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Qual è il rapporto tra la Professione Infermieristica e l’Antropologia? Studio sulla parola: tra ascolto capace e suo intrinseco significato.

La relazione con la persona è alla base delle professioni d’aiuto. Quella dell’infermiere è una di queste professioni. La sofferenza e la malattia spesso sono accompagnate dal dolore e dalla deturpazione non solo del proprio corpo, ma anche del proprio stato sociale. Per entrare in contatto con la persona occorre adottare una “postura” di ascolto capace di “agganciare” non solo le parole dell’altro, ma anche il significato intrinseco che esse contengono.

L’antropologia medica si introduce in questo deserto comunicativo che spesso assorda con il suo silenzio le nostre relazioni interpersonali d’aiuto. Spesso le persone che richiedono il nostro aiuto e il nostro operato professionale provengono da culture differenti dalla nostra, spesso lontane dalla concezione occidentale di salute. Allora come operatore potrò avvalermi della consulenza antropologica per “mettermi in risonanza” con il soggetto e poterlo conoscere nel profondo. Siamo sempre stati portati a vedere l’antropologia come una disciplina umanistica lontana nello spazio, che indaga mondi a noi distanti. Oggi l’antropologia è sempre più urbana e studia i contesti di cura per agevolare l’operatore nella relazione.

L’organizzazione dei nostri servizi rappresenta -o in gergo antropologico “narra”- essa stessa la nostra concezione di salute. I sistemi di cura, gli itinerari, le norme scritte e non rendono etnocentrico il nostro operato e il nostro pensiero inconsciamente. Ecco è qui che scatta la scintilla dell’antropologia, che ci aiuta a prendere il posto dell’altro non tanto empaticamente quanto più culturalmente, per poterlo aiutare come lui desidererebbe. L’esperienza etnografica cerca qualcosa di inatteso, qualcosa che al contempo bisogna saper vedere senza cadere nel tranello dell’essenzialismo (che suddivide in categorie preconfezionate le diverse tipologie di cultura).

Questa scienza sociale ci aiuta a metterci in contatto “familiare” con le persone fornendo un approccio peculiare e un contributo unico alla nostra professione. Per osservare con nuovi occhi bisogna però conoscersi. Allora attraverso l’interpretazione occidentale della salute si pososno comprendere sia ruoli socialmente attesi sia l’organizzazione dei nostri servizi; infatti ruoli e servizi sono silenziosamente etnocentrici. Questo etnocentrismo culturale è un’ “retroterra” da dover conoscere per poter colmare le distanze con l’altro.

Sappiamo dagli studi antropologici che il nostro mondo è strutturato da uno speciale insieme di rappresentazioni e di modelli della realtà. Così anche il corpo umano entra in una cornice tangibile che manifesta la propria identità sociale e personale. Quando il corpo si muta con la malattia allora ci parlerà dei significati di dolore, di sofferenza, di vita. Gli antropologi individuano tre definizioni di malattia, tutte di lessico anglosassone: disease, sickness, illness.

Intendiamo il disease come malattia occidentalmente individuata, come una disfunzione patologica dell’organismo. Con una dimensione altamente oggettiva che si traduce in una biologizzazione dell’essere. Questa particolare definizione di malattia è ben visibile nei nostri servizi sempre più incentrati sull’oggetto di studio sia esso il cuore, lo stomaco o i reni. E così vedremo nascere unità operative di cardiologia, gastroenterologia o nefrologia. Non guarderemo la persona ma coglieremo solo gli aspetti disfunzionali di essa e del proprio organismo. Il corpo allora sarà inteso come una entità biologica materiale. Potremo oggettivare ogni lesione o disfunzione, scindendo la malattia dalla persona ed isolandola da essa. Questo stratagemma riduzionistico porta a grandi risultati in termini di successo: se curo il cuore, allora la persona è sana.

Concepiamo la definizione di sickness all’interno di una visione più ampia della malattia. La malattia sarà allora una pura esperienza soggettiva, interpretabile attraverso l’esperienza narrativa. Il corpo è dunque un soggetto e non più un oggetto di studio scisso dalla persona. L’atteggiamento della persona e come essa interpreterà la malattia divengono oggetto di studi nei primi anni ’90 del secolo scorso. La scuola medica di Harvard cercherà di diagnosticare attraverso l’interpretazione del soggetto. La persona allora narrerà la propria esperienza di malattia attribuendole un significato proprio.

La definizione di illness sarà tensione verso l’altro in senso sociale e storico attraverso la dimensione culturale. Viene metaforizzata la malattia che non è solo disfunzione biologica o esperienza personale. La malattia è innanzitutto un’esperienza personale. La persona parlandoci della malattia, inconsciamente ci parlerà di sé: di come la sua sofferenza e i suoi problemi hanno avuto origine. Sarà possibile allora aiutare l’altro solo comprendendo la storia della sua vita e il linguaggio culturale. Sarà possibile ascoltare il proprio corpo e conoscersi attraverso interpretazioni e spiegazioni. Curare la malattia sarà possibile nel miglior modo solo ascoltando l’esperienza che la malattia stessa crea nell’altro.

L’antropologia propone un approccio interpretativo della malattia. Studiosi del calibro di Good e Kleinman propongono sistemi di rappresentazione come modalità di interpretazione della malattia; Good considera ogni condizione di malattia attraverso dei significati. Tale astrazione si chiama semantic illness network, ogni transazione clinica è potenzialmente interpretativa. Lo stato di malessere viene interpretato attraverso una rete di significati sociali, culturali oltre che personali. Kleinman si è dedicato all’indagine sui sistemi di rappresentazione: per lo studioso non solo l’interpretazione del medico si discosta da quella del paziente, ma anche l’interpretazione culturale della malattia ha impatto sul suo trattamento.

Attraverso il riconoscimento dell’esistenza di un’influenza da parte dei fattori culturali nel nostro operato di sanitari potremmo non annullare questo schermo ma arricchirci all’interno della relazione, toccando con l’altro la sua vera elaborazione della malattia e del corpo. L’aiuto terapeutico sarà orientato all’ascolto giungendo a quello Good e Del Vecchio Good definiscono therapeutic emplotment.