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Infermiere di Sala operatoria: chi è e di cosa si occupa.

Infermiere di Sala operatoria: chi è e di cosa si occupa.

Intervista a Fabio Albano, infermiere di sala operatoria, web-writer, scrittore e tra i massimi esperti italiani del settore. Come fare carriera in questo ambito specifico dell’assistenza?

L’Infermiere di sala operatoria è un professionista serio e preparato che continua a formarsi e ad informarsi per tutta la vita, sia nell’ambito pubblico, sia in quello privato. Scopriamo questa figura assieme al collega Fabio Albano, veterano nell’ambito, uno dei pochi ad aver lavorato nel pubblico, nel privato e nel privato convenzionato. A nostra avviso rappresenta il punto di riferimento nazionale per chi volesse intraprendere il suo stesso percorso professionale, fatto di tanti ostacoli, ma anche di tante soddisfazioni.

Ci conosciamo da quando dirigevo un altro quotidiano sanitario e posso testimoniare che sei uno degli Infermieri italiani più esperti nell’ambito della sala operatoria. Come si diventa così preparati? Qual è il tuo segreto?

Ciao Direttore; in effetti sono una decina d’anni che ci si conosce. Prima di iniziare, permettimi di ringraziarti per avermi invitato a fare questa bella chiacchierata.

"Credo che dopo 35 anni di sala operatoria sia normale essere un Infermiere esperto", Fabio Albano.
“Credo che dopo 35 anni di sala operatoria sia normale essere un Infermiere esperto”, Fabio Albano.

Credo che dopo 35 anni di sala operatoria sia normale essere un Infermiere esperto. Sai ricordo i miei primi anni di sala quando, per esempio, l’elettrobisturi era a valvole e c’era ancora chi non lo usava, quando i respiratori erano meccanici e davano certe “botte” sul torace e quando gli operati non venivano monitorati. Ebbene queste, come altre condizioni, mi hanno fatto capire quanto sia importante la clinica, ancora oggi che la tecnologia è diventata preponderante.

Fabio Albano, intervistato da Assocarenews.it.
Fabio Albano, intervistato da Assocarenews.it.

Dopo circa vent’anni di letto operatorio, quando ancora ero ospedaliero, sono stato dedicato al coordinamento, praticamente una nuova professione. Sai essere un buon Infermiere di sala o un buon Strumentista, non significa assolutamente diventare un bravo Coordinatore. Certo l’esperienza maturata come Infermiere di sala e/o strumentista mi è stata molto utile per l’organizzazione e la pianificazione dell’attività chirurgica. Ma quando mi è stato chiesto di dedicarmi al coordinamento ho dovuto studiare e studiare e studiare ancora. Oltre il Master in coordinamento e management delle professioni sanitarie. Sono partito dallo studio delle prime Raccomandazioni Ministeriali, passando attraverso l’approccio sistemico e le NTS. Ho avuto il privilegio di poter “sfruttare” le competenze e la disponibilità alla trasmissione del sapere di un paio di amici Psicologi con importanti competenze sulla sicurezza in sanità. Ancora oggi, ogni tanto, mi capita di chiedere il loro aiuto.
Quindi nessun segreto, solo la voglia, tanta, di essere sempre sul pezzo….

Per diventare un bravo Infermiere di sala operatoria quale percorso deve seguire un giovane collega neo-laureato?

In qualsiasi professione la differenza la fa la cura del particolare. Quindi anche noi Infermieri di sala, per risultare dei bravi professionisti dobbiamo arrivare a curare il particolare. Per giungere a tanto bisogna impegnarsi molto, sempre e comunque, anche nei momenti difficili, anche quando tutto pare remarti contro. Dobbiamo essere curiosi, molto curiosi. Dobbiamo essere umili e imparare ad apprendere. Ma soprattutto, e qui ti dico una cosa che potrebbe essere in contro tendenza con lo stato attuale della nostra professione, comprendere che la sala operatoria non è un luogo di soli tecnicismi, ma è un luogo dove si può costruire un percorso di relazione con il Paziente. Come? Semplice, a partire dall’accoglienza in sala e dallo sviluppo del SIGN IN nella CHEK LIST per la sicurezza. Sono sufficienti pochi minuti per sviluppare un rapporto con l’operando, facendogli comprendere che per noi lui o lei non sono solamente un’ernia o una varice. Non sono solo la parte “guasta” del lor corpo. Noi dobbiamo imparare a valutare il Paziente in maniera olistica. Bisogna pensare alla sala operatoria come una parte del tutto, dove per tutto s’intende l’intero percorso peri operatorio. Concludo, in nuce dobbiamo essere curiosi, molto curiosi e possedere una grande passione per il nostro agire professionale quotidiano.

Di cosa si occupa l’Infermiere in sala operatoria e perché è così importante la sua presenza in un ambito assistenziale così specifico?

"Immaginare una sola seduta operatoria senza Infermieri risulta, almeno al momento, pura follia", Fabio Albano.
“Immaginare una sola seduta operatoria senza Infermieri risulta, almeno al momento, pura follia”, Fabio Albano.

Caro Direttore, la nostra importanza in sala è data dalla nostra polivalenza. Provo a spiegarmi: noi Infermieri ci occupiamo dell’allestimento della sala, della preparazione del materiale dedicato agli interventi, dell’eventuale rifornimento, stiamo al tavolo operatorio, siamo accanto all’Anestesista nelle fasi cruciali del volo, decollo e atterraggio, siamo responsabili di tutte le fasi del ricondizionamento del materiale sterile, siamo i redattori della Check List per la sicurezza in sala operatoria, e sicuramente qualcosa mi sto dimenticando. Ora capisci bene che immaginare una sola seduta operatoria senza Infermieri risulta, almeno al momento, pura follia. Noi non siamo importanti, siamo fondamentali.

Rischio clinico, approccio sistemico all’assistenza e Non Technical Skills: sono le tue tre passioni che ti rendono differente da tutti gli altri colleghi. Allora sei proprio in super-infermiere?

Vedi Direttore, io non ho particolari pregi, anzi ho un sacco di difetti che sto ancora combattendo. Ricordo che noi Infermieri di sala operatoria in tutta Italia siamo qualche decina di migliaia, quindi non svolgiamo un lavoro impossibile. Nessuno di noi è un eroe o un super uomo. Ti dirò di più, l’idea che esistano persone considerate super mi spaventa e mi proietta in una dimensione di pericolo e di paura. Come ti ho detto poc’anzi la differenza tra un vero Professionista e uno che cerca di stare a galla sta nella curiosità! Essere curiosi significa non fermarsi mai, accettare il cambiamento e anzi a volte esserne il promotore. Io, in tutti questi anni, ho avuto la fortuna di conoscere Professionisti favolosi che mi hanno aiutato nella crescita ontologica e professionale. Da alcuni Colleghi più grandi ho appreso, oltre le competenze tecniche, il rigore e la necessità di una morale che non è mai statica ma muta con il variare dei tempi. Da alcuni amici Psicologi ho imparato l’importanza dell’approccio sistemico in un mondo complesso come quello della sanità; non solo, ho pure fatte mie alcune competenze non tecniche necessarie e complementari allo sviluppo e all’applicazione di quelle tecniche. Sai tutto ha avuto inizio nei miei primi anni da Coordinatore, mi sono quasi subito reso conto che fare il Coordinatore rispettando le esigenze dei Pazienti, dei Colleghi e dell’Azienda significa una responsabilità e una complessità che non avevo mai compreso prima. All’inizio mi sono dedicato allo studio del Rischio Clinico, in seguito quando le idee in merito mi si sono fatte più chiare, ho iniziato a domandarmi quali strumenti avevo a disposizione per l’applicazione delle regole dettate, per esempio, dalle Raccomandazioni Ministeriali. Da li ho capito che dovevo ribaltare i concetti primari che mi avevano impostato nella professione e nella vita privata. Stavo imparando che la sanità non è un sistema lineare, cartesiano causa ed effetto, ma un sistema complesso dove il tutto è più della somma delle sue parti. Insomma un meraviglioso viaggio che mi ha portato allo studio delle N.T.S. e che a oggi non è ancora terminato.

Nella tua lunga carriera sei stato dipendente di strutture pubbliche e di strutture private. Attualmente lavori per una azienda sanitaria convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale. Quali sono le differenze sostanziali tra i tre ambiti di cura? L’Infermiere è considerato un professionista alla stregua di altri o hai notato delle diversità di trattamento e considerazione tra le tre strutture?

Credo di essere l’unico Infermiere genovese che ha attraversato tutte e tre le realtà della sanità nazionale. dal 1980 al 2012 sono stato Infermiere in un ospedale pubblico, dal 2012 al 2018 ho lavorato presso una casa di cura privata e da ottobre 2012 sono a lavorare presso un’azienda convenzionata con la regione Liguria anche per la chirurgia a bassa complessità, in regime di day surgery. Dal 1985 in sala operatoria e dal 2007 con il ruolo di Coordinatore.

"Esistono delle notevoli differenze tra i tre approcci alla sanità", Fabio Albano.
“Esistono delle notevoli differenze tra i tre approcci alla sanità”, Fabio Albano.

Esistono delle notevoli differenze tra i tre approcci alla sanità. Nel pubblico vi è ancora troppa poca attenzione alla specificità Paziente. Al Paziente nella sua interezza. Si parla molto di olistica, ma a oggi non ho ancora visto porre le basi affinché questa condizione da teoria si trasformi in qualcosa di concreto. Affermazione questa molto pesante, me ne rendo conto, ma che sta diventando innegabile. Pensa alle carenze di organico e alle conseguenze che questa condizione pone. Pensa a cosa succede nei nostri P.S. Ma non solo, fa un sondaggio tra i Colleghi e chiedi loro quanto tempo hanno a disposizione per chiacchierare con il Paziente? Ti pare poco, ti pare una perdita di tempo stare in conversazione pochi minuti con chi è ricoverato? L’’ospedale azienda non può funzionare perché le aziende hanno la necessità di chiudere il bilancio in attivo. La sanità pubblica è un carrozzone di burocrazia, e di tempi morti che poco hanno a che fare con il benessere organizzativo e/o con il ben stare nei luoghi di cura. Ti dico di più, sarebbe interessante intervistare i Colleghi ospedalieri, all’uscita dal servizio, e chiedere loro come è stata la giornata lavorativa. Avrei risposte sempre indirizzate a un malessere lavorativo costante.

Però attenzione a leggere questa mia disamina come una critica verso i professionisti della salute, sarebbe una lettura intellettualmente misera e disonesta. Ho cari amici che lavorano nel “Pubblico” e che mi raccontano delle difficoltà professionali quotidiane. A loro va tutta la mia stima umana e professionale.

L’esperienza nella sanità privata è stata interessante perché mi ha ricondotto a un approccio con il Paziente che stavo dimenticando; un approccio soft, condito dalla personalizzazione del mio ruolo. Sono riuscito a far si che la Check List per la sicurezza in sala operatoria diventasse non solo strumento garante della sicurezza del Paziente, ma pure motivo di dialogo con lo stesso. Ti porto un esempio: avevo istituto la prassi che all’accoglienza dell’operando in sala, l’Infermiere dovesse presentarsi fornendo le proprie generalità. Mi pare il minimo. Sai noi sappiamo tutto del Paziente, quasi sempre lui ignora chi gli sta di fronte. Almeno in sala operatoria.

Differente quest’ultima mia esperienza nella sanità convenzionata. Anche per il ruolo che rivesto. Non solo Coordinatore del B. O. ma Responsabile del percorso chirurgico del Paziente. Gran bella esperienza questa mia ultima. Sono chiamato a un ruolo di garanzia, della qualità e della sicurezza dei Pazienti in tutti i passaggi del loro percorso peri operatorio; dal momento del loro arruolamento in day surgery, quindi nella considerazione dei criteri di inclusione, al pre-ricovero, alla fase chirurgica vera e propria, al post operatorio sino a giungere alla dimissione e alle prime giornate di convalescenza. C’è un cosa di cui vado molto orgoglioso in questa mia nuova esperienza: è il rapporto che si instaura con gli operati, dato anche dal fatto che io li contatto telefonicamente 24 ore dopo l’intervento per sapere le loro condizioni e lascio loro il numero del mio cellulare aziendale in modo da potermi telefonare in caso di problemi o quesiti non clinici. A questo modo si pongono le condizioni per un rapporto di fiducia costante con i Pazienti e questo diventa un volano positivo. Ma tutto ciò è reso possibile dalla volontà aziendale di garantire sicurezza e qualità percepita e non. Sai noi siamo la prima azienda sanitaria privata ligure a cui è stata concessa la convenzione chirurgica seppur per la sola day surgery. Siamo quindi un progetto pilota, ed essere chiamato a fornire il proprio contributo in merito è si un grande onore, ma pure una grande responsabilità.

Parliamo un po’ di Fabio Albano: chi sei e cosa ti appassiona oltre alla scienza e alla pratica assistenziale?

Caro Direttore sono un uomo di 59 anni sposato da 32 e con un figlio di 30 , e una nuora a cui voglio molto bene. Il lavoro mi ha sempre portato via molto tempo e ha sempre condizionato il mio umore. Ti consiglio, eventualmente, la prossima intervista di farla a mia moglie, sarebbe molto precisa e dettagliata nello spiegarti il suo alto grado di sopportazione nei miei confronti. Battute a parte, credo di essere una persona semplice che si accontenta di poche cose. Le mie passioni, sostanzialmente sono tre: la lettura, termometro del mio stato d’animo e nella scelta dell’autore e nella quantità di tempo dedicato; il camminare, mi piace passeggiare per l’appennino genovese e scoprire l’entroterra di Genova che ti assicuro è magnifico! Ma anche girare per i “carruggi” e le “creuze” di Genova. Riesci a scoprire angoli di città altrimenti sconosciuti. La mia terza passione sarebbe scrivere. Ma scrivere è un esercizio difficile che richiede molto tempo e molta concentrazione. In questi ultimi 10 mesi, per esempio, sono riuscito a dedicare poco tempo e spazio a questo mio desiderio, impegnato, come sono stato , nella mia nuova attività professionale. Conto di rifarmi in seguito…

Per finire sei autore di un volume sull’assistenza infermieristica in sala operatoria. È il tuo testamento o solo l’inizio di una serie di pubblicazioni?

Sinceramente non è stato il mio testamento e non so se sarà l’inizio di una serie di pubblicazioni. Però ti posso dire che in animo ho il desiderio di scrivere una testimonianza di come era la sanità nei miei primi anni di attività, diciamo dal 1977 al 1980, anno in cui mi sono diplomato Infermiere. Magari legando le mie personali vicende professionali a ciò che erano, in quel periodo, Genova, l’Italia e il mondo. Ce l’ho in testa da un po’, chissà prima o poi riuscirò a concretare questa mia idea. Ah, dimenticavo che un altro libro l’ho scritto e da tempo sto aspettando la risposta di una casa editrice per l’eventuale pubblicazione. Naturalmente, anche quest’altra mia fatica, è legata alla sala operatoria. La ritenzione del materiale estraneo nel sito chirurgico. Ti saprò dire se mai sarà pubblicato.

Direttore, permettimi di chiudere questa nostra chiacchierata, con un piccolo inciso se vuoi anche polemico: vorrei, prima di diventare obsoleto, vedere riconosciute pari condizioni e meriti anche a noi Infermieri che non lavoriamo in ambito pubblico. Anche noi portiamo il nostro contributo al benessere delle persone, e poi oramai tanti nostri giovani colleghi sono costretti a lavorare a partita IVA. Ebbene ritengo sia giunto il momento di trovare adeguato riconoscimento anche in ambito istituzionale. La nuova contestualizzazione della sanità invita a una riflessione circa i destini della nostra professione, che non possono più trovare ambiti di decisione solo nella parte pubblica del nostro agire professionale. Sarà la grande sfida dell’Infermiere 2.0. Ridare agli Infermieri, tutti, pari dignità professionale. Ancora grazie per la piacevole conversazione.

Grazie a te.

Dott. Angelo Riky Del Vecchio

Dott. Angelo Riky Del Vecchio

Nato in Puglia, vive e lavora in Emilia Romagna, Giornalista, Infermiere e Scrittore. Già direttore responsabile di Nurse24.it, attuale direttore responsabile del quotidiano sanitario nazionale AssoCareNews.it. Ha al suo attivo oltre 15.000 articoli pubblicati su varie testate e 18 volumi editi in cartaceo e in digitale.

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