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Alla base dell’emigrazione infermieristica forzata una disoccupazione paurosa nel nostro Paese. Il flusso di massa verso Inghilterra e Belgio, poi anche verso Spagna, Svizzera e infine Germania dal 2012 ad oggi.

Parte ufficialmente nel 2012 in Italia un fenomeno sconosciutoai più: l’Emigrazione Infermieristica. I colleghi italiani, stanchi di attendere un posto di lavoro nel nostro Paese, decidono di recarsi dapprima in Inghilterra, poi in Belgio, Spagna, Svizzera e Germania. Pochi hanno scelto la Francia o gli USA, pochissimi le missioni in Africa o in America Latina o le ricche terre araba come il Qatar.

Negli ultimi due anni l’esodo di massa verso l’Inghilterra, complice anche la Brexit, si è ridotto sensibilmente a favore della Germania. A reclutare Infermieri Italiani per l’estero apposite società pubbliche e privare di recruitment.

Da uno studio di AssoCareInformazione.it, in collaborazione con AssoCareNews.it, emerge una verità impressionante: circa 7000 Infermieri Italiani risiedono attualmente all’estero in Paese europei ed extra-europei. Il 55% di loro è in carriera e non pensa di tornare in Italia nel prossimo futuro. Il 30% attende l’esito di chiamate da concorsi nel nostro Paese, mentre il 15% risulta indeciso.

Ecco quanti Infermieri Italiani lavorano/risiedono all’estero:

Dallo studio è emerso che sono circa 7000 gli Infermieri Italiani residenti/operanti all’estero (dati riferiti al dicembre 2019):

  • Gran Bretagna – Irlanda (Inghilterra): 3988;
  • Germania: 2033;
  • Belgio: 288;
  • Spagna: 203;
  • Francia: 48;
  • USA: 47 (per lo più ricercatori);
  • America Latina: 19 (per lo più in missioni e in centri di accoglienza per migranti e disadattati);
  • Africa: 18 (per lo più in missioni e in centri di accoglienza per migranti e disadattati);
  • Terre arabe: meno di 8 (per lo più in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti);
  • Altri Stati esteri: meno di 20.

Qui di seguito riportiamo un servizio del collega Luigi D’Onofrio, tra i primi a prendere la valigia e a scegliere la strada inglese. Lui è uno dei massimi esperti del settore e tra i fondatori dell’Italia Nurses Society (INS).

Il sodalizio gestisce anche il portale ufficiale della comunità infermieristica italiana in Gran Bretagna e Irlanda. L’INS si propone di essere una guida ed un punto di riferimento informativo unico per tutti i Professionisti Infermieri (Italiani e non solo) che decidono di intraprendere una carriera Oltremanica.

La comunità è nata inizialmente sui social, grazie anche all’attivismo di Luigi D’Onofrio (che è stato tra i principali relatori di un apposito convegno organizzato dal gruppo AssoCare in quel di Matera nell’autunno 2017) e successivamente evoluta in un portale, si pone anche l’obiettivo di essere un tramite tra Infermieri Italiani all’estero e le Istituzioni italiane e britannico-irlandesi.

L’emigrazione “al contrario”: perché gli infermieri italiani tornano dal Regno Unito?

di Luigi D’OnofrioItalia Nurse Society

L’emigrazione all’estero è un fenomeno che ha coinvolto la categoria infermieristica italiana solo negli ultimi 5 anni, avendo come meta preferenziale dapprima il Regno Unito e poi, nell’ultimo biennio, la Germania, a seguito delle incertezze sul Brexit. Proprio in ragione di ciò, in Gran Bretagna, dopo il periodo d’oro del periodo 2014/2015, il flusso si è fortemente ridotto e vede ora arrivare in terra d’Albione solo alcune decine di infermieri l’anno, nell’attesa che il Governo britannico e l’Unione Europea decidano come regolare i rapporti sulla circolazione dei lavoratori in entrata ed in uscita.

Di certo, tuttavia, il numero dei professionisti italiani presenti oltremanica è ancora elevato e consiste in alcune migliaia.

Come ogni onda ha il suo reflusso, era logico, al di là del Brexit, attendersi che l’esperienza fuori dai confini nazionali fosse passeggera e che tanti rientrassero, dopo qualche tempo, nel Belpaese. Sarebbe superficiale e grossolano, come purtroppo mi è capitato di leggere in commenti ed articoli pubblicati finora, ridurre però il fenomeno ad una mera nostalgia “de lu paesello mio, col mare lu sole e lu vento”, al richiamo di mamma e papà, oppure al disprezzo per il tè con il latte, la chicken pie e il clima piovoso del Regno Unito (che poi, in fondo, tanto uggioso e freddo non è, visto che quest’estate non è praticamente scesa una goccia d’acqua per tre mesi e si è arrivati a temperature anche di 36 gradi).

La componente psicologico – affettiva è sicuramente importante ed incide pesantemente sulle scelte della popolazione infermieristica emigrata, in particolar modo sui più giovani alla loro prima esperienza, ma non è certamente esaustiva.

Così come anche la riapertura di un concorso pubblico nella propria terra è la classica rondine che non fa la primavera, considerata l’assoluta inadeguatezza degli stipendi in Italia, che rende ancora – ma è un parere personale – economicamente controproducente essere fuorisede entro i confini nazionali, piuttosto che vivere all’estero. Detto da uno che vive a Londra, eh.

Volendo comunque essere schematici, le cause dell’emigrazione “al contrario” possono essere riassunte in quattro macrocategorie.

1) LA CERTIFICAZIONE LINGUISTICA.

La pongo qui, al primo posto, perché costituisce, a mio parere, il più grande ostacolo alla permanenza in Gran Bretagna. Dalla sua introduzione, nel gennaio 2016, le richieste di iscrizione al registro NMC sono crollate del 96% nel solo anno 2016/17, seguite da un ulteriore, drammatico, tonfo dell’87% nel periodo 2017/18. Numerosi analisti, compreso perfino il sindacato RCN, hanno collegato il dato al Brexit, mentre io tendo ad imputarlo ai selettivissimi requisiti richiesti per il superamento del test IELTS, ai fini dell’iscrizione al registro. Un punteggio minimo di 7 in ognuna delle quattro prove dello IELTS è infatti superiore al livello di un madrepatria inglese, che è di 6,9. Non è un caso che, da Novembre 2017, lo IELTS sia stato affiancato dall’OET, specifico per i professionisti sanitari e quindi, almeno sulla carta, più focalizzato sull’attività quotidiana di un infermiere e più abbordabile del primo test, in cui si chiede perfino la ricetta per preparare una marmellata.

Conseguire una certificazione linguistica con il punteggio richiesto dall’NMC non è proibitivo, ma certamente molto complesso. Lavorare nel Regno Unito senza aver superato lo IELTS o l’OET significa dover lavorare per lunghi mesi, anche più di un anno, come HCA, di fatto autodemansionandosi. Quando poi si falliscono una, due, tre prove, magari per un mezzo punto, la demotivazione può sopraffare chiunque.

2) LE INCERTEZZE SUL BREXIT.

E’ un dato di fatto che, ad oggi, i cittadini comunitari presenti dal Regno Unito, per un numero di anni inferiore a quello previsto per richiedere il passaporto britannico, abbiano una sola certezza, dopo il Brexit: dover richiedere il pre-settled status, preliminare alla residenza permanente, una sorta di permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Al di là di questo, gli scenari successivi all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sono avvolti dalla nebbia più fitta, non per quanto riguarda le incertezze sulla domanda di lavoro (quella, anzi, è sempre elevatissima, visto che lo stesso allontanamento degli infermieri europei ha aggravato le già storiche carenze organiche, soprattutto all’interno dell’NHS), quanto sulla stabilità dell’economia britannica.

Trovo comunque insensato che il rientro in Patria sia legato alla percezione di sentirsi “ospiti indesiderati”, come pure ho letto in alcuni editoriali di testate britanniche. Benché limitati (per fortuna) fenomeni di discriminazione, se non di aperto razzismo, si siano verificati ed abbiano coinvolto anche membri della comunità infermieristica italiana, tanto che alcuni centri urbani ed ospedali godono ora di pessima reputazione, il Regno Unito è stato e continuerà ad essere molto più inclusivo, per gli emigrati, della stessa Italia.

3) LE DIFFICOLTA’ LAVORATIVE E DI CARRIERA.

Il sistema sanitario britannico, in particolar modo quello pubblico, ovvero il celeberrimo NHS, non è tutto rose e fiori, anzi. E’ un mastodontico ingranaggio, che può frantumare ogni velleità ed ambizione. Carenze organiche permanenti, causa di turni spossanti e continue richieste di straordinari (peraltro ben pagati); demansionamento (sì, esiste anche quello, anche se molto meno marcato); gerarchie rigidissime; una burocrazia capillare e farraginosa anche per chi, come un italiano, vi è da sempre abituato; mentalità infermieristica devota al protocollo, la policy, talvolta in contrasto, ma giudicata prevalente perfino in rapporto alle evidenze scientifiche, sono i principali “cazzotti” che si riceve in faccia, quando ci si scontra con il nursing britannico. Inutile comportarsi da “italiani” e lamentarsi rumorosamente: manifestare un simile atteggiamento implica solo l’instaurarsi di un conflitto, talvolta insanabile, con colleghi e manager.

Un conflitto che, benché si versi dalla parte della ragione, può costringere ad un allontanamento forzato verso un’altra struttura ospedaliera, poi magari ad un’altra, fino a decidere per un rientro in Italia, maledicendo gli Inglesi, che “non capiscono nulla di infermieristica”.

Per nostra fortuna, l’infermiere italiano è geneticamente dotato di un’innata resilienza, che, nonostante qualche disavventura, gli permette di muoversi agevolmente tra le pieghe del sistema, comprendendone i meccanismi e sfruttandone le infinite opportunità di crescita professionale.

La capacità di adattamento può solo aumentare, tra l’altro, se si è in grado di essere parte di una comunità, che l’associazione Italian Nurses Society si sta impegnando a creare da un anno.

4) LA COMPONENTE PSICOLOGICA.

Va bene, mettiamo pure la ciliegina sulla torta.

Le pressioni del fidanzato/a, di mamma e papà, la nostalgia del paesello e degli amici, ma soprattutto il desiderio di una qualità di vita di cui ancora oggi riusciamo a godere in Italia, a dispetto della crisi economica, sono strattoni che ogni giorno – ogni giorno, credetemi – spingono anche il più motivato di noi a voler tornare nella propria terra. Il calore dei propri affetti non può essere facilmente rimpiazzato, nemmeno dalle ambizioni di carriera. Non è un caso che, nella mia esperienza personale, le coppie presenti nel Regno Unito abbiano prospettive di permanenza assai più lunghe, se non addirittura definitive, di chi invece si è mosso individualmente.

Si sa bene, tuttavia, che il desiderio di rimpatriare viene spesso bilanciato dalle deprimenti prospettive legate allo svolgimento della professione infermieristica in Italia: in parole povere, con uno stipendio di 1.400/1.500 euro mensili, un affitto che ne assorbe di per sé un terzo e prospettive di carriera e specializzazione in pratica azzerate, la decisione di essere “oriundi” è, in partenza, economicamente fallimentare, a meno che non si riesca a vincere un concorso pubblico nella propria città, arrivando così a massimizzare gli introiti (grazie al tradizionale sostegno delle famiglie italiane), ma soprattutto risolvendo il paradosso del tornare in Patria, per essere poi comunque un emigrato.

Più di ogni altra motivazione precedentemente accennata, tuttavia, quella affettiva, proprio per la sua componente irrazionale, è la più rischiosa, in quanto in grado di far propendere per decisioni azzardate, frettolose, prive di un qualunque “paracadute”: in buona sostanza, è proprio quando si ha nostalgia di casa, che si può arrivare a scegliere di tornare, ma senza avere un lavoro.

Salvo poi pentirsene amaramente.