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Infermieri Indiani in Italia: la storia d’amore e di vita professionale di Sijo e Minamol.

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Ecco la storia d’amore e di professione di Sijo e Minamol, Infermieri Indiani in Italia e da qualche tempo anche marito e moglie.

Sono ambedue Infermieri e oggi sono anche marito e moglie, con tanto di prole al seguito. Sijo e Minamol raccontano il percorso che li ha portati a Milano, al Policlinico San Donato. Molti colleghi potrebbero seguire il loro esempio dopo l’annuncio del ministro della Salute, Orazio Schillaci, di possibili accordi con Paesi extraeuropei, come l’India, per reclutare personale e fronteggiare la carenza di infermieri. La loro storia è narrata dai colleghi dell’Adnkronos.

L’arrivo in Italia nel 2009.

Sono arrivati dall’India in Italia a fine 2009, giovanissimi, lui poco più che 25enne, lei 22enne. E in Italia hanno trovato lavoro come infermieri, si sono conosciuti e innamorati ‘in corsia’, e hanno messo su famiglia. Sijo e Minamol George oggi hanno 3 figli, due femmine e un maschio – età 8, 6 e 3 anni – e raccontano all’Adnkronos Salute il loro percorso di vita che li ha portati, terminati gli studi di infermieristica e accumulati 2-4 anni di esperienza in ospedali del loro Paese, a lasciare il Kerala, Stato nel Sud dell’India in cui sono nati e cresciuti. Destinazione: Lombardia. Un salto nel vuoto all’inizio, spiegano, perché in Italia non conoscevano nessuno. Una storia, quella della coppia che, in un futuro prossimo, potrebbe diventare quella di tanti altri colleghi indiani, dopo l’annuncio del ministro della Salute Orazio Schillaci di guardare ad accordi con l’India per reclutare personale a fronte della cronica carenza di infermieri in Italia.

Partiti da zero.

“Siamo partiti da zero”, racconta sorridente Sijo, che adesso ha quasi 40 anni e più di un decennio di esperienza lavorativa alle spalle. Anni trascorsi quasi totalmente al Policlinico San Donato (che ha sede alle porte di Milano, a San Donato Milanese ed è l’Irccs cardiovascolare del Gruppo San Donato), dove oggi lavora in un reparto molto delicato, la Terapia intensiva cardiochirurgica adulti. Sua moglie Minamol, invece, lavora con i bambini nella Terapia intensiva cardiochirurgica pediatrica. In un ospedale che è un riferimento a livello internazionale per il cuore.

Si sentono fortunati.

“Siamo fortunati – spiega Minamol, oggi 36enne – perché lavoriamo in un ospedale importante, perché siamo stati accolti a braccia aperte e dobbiamo ringraziare i colleghi per il supporto che ci hanno dato in particolare all’inizio. Ci hanno aiutato tantissimo e l’ambiente lavorativo è bello e molto avanzato”. In Italia i George hanno trovato impiego “attraverso un’agenzia di lavoro, ‘JOB Just on business’, con sede a Milano. Era un periodo in cui, come oggi, c’era carenza di infermieri qui. E negli anni, oltre un centinaio di colleghi indiani sono arrivati in strutture della Lombardia, in particolare, e di altre regioni del Nord. Anche adesso, dopo la pandemia di Covid, l’agenzia sta agevolando la collocazione di altri infermieri dall’India e da altri Paesi”. Questa agenzia, tiene a precisare Sijo, “non chiede soldi agli infermieri per il reclutamento. A pagare questi servizi sono le strutture che hanno bisogno che venga selezionato personale per loro. Lo dico perché ci sono tante agenzie che in India stanno chiedendo soldi ai colleghi, oltre a essere retribuite dalle strutture”.

La loro storia.

Come si diventa infermieri in India? Ci sono due percorsi di studio, diploma e laurea. “Uno prevede 3 anni di studio e tirocinio, l’altro 4 anni e tirocinio. Il riconoscimento del titolo in Italia è oggi possibile se hai almeno 4.600 ore di teoria e pratica”, dicono. Quando Sijo e Minamol sono approdati nel nostro Paese hanno seguito il percorso standard per avere il riconoscimento del titolo e, ricorda Minamol, “poi bisognava sostenere un esame” in quelli che allora – prima degli Ordini attuali – erano i collegi territoriali Ipasvi, per iscriversi all’albo”.

Occorre velocizzare l’assunzione di Infermieri stranieri in Italia.

Oggi, sulla scia della necessità di velocizzare in tempi di Covid l’inserimento di personale sanitario anche straniero, e più di recente con il decreto Milleproroghe, è prevista la possibilità di svolgere la professione temporaneamente in deroga alle vigenti norme sul riconoscimento delle qualifiche professionali. “Senza iscrizione all’albo – spiega Sijo – serve solo il riconoscimento dalla regione competente. Questo sarà valido fino al 31 dicembre 2025”.

Lavorano oggi al San Donato.

Tornando alla storia dei coniugi George, entrambi, dopo aver ultimato il percorso del riconoscimento del titolo, hanno fatto il colloquio con Tiziana Fiorini, che è la direttrice Sitra (Servizio Infermieristico Tecnico Riabilitativo Aziendale) del San Donato. Minamol è stata la prima ad essere assunta a tempo indeterminato. Poi Sijo che, dopo una brevissima parentesi a Bergamo, è tornato al San Donato e da allora è sempre rimasto in questo ospedale. La difficoltà più grossa che hanno dovuto superare? “La lingua”, dicono in coro.

Un Corso di Italiano prima di sbarcare nel nostro Paese.

Prima di arrivare in Italia entrambi hanno frequentato un corso di italiano, per avere una base. “E’ questa la parte più difficile – ammettono – La nostra lingua è molto distante dall’italiano. E’ più facile ovviamente parlare inglese per noi e quindi spesso la prima scelta è andare in Paesi anglofoni. Abbiamo scelto l’Italia per imparare da un punto di vista tecnico, per la cultura, la tradizione”. “Noi studiamo e facciamo pratica in India, ma andare in un Paese estero – spiega Minamol – ti permette di accumulare esperienza e crescere. Sicuramente alle persone che come noi si formano in India piacerebbe andare fuori per lavorare”. E c’è senz’altro anche la motivazione economica. “In India – spiega Sijo – gli stipendi sono più bassi, guadagniamo più o meno 300-400 euro al mese, e andare all’estero offre una migliore opportunità”.

Provengono dal Paese più popoloso al mondo.

“Il nostro Paese di origine – continuano i due professionisti – è molto grande, ha superato la Cina per numero di abitanti, è la nazione più popolosa del mondo e ci sono tanti infermieri, ben formati”, elenca Sijo. “C’è una buona scuola, ci sono tanti ospedali – aggiunge Minamol – e ogni infermiere ha un numero di pazienti inferiore da seguire, quindi può dedicare molta attenzione, assistenza e cura”. L’intenzione della famiglia George è di restare in Italia a lungo, per ora. “I nostri figli amano vivere qui, hanno i loro amici, essendo nati qui l’India per loro è come un altro mondo. A noi manca tanto la famiglia, ma in Italia stiamo bene, siamo ben integrati, e non ci sono mai capitati episodi di discriminazione o razzismo. Il rapporto con i pazienti è sempre stato buono e senza problemi nel complesso. Il nostro consiglio a chi vuol venire in Italia a lavorare in strutture sanitarie è di studiare l’italiano prima di partire. Per imparare ci vogliono almeno 4-6 mesi. Noi oltre al corso fatto prima di arrivare, abbiamo continuato a studiare anche in Italia”.

Un grazie sincero a Schillaci.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci, conclude Sijo, “fa bene a guardare all’India” e a valutare, insieme tutte le opzioni, anche la possibilità di aver professionisti da quest’area per ridurre le carenze, come da lui prospettato nei giorni scorsi. “Perché gli infermieri che si formano nel nostro Paese sono bravi – assicura Sijo – L’unico punto è la lingua. Occorre avere la possibilità di impararla. Solo questo. E ai colleghi dico: avendo una base di conoscenza dell’italiano potete venire qui senza paura”. Sicuramente, chiosa Minamol, “troverete una buona fortuna. Per noi è stato così”.

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