionista verso pazienti e colleghi, proponendo un’immagine che si contraddistingue soprattutto per le competenze relazionali, relegando le altre alla funzione di accenni sullo sfondo del dramma di due genitori che affrontano la malattia rara del figlio.

Discussione.

Il cinema rappresenta storicamente un mezzo che nel tempo si è trasformato da strumento di propaganda a luogo di incontro, con funzione divulgativa ed educativa, diffondendo varie conoscenze che non sono dirette ma mediate dal mezzo stesso. La rappresentazione cinematografica degli infermieri italiani è raramente protagonista delle vicende, spesso è una figura sullo sfondo a cui viene dedicata poca attenzione nel mostrare le diverse competenze, senza considerare i cambiamenti di ruolo che ha avuto all’interno del sistema dei servizi per la salute.

Da un’analisi selezionata della filmografia italiana emergono stereotipi e/o modelli incompiuti relativi alla professione infermieristica e, tra questi, uno che caratterizza la cinematografia già a partire dal primo dopoguerra è lo stereotipo di genere, ovvero l’immagine infermieristica associata alla figura femminile. Solo successivamente, negli anni Settanta e Ottanta, la cinematografia propone l’infermiere uomo, spesso narrato come maldestro, scansafatiche o factotum, senza una specifica formazione, bravo perché buono.

Un altro stereotipo che tutt’ora pesa sull’immagine dell’infermiera è quello relativo ad una rappresentazione sexy/seducente tipica degli anni Settanta, che la ritrae senza conferirle il giusto riconoscimento.

Infine uno stereotipo che viene ampiamente rappresentato è quello dell’immagine infermieristica legata ad una mission vocazionale e religiosa, tipica degli anni Cinquanta e Sessanta, che permane come aspetto nobilitante della professione, comunque relegata nel ruolo ancillare della figura medica.

Gli stereotipi descritti risultano maggiormente reiterati nella cinematografia più datata, tuttavia anche nei film più recenti la narrazione del ruolo infermieristico rimane spesso imprecisa, sottostimata e distante dal corrente status professionale.

Conclusioni.

L’attuale identità infermieristica è il risultato di un’evoluzione professionale che riguarda aspetti e significati profondi: vi è un essere e un agire professionale, coniugati con la rilevanza del prendersi cura, che si concretizza nell’incontro con la persona e il suo bisogno di assistenza. Attualmente accade che la figura infermieristica sia accompagnata da una scia di contraddizioni, modelli incompiuti e stereotipi, che ne determinano la percezione a livello collettivo e il cinema, rappresentando un fondamentale mezzo di comunicazione e divulgazione, può influire sulla percezione dell’immagine dell’infermiere.

Il peso degli stereotipi non è solo un problema sentito dal gruppo infermieristico italiano, ma è considerato anche a livello internazionale, dove si sta investendo molto per implementare un’immagine corretta della professione, lavorando su proposte e strategie che possano contribuire a dare una rappresentazione il più possibile positiva e reale (Gordon, 2009).

A tal fine si possono considerare due livelli di intervento: uno relativo ad un piano individuale e uno inerente il gruppo professionale, attraverso l’azione degli organi di rappresentanza della categoria. L’infermiere deve prima di tutto mostrare ciò che è e ciò che lo contraddistingue come professionista a tutti gli effetti, attraverso l’interazione con il paziente (Ketchem, 2016; Ross-Kerr, Wood, 2011).

Infatti etica/estetica-essenza/apparenza sono funzionali a quello che l’infermiere dimostra nel proprio agire quotidiano, nell’incontro con le persone che, facendone esperienza diretta, vivono e interiorizzano un’immagine positiva e reale della professione. Inoltre il gruppo professionale deve finalizzare lo sforzo già in atto perché gli infermieri possano collocarsi ai diversi livelli di responsabilità, per contribuire ad orientare le politiche e lo sviluppo del sistema sanitario (Zanotto, 2016).

I cittadini devono conoscere questo ruolo, perché spesso ignorano le competenze avanzate, come anche il fatto che esista una dirigenza infermieristica, mentre grazie all’attribuzione di queste responsabilità l’infermiere può assicurare e farsi garante di valori fondamentali come il rispetto e la dignità del malato, impiegando in modo equo e adeguato le risorse. C’è chi sostiene che la categoria infermieristica debba maggiormente proporre sé stessa attraverso i mass media, trasformandoli in terreni di comunicazione, discussione e confronto, rendendo così visibile la professione per mezzo di una trasmissione appropriata della propria identità. Una conseguenza di questo tipo di intervento è una divulgazione e un’interiorizzazione di un’immagine sociale degli infermieri forte e libera da preconcetti, stereotipi e/o modelli incompiuti. Di riflesso si può assistere ad un cambiamento nella cinematografia, stimolata a raccontare la professione così come il pubblico la conosce e ha imparato a conoscerla nei luoghi di cura, divenendo un efficace mezzo di divulgazione pedagogica, come è stato fin dai suoi esordi.
Esistono esempi di cortometraggi che parlano della professione infermieristica, realizzati da infermieri italiani con lo scopo non tanto di contrastare gli stereotipi, ma di proporre le immagini positive della professione e congruenti all’attuale realtà ontologica. Nel 2013 negli Stati Uniti è uscito un film interamente dedicato alla professione infermieristica dal titolo “Nurses. If Florence could see us now”, diretto da Kathy Douglas, regista e anche infermiera, con l’obiettivo di far conoscere come siano realmente gli infermieri. Questi esempi dimostrano che l’impegno del gruppo professionale di diffondere attraverso i mass media la vera essenza identitaria infermieristica possa rappresentare un investimento utile, senza escludere la possibilità di comprendere anche l’ambito cinematografico.

Autori.

Lo studio è stato realizzato da Vincenza De Santis (1), Silvia Caccia (2)

    1. Tutor CdL in Infermieristica, Università degli Studi di Milano, sede ASST Valle Olona – Busto Arsizio (MI);
    2. Infermiera, Ospedale MultiMedica – Castellanza (VA).

Corrispondenza: vincenza.desantis@unimi.it

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