Infermieri Torino: approvato bilancio preventivo all'OPI.
Pubblicità

Omaggio agli infermieri: una bellissima lettera che racconta quanto un infermiere è per le persone che lo circondano.

Gli infermieri sono…sono coloro che mi hanno cresciuto, che mi hanno insegnato a rifare il letto, quello fatto con la piega, come lo fanno loro; a fare l’uncinetto e a ricamare; come ad intrecciarmi i capelli, in quelle belle trecce, dove si iniziano a raccogliere i capelli partendo fin su dalla parte alta della testa, che sembra così difficile, ma poi in fondo è fattibile; o quei loro trucchi come per riuscirsi a lavare i capelli stando a letto, fino a come sapermi fare un’ iniezione da sola. Sono coloro che mi hanno tenuto in caldo il cibo, dal carrello, quando io proprio dall’ospedale sono andata a scuola. O come con quello creare speciali insalate, mescolando quei cibi che si presentano sempre uguali.

Sono i tuoi più fidi compagni, loro sono sempre accanto a te. Coloro che sudano i pomeriggi, le nottate, le giornate con te. Nei loro occhi vi è sempre la verità. Sono coloro che vivono, credono, si scoraggiano, partecipano, soffrono, ridono accanto a te. Sono la carezza più dolce, la coccola, la camomilla nel cuore della notte, o quella ninna nanna che ti accompagna, come anche le rabbie più intense, i sorrisi più veri, gli scherzi più divertenti; sono chi davanti alla durezza di certe circostanze ha preso a calci un comodino, meno male con le scarpe anti-infortunistiche; o chi con gli occhi lucidi di commozione ha ascoltato le parole di una bambina, che a soli nove anni esprime con lucida maturità la consapevolezza che non potrà più camminare; e che al contempo mantengono quella saldezza, anche nelle circostanze più dure e brutte in cui quello che dovevano fare non era facile neanche per loro, a cui ho saputo affidarmi, con quella dolcezza, come umiltà di accettazione, sapendo che, ecco, loro stavano tenendo tenacemente la rotta. Coloro che mi sono accorta essersi addormentati appoggiati su un mio braccio o seduti su di un tavolo, in nottate da monitorare.

Loro conoscono, sanno profondamente cosa è l’impotenza, l’ho colta tanto nel loro sentire. Ma sono anche coloro a cui, davanti a questa ho visto dare la risposta più bella e direi meravigliosa. Con quella loro capacità unica ed incredibile di iniziativa, con cui gli ho visti anche nei modi e nelle circostanze più assurde, creare e generare quella magia, in un ambiente dove appunto ce ne é così tanto bisogno. Sono chi è riuscito a strapparmi sorrisi, ma non solo, anche proprio a farmeli ridere pienamente fino in fondo, magari disegnandomi i baffi e un naso da gatto, mentre mi trovavo in una condizione di immobilità, chiudendo a chiave un medico nella loro stanza; o anche sono chi mi ha svuotato addosso un cartoncino intero d’acqua, dopo che avevo convinto e mandato una bambina a schizzarla.

Sanno sfruttare e valorizzare le risorse, a volte difficili da cogliere o da trovare, anche negli ambienti più desolati o spogli, come possono essere talvolta quelli ospedalieri. Come passaggi segreti nella curiosità di scoprire scale antincendio; l’aver scovato un albero di diosperi in fondo ad un parcheggio, da poterne andare a controllare la maturazione. Chiamare con entusiasmo tutti i bambini sul terrazzo per assistere all’atterraggio dell’elisoccorso; o improntarsi ad una raccolta di more, nascoste in dei cespugli, in fondo al prato, adiacente all’ospedale, la cui marmellata, poi preparata con dovizia da loro, donarmela offerta su una fetta di pane. Ci hanno permesso a noi ragazzi, di imbrattare le pareti dell’intero reparto, nella fiducia di quel grazioso capolavoro che poi ne è effettivamente uscito.

Sono i più fermi mantenitori della regola che mantiene la vita del reparto, ma sanno quando va chiuso un occhio. Per incontri clandestini con quegli amici quadrupedi pelosi, che danno a volte ciò che la medicina non può; o avendomi permesso di passare la notte nel letto di una mia piccola compagna di camera, che lottava duro nella sua guerra per vivere, potendomela così tenere abbracciata, sentendo il suo cuoricino sul mio petto, in momenti intensissimi, potendo io così sentire di sostenerla nella totalità delle mie possibilità. Permettendo così alla vita di fiorire in maniera ancora più bella.

Sono chi ci ha messo tutto del suo, ed impiegato ogni proprio mezzo, nella realizzazione del loro intento. Da chi mi ha permesso, anzi coinvolto ad aiutare a ricoprire con copertine i libri della propria figlia, che avrebbe cominciato la prima elementare. Chi ha condiviso, nel fornirmi un sollievo attraverso una compagnia, in momenti difficilissimi, nella maniera più intima e sincera, ciò che di più bello e prezioso avessero nelle loro vite, raccontandomelo con dolcezza. Da chi in veste di caposala, nel momento che si è verificata la mancanza della possibilità di un trasporto, per una bambina venuta da fuori città, per poter andare a fare un esame importante, ha caricato la piccola con la madre, me compresa, affinché riuscissi ad intrattenerla con giochi e gioia, sulla sua macchina personale, e via a destinazione. Riuscendo anche in questo modo, a portare vita, dove tutto sembra toglierla.

Loro sanno darti quella gioia dell’incontro, sai quando è il loro turno, e li aspetti, perché sai che verranno, per affrontare insieme nuove sfide. La sincera contentezza di vederti, nel più caloroso dei sorrisi, in un centro prelievi, tanto che per un attimo dimentichi del motivo per cui sei andato lì.

Sono i più grandi custodi della vita di ogni reparto, dal sapere magari cosa passano le famiglie fra un ricovero ed un altro, fino alle caratteristiche, stile di vita, difetti, punti di forza di ogni medico che vi lavora, ed ogni svariato aspetto della vita interna ed esterna appartenente ad essi. Sanno esserne i referenti assoluti.

Sono coloro che sanno cogliere quei bisogni, che tanto spesso nei protocolli e la somministrazione di cure e terapie, rimarrebbero tralasciati. Sanno quali sono le tue cose preferite e sanno quando e come fartele trovare. Chi ha saputo mettermi, mentre mi svegliavo, accanto nel letto, una mia adoratissima compagna di reparto, col suo pigiamino disegnato, facendomi sentire una gioia speciale nell’incominciare quella giornata. Come una brioche, proprio con la crema chantilly, sul comodino a darmi il buongiorno. O le mollettine a farfalla, che con quel blu glitterato, risaltavano magnificamente sulla sponda in fondo del letto, del medesimo colore. O chi proprio di mollettine dagli sgargianti colori, magari proprio di una figlia che non le usava più, mi ha cosparso il lenzuolo bianco. Chi ha saputo passarci dalla medicheria, le provette adatte per giocare con le bambine a fare i prelievi alle bambole,ed, improvvisarsi dottore .O chi ci ha fornito le siringhe, quelle grosse, per poterle rendere portentose pistole ad acqua, con cui insieme ad un ragazzino, ci siamo potuti scatenare, sul piazzale davanti all’ingresso, inondato dal sole estivo, in un’intrepida battaglia a spruzzi d’acqua , combattuta in carrozzina, nel colpire la tensione dell’attesa per un intervento agli occhi. Forse il meglio, chi mi ha passato via via, volta per volta, sempre dalla stanza delle medicine, tutto il cotone necessario, per realizzare il mio costume da pecora, di cui ancora vado fiera, con cui ho potuto debuttare e ballare, alla festa di Carnevale organizzata in reparto. Contribuendo ognuno così a potermi far rendere, questa mia vita difficile, che tante volte è come se volesse sembrare una tragedia, quella festa di amore e di vita, come voglio fermamente nel cuore.

Quando non sembrava esserci nulla da poter fare, sono chi mi ha trasmesso quel valore di metterci tutta la dignità ed andare avanti a testa alta, sempre e comunque. Sono chi in una difficile notte dopo un intervento, si è affacciato innumerevoli volte, per trovare ogni modo possibile per ridurre in un qualche modo la sofferenza legata a questo, attraverso un prelievo, contattando il medico; e anche se la soluzione non si è trovata, magari non sa che con quella sua dedita presenza, adornata dalla prontezza di cogliere e rispondere alla battuta, in realtà è riuscito a fornirmi una controparte di sollievo più grande che mai. Sono quella presenza discreta e silenziosa, che si aggira nei corridoi notturni ospedalieri, in punta di piedi, che vegliano su di essi, gettando quello sguardo attento e premuroso. Tu magari fai pure finta di dormire, ma li senti e sai che ci sono.

Anche quando ti lavano o ti imboccano, loro sono i custodi dei più segreti sogni racchiusi nel tuo cuore, e anche mentre fanno questo, ne diventano i più potenti sostenitori. Ridando in bocca, in una neuro-rianimazione, goccioline d’acqua, attraverso una siringa, o tamponando e rinfrescando le labbra con una garza bagnata, quando dopo un intervento con un’ anestesia durata tante ore, non si è in grado di poter bere, loro sempre accompagnano la vita. Ricordo quando durante una notte insonne, un‘infermiera mi ha portato con sé, alla vetrata in fondo al reparto, e mi ha tenuto sulle sue ginocchia, in braccio, fino a vedere spuntare l’alba e sorgere il sole, per ricominciare un nuovo giorno.

Sono coloro che sempre e comunque accompagnano la vita anche quando essa si spegne, ma dandoli poi sempre quel suo valore e significato più pieno. Quando ti addormenti chiudendo gli occhi prima di un’operazione, loro sono lì. I primi che ritrovi al risveglio, dove il primo impatto è sempre quello di sentire ed esprimere la presenza del dolore, e loro sono lì a monitorare il dosaggio della morfina, a proteggetene e ad accoglierti in questo tuo bisogno.

Ecco io vorrei, con queste mie parole, esprimere nei loro confronti, il mio ringraziamento, la mia gratitudine, affinché queste stesse, attraverso queste circostanze attuali, che stiamo attraversando, in tutto il loro sforzo, li possano sostenere con rinnovata forza, ricordandoli che loro sono quel colore quel calore che accanto alla applicazione della tecnica medica, sanno dare poi a questa quel calore di vita, che si esprime nella maniera più bella in queste parole di Abdu’l-bahà:”nell’uomo la vita deve essere come una fiamma che riscalda tutto ciò con cui viene a contatto.”

Si parla magari adesso della desolazione di questa disumanizzazione dell’assistenza a cui nelle circostanze attuali siamo costretti, ecco ma io vorrei dire che, forse la disumanizzazione dell’assistenza purtroppo è altro, e che in tutto questo che sta avvenendo si sta trasmettendo una carica umana così intensa! E che poi è proprio attraverso quello sguardo, che magari adesso diventa l’unico mezzo in cui si sente la possibilità di una comunicazione, che io abbia trovato la forma più profonda e più bella, in cui, in tutti questi anni nei miei rapporti con il personale sanitario siano passati i messaggi più sentiti, più veri e profondi.

Per dare un incoraggiamento a chi magari passa tutto questo, mi viene da dentro il cuore di dire, che ho conosciuto nella mia vita in ospedale, ragazzi, bambini e ragazzine, che hanno passato mesi in rianimazione, quando non avevano neanche più la possibilità di poter parlare, muoversi e che magari hanno potuto comunicare con uno sguardo, con uno sbattere di ciglia, con una dolcezza determinata, in qualcosa che ecco, io forse attraverso queste mie parole, vorrei che potesse essere trasmesso e diventare una forza, che possa accompagnare attraverso tutto questo.

E che là dove quei mezzi che normalmente usiamo per comunicare vengono a mancare, che questo non preclude delle forme in cui ci si può trasmettere comunque qualcosa di così bello e altrettanto completo, perché bambini, ragazzi, che avevano limiti enormi a poterlo fare sono riusciti a darmi e farmi sentire dentro un qualcosa, che seppur avessero potuto avere il cellulare, potendomi fare mille telefonate , mandandomi mille messaggi o qualunque altro mezzo, come anche solo poter pronunciare una parola, credo che non avrebbero potuto farlo in maniera più bella di come sono riusciti.

Vorrei che tutti questi medici ed infermieri che lottano oltre lo stremo, sapessero che in un umanità che magari, per tanti vari aspetti diciamo si stava un po’ ammalando, oltre a tutto ciò che stanno facendo per mantenerci in vita, credo che ci stiano in questo loro dedito e pieno di abnegazione totale servizio che continuano ad offrire, in pieno spirito di collaborazione, all’umanità, in cui vedono e danno quel valore alla vita, che va oltre ogni razza , cultura o qualunque altra forma di distinzione, che poi ecco è il trucco che sa anche quel virus , che sembra che ci vuole vincere , ma poi lui è solo un virus, e quindi noi poi in qualità di uomini, cosa veramente si potrebbe realizzare!!!

Quindi in questo loro combattere in trincea ci stanno offrendo , con il loro esempio, le chiavi più belle tramite cui come umanità ci si possa rialzare e risollevare, acquisendo così anche quegli strumenti, che ci permetteranno di trovare la strada per risolvere anche tante altre questioni che affliggono il mondo.

Se in tutte queste mie parole, magari quei miei Infermieri, così tanti che negli anni mi hanno accompagnato, ci si ritrovassero, sarei felicissima di averli fatto raggiungere la mia gratitudine, che poi però in questo mio messaggio vuole diventare più ampia nell’abbracciare e sostenere tutta quella categoria del personale sanitario, potendo così restituire quella carezza, quel sorriso, quella speranza rinnovata, con cui mi hanno sempre accompagnato, di giorno ed anche soprattutto DI NOTTE

RICOPRENDO DI STELLE

OGNI CIELO PIU’ BUIO

E CHISSA’, ECCO SE, RIUSCENDO A COGLIERE

IL MISTERO

DI QUELLE STELLE

IL CIELO SI POSSA

RINONDARE

PER TUTTI

DI LUCE

Elisabetta