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Francesco Falli (vice presidente OPI La Spezia) ci parla dell’Infermiere del futuro: “lo immagino come un professionista dinamico sempre più al servizio della collettività”.

Continuiamo con le interviste ai personaggi affermati od emergenti dell’Infermieristica italiana. Questa volta facciamo due chiacchiere con l’amico di AssoCareNews.it Francesco Falli (nella foto a destra), vice-presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di La Spezia e stretto collaboratore di Gian Luca Ottomanelli (nella foto a sinistra), tra i più giovani e promettenti dirigenti di OPI nel nostro Paese.

Il presidente Ottomanelli ha preferito dare spazio a Falli, che oltre al suo vice è anche il responsabile delle comunicazioni dell’Ordine spezzino. I due sono grandi amici e vivono il loro ruolo in perfetta simbiosi, tra interscambi di idee e di esperienze da mettere quotidianamente al servizio dei loro iscritti.

Come vedi l’Infermiere tra 10 anni?

Domanda davvero complessa: spero naturalmente di vederlo meglio di adesso, anche se rispetto ai miei inizi, che risalgono al XX secolo, molta è la strada percorsa. Spero che non perda la capacità di essere riferimento prezioso per l’assistito, perché questo è un aspetto già molto attuale, e lo è da tanto.
Anni fa qualcuno nella nostra zona si scandalizzò, perché il nostro Ordine volle evidenziare un aspetto che è sotto gli occhi di tutti: e cioè che, terapie intensive escluse, la sola figura che è presente H24 (Natale compreso) nelle degenze e nelle RSA è l’infermiere. E che è l’infermiere che ha la ”presa in carico”.
Sono fatti, non sono punti di vista, che avrebbero meritato riconoscimenti e maggior considerazione collettiva: spero, questo sì, che grazie anche ai giovani la professione sia capace di proporsi ancor meglio, e ancor più intelligentemente, rimarcando che siamo decisivi nella presa in carico delle necessità degli assisiti. Anche se, qualche volta, mi pare che il concetto sia da ribadire anche con alcuni colleghi, che forse non hanno compreso la complessità del ruolo.

L’Infermiere di domani passa dall’Infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

Se posso, te li elenco in sintesi:

a) migliore percezione del professionista da parte della Società, delle sue responsabilità e del suo agire: su questo tutti dobbiamo essere parte attiva, dalle testate specializzate all’ordinistica, dalle associazioni professionali al collega singolo.
b) rapido riconoscimento – funzionale e contrattuale- delle competenze specialistiche, con reali processi di valutazione delle stesse.
c) possibilità concrete, per chi turna sulle 24 ore, di ”finestre” di uscita dal lavoro, rispetto ai blocchi a suo tempo imposti.
d) lavorare perché le evidenze che ricordano l’importanza del rapporto qualitativo e quantitativo infermiere-pazienti siano veramente rispettate, ed anche per ciò che riguarda altre figure come l’oss per evitare fenomeni quali il burn out o il demansionamento.
e) non è mia materia, ma sarei contento se si arrivasse al riconoscimento economico correlato al rischio; alle responsabilità professionali; al disagio della turnistica.
Perché l’infermieristica deve essere riconosciuta nel suo complesso, economico incluso.
Non è una cosa seria, e ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, che oggi io ricevo per un turno di pronta disponibilità da 12 ore notturne 20,66 euro lorde, mentre nel 1989 mi davano 40mila lire: ripeto, è davvero imbarazzante per tutti, anche per chi sottoscrive certi accordi (ho citato naturalmente il CCNL, escludendo accordi decentrati migliorativi). Ma penso anche ai colleghi della Sanità privata, con contratti in alcuni casi fermi al palo da 14 anni, e resto ancora più basito.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra l’immagine infermieristica e la cittadinanza?

Un mio antico pensiero, che avevo condiviso a suo tempo con professionisti della comunicazione, è in fondo semplice: esattamente come è successo con l’Arma dei Carabinieri, che è passata dalle sciocche barzellette della mia lontana gioventù ad una più corretta e adeguata considerazione, la produzione di alcune serie televisive e fiction dedicate potrebbero aiutare a capire davvero il ruolo di questo professionista.

Uscendo dai consueti stereotipi, dove l’infermiere è quello che riveste un ruolo da gregario, e privilegiando invece i racconti di storie vere: ogni sera, in qualche realtà sanitaria, c’è un infermiere che salva la vita a un suo paziente in arresto cardiorespiratorio e che viene ”ripreso” grazie al suo intervento. Raccontare ad esempio questo (ovviamente non solo questo!) può aiutare a capire chi siamo. Proprio come capita in questa fase emergenziale, quando spieghiamo a vari destinatari (dai docenti agli studenti, agli addetti agli sportelli pubblici) come rispettare le regole igieniche in tempo di Covid, dal distanziamento al valore del lavaggio delle mani, al perché si usa la mascherina: se chi va a raccontare queste cose lo fa con la corretta professionalità, abbiamo un ritorno prezioso in termini di considerazione e di immagine.

A proposito di Covid, se ci pensiamo bene la definizione di ‘’eroi’’ è la dimostrazione che non sempre si hanno le idee chiare sul vissuto della professione, pur comprendendo il trasporto emotivo e la ammirazione di chi ha voluto definire così gli infermieri ‘’sul fronte’’.

Infermieri protagonisti in corsi ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Un ruolo, credo, molto prezioso ed importante: produrre, documentare, firmare un lavoro, cominciando magari a farlo nella propria realtà, revisionando abitudini vecchie magari di decenni, superando concetti classici del ”qui si è sempre fatto così” e proponendo qualcosa di nuovo, per poi arrivare a farlo su platee e contesti più vasti e riconosciuti.

Pochi ricordano che sono stati gli infermieri attivi nelle terapie intensive, già negli ultimi 20 anni del secolo scorso, a mettere in discussione la pratica del ”lavaggio vescicale” ad ogni paziente con catetere, pratica al tempo assolutamente standard- almeno due volte al giorno per tutti- sostenendo invece un ragionamento professionale, finalizzato alle singole situazioni. Ho portato il più banale degli esempi per ricordare che la professione pensa, agisce, costruisce, produce le sue stesse coordinate di azione e, per farlo, la casa più adatta è quella delle associazioni professionali e delle società scientifiche che, un tempo solo riservate alla figura del medico, si sono aperte a molti colleghi esperti e competenti.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

Certamente moltissimo. Qui vorrei dividere in due la replica: sul versante della formazione di base, pochi mesi fa abbiamo assistito all’incredibile tentativo di inserire medici in qualità di responsabili del corso di laurea in infermieristica, con un decreto in pieno caos lockdown, immediatamente ritirato dopo le proteste- qui si evidenzia il valore dell’unione!- di tutte le realtà nazionali che, a vario titolo, si occupano di infermieri e di professione, dalla Federazione degli Ordini all’associazionismo, dai sindacati di categoria alle testate professionali e chi più ne ha, più ne metta.

Ma attenzione, perché quel tentativo resta emblematico, e molto utile a comprendere gli equilibri di potere ed i giochi spesso nascosti ai nostri sguardi: forse il problema non è solo legato alle risorse.

Sul versante di chi già lavora, sempre più il programma ECM si dimostra bisognoso di revisione, penso, perché non sono tanto i 50 o 100 crediti a fare la differenza fra professionisti, ma a quali contenuti essi corrispondono realmente. Come OPI noi a Spezia siamo provider dal 2002, da quando cioè il programma ECM è partito nella sua prima stesura; nel 2013 siamo diventati il primo provider nazionale ”standard” fra gli Ordini di ogni professione sanitaria e crediamo moltissimo in questo nostro impegno, ed eroghiamo molta formazione gratuita proprio perché serve, penso, per dare un senso ulteriore al ruolo dell’Ente stesso.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli Infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine, quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

Giusta osservazione, che riconosce, ad esempio, la inevitabile differenza che esiste fra centri con sedi universitarie e altri che non lo sono. Ma ancora una volta – non ho ricette, in tutta sincerità- penso che chi ha competenza e anche un pizzico di passione può crescere, soprattutto nel nostro tempo attuale dove molto materiale è fruibile in Rete e le esperienze possono essere facilmente trasmesse anche nelle più remote realtà. Non sono le periferie, o le metropoli, a fare la differenza, ma le persone, i professionisti, e naturalmente (ma questo è un discorso molto più vasto e complesso) le condizioni di lavoro, organizzative e di gestione.

Se poi ci riferiamo alle diversità fra Sanità pubblica e Sanità privata, vorrei ricordare che è prezioso collaborare, condividere pezzi di strada: nella nostra piccola realtà la creazione della Consulta della sanità privata ha puntato proprio a includere il maggior numero possibile di colleghi nella formazione ECM e nella partecipazione alla vita professionale.

Mi piacerebbe che si comprendesse davvero che a migliori condizioni di lavoro, sotto qualunque punto di vista, migliora ”a caduta” tutto, dalla qualità dell’assistenza al feeling dei professionisti. Ho partecipato a un lavoro molto lungo, che ho poi riversato in alcuni capitoli del noto ”Calamandrei”, sugli ospedali magnete statunitensi. Una cultura decisamente distante dalla nostra; che pure abbiamo avuto in questo Paese, pur se in settori diversi, persone straordinarie, in materia di benessere organizzativo, quali Adriano Olivetti.

Auguri a tutti, e grazie ancora per l’occasione.

Auguri a lei e al presidente Ottomanelli, continuate su questa strada!