Una sentenza destinata a far discutere e che potrebbe aprire la strada ad altri ricorsi in tutta Italia. Il Tribunale del Lavoro di Messina ha condannato l’Asp di Messina per il demansionamento di sette infermieri dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Taormina, riconoscendo un danno professionale e disponendo un risarcimento economico che potrebbe raggiungere complessivamente diverse centinaia di migliaia di euro.
La decisione giudiziaria riporta al centro dell’attenzione una problematica che la professione infermieristica denuncia da anni: l’utilizzo sistematico degli infermieri per svolgere attività proprie degli Operatori Socio Sanitari (OSS) a causa della carenza di personale di supporto nelle strutture sanitarie.
Infermieri impiegati in attività non previste dal profilo professionale.
Secondo quanto accertato nel corso del procedimento, i sette professionisti avrebbero svolto per lungo tempo mansioni alberghiere, logistiche e assistenziali normalmente attribuite agli OSS.
Attività come il rifacimento dei letti, il trasporto dei pazienti, la gestione di incombenze organizzative e altre funzioni di supporto sarebbero state svolte non in modo occasionale, ma in maniera continuativa e prevalente.
Un elemento che ha portato il giudice a riconoscere l’esistenza di un vero e proprio demansionamento, poiché gli infermieri venivano sistematicamente distolti dalle attività professionali proprie del loro ruolo.
La carenza di OSS non giustifica il demansionamento.
Alla base della vicenda vi sarebbe una cronica carenza di personale di supporto all’interno del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Taormina.
Una situazione che, secondo il NurSind, sindacato che ha sostenuto il ricorso attraverso l’assistenza legale dell’avvocato Bernardo Campo, è tutt’altro che isolata nel panorama sanitario nazionale.
Per il sindacato, molte aziende sanitarie continuano a compensare le carenze di organico utilizzando impropriamente gli infermieri per svolgere mansioni inferiori rispetto alle competenze professionali acquisite attraverso il percorso universitario e l’esperienza lavorativa.
Una pratica che, oltre a mortificare la professione, rischia di sottrarre risorse preziose all’assistenza infermieristica specialistica e alla presa in carico dei pazienti.
Riconosciuto il danno professionale.
Uno degli aspetti più significativi della sentenza riguarda il riconoscimento del danno professionale subito dai lavoratori.
Il Tribunale ha infatti ritenuto che il continuo impiego in mansioni non riconducibili al profilo infermieristico abbia limitato la possibilità di esercitare pienamente le competenze professionali maturate nel corso della carriera.
Secondo il giudice, il demansionamento non ha prodotto soltanto una lesione dell’immagine professionale degli infermieri, ma ha determinato un concreto pregiudizio alla loro crescita e valorizzazione professionale.
Per questo motivo è stato disposto un risarcimento economico pari al 20% della retribuzione percepita durante il periodo contestato, dalla presa di servizio fino alla presentazione del ricorso.
Secondo le stime fornite dal NurSind, l’importo complessivo potrebbe oscillare tra i 300 mila e i 400 mila euro.
Un precedente importante per la professione infermieristica.
La sentenza assume particolare rilevanza in una fase storica caratterizzata da gravi difficoltà nel reperimento di infermieri e OSS.
Se da un lato le aziende sanitarie devono fare i conti con carenze di personale sempre più evidenti, dall’altro il Tribunale ha chiarito che tali criticità organizzative non possono tradursi nell’assegnazione sistematica di mansioni inferiori agli infermieri.
La pronuncia rafforza un principio fondamentale: il possesso di competenze avanzate, responsabilità professionali e autonomia decisionale richiede che gli infermieri siano impiegati nelle attività previste dal proprio profilo professionale e non come soluzione alle carenze organizzative.
Una questione che riguarda tutto il Servizio sanitario nazionale.
Il caso di Messina potrebbe rappresentare un precedente significativo anche per altre realtà sanitarie italiane dove situazioni analoghe vengono segnalate da anni.
Molti infermieri denunciano infatti di dedicare una parte consistente del proprio turno di lavoro ad attività che potrebbero essere svolte da personale di supporto adeguatamente formato, con il rischio di sottrarre tempo all’assistenza infermieristica diretta, alla gestione clinica dei pazienti e alle attività di prevenzione e monitoraggio.
La sentenza del Tribunale del Lavoro di Messina lancia quindi un messaggio chiaro alle aziende sanitarie: la carenza di personale non può giustificare il demansionamento degli infermieri.
Garantire il corretto utilizzo delle competenze professionali non rappresenta soltanto una tutela per i lavoratori, ma costituisce anche una condizione essenziale per assicurare qualità assistenziale, sicurezza delle cure e valorizzazione delle professioni sanitarie all’interno del Servizio sanitario nazionale.
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