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Infermiera racconta: Mio padre è morto mentre io ero a salvare la gente contagiata agli aperitivi.

Francesca, Infermiera che ha lavorato in Terapia Intensiva Covid19 a Bergamo, racconta una cruda realtà in questa lettera che pubblichiamo.

“Gentile AssoCareNews.it

sono passati mesi da quel 12 maggio in cui mio padre è morto di Covid e visti tutti gli idioti ammassati senza mascherina voglio raccontar loro una storia, la mia.

Da marzo sono stata come tantissimi altri infermieri, medici e lavoratori della sanità, dentro quelle maledette tute. Sudati, stanchi, demoralizzati.

Ci arrivava continuamente gente e continuamente andavano via per andare ad essere bruciati e seppelliti.

Paura tanta, lontananza dalle famiglie e dagli amici ci faceva sentire al muro, uniti ma soli contro un virus che schiacciava le speranze.

Qualcuno si salvava, certo, ma per due che ce la facevano ne morivano 3, 4, 5. A seconda della giornata. Una notte particolarmente brutta un collega ha curato solo il protocollo delle salme, visto che ne sono morti 4 insieme.

Non tutti erano soggetti fragili e c’era ovviamente i cretini che se l’erano presi, dall’anamnesi, per fare aperitivo (o così abbiamo dedotto dalla loro storia, ammettendolo loro stessi all’ambulanza o in pronto).

Mentre ero nelle tute a fare il mio dovere e accudire anche chi il virus se l’era voluto, mio padre si ammalava. I primi sintomi a metà aprile, intubato il 22, morto il 12 maggio.

L’ultima volta che l’ho visto era a cena dai miei genitori a fine febbraio.

E mentre speravo per lui e credevo che potesse farcela, io assistevo i cretini. Senza poterlo vedere, senza poterlo toccare o salutare.

Oggi il virus non è sconfitto e dobbiamo prepararci. Tenete le mascherine, rispettate le distanze. Io in ogni caso ci sarò anche questo autunno ad assistere la gente degli aperitivi.

Mio padre invece, che ha osservato le regole e la quarantena e che forse lo ha preso in quelle brevissime uscite ogni 3/4 giorni per comprare da mangiare, non ci sarà mai più”.