Una situazione limite che si protrae quotidianamente nei reparti ospedalieri italiani. Il 94,5% degli infermieri svolge regolarmente almeno un tipo di attività non infermieristica, concentrandosi soprattutto su compiti di carattere amministrativo e ausiliario. Ancor più allarmante è la stima secondo cui fino al 32,6% dell’attività lavorativa di questi professionisti sanitari venga letteralmente assorbito da mansioni estranee o non proprie del loro patrimonio professionale.
Sono i dati diffusi dal sindacato delle professioni sanitarie Coina, che denunciano un vero e proprio demansionamento strutturale degli infermieri nel Servizio Sanitario Nazionale.
Il contesto giuridico e la sentenza di Reggio Calabria.
Il dossier del Coina si inserisce nel solco di un orientamento giurisprudenziale sempre più definito, rilanciato di recente da una sentenza del tribunale di Reggio Calabria. Il pronunciamento ha riconosciuto il demansionamento di un’infermiera dell’Asp costretta per anni – a causa della cronica carenza di personale di supporto – a svolgere quotidianamente attività proprie degli OSS (operatori socio-sanitari). Per il sindacato non si tratta affatto di un caso isolato, bensì della spia di un problema sistemico: l’impiego sistematico degli infermieri per compensare la mancanza di OSS, ausiliari e amministrativi.
“Non possiamo chiamare emergenza ciò che accade ogni giorno per mesi o per anni – afferma Marco Ceccarelli, segretario nazionale del Coina –. Se mancano gli Oss e l’azienda decide sistematicamente che saranno gli infermieri a sostituirli, il problema non è più la disponibilità del singolo professionista: è un modello organizzativo sbagliato, che impoverisce la professione infermieristica e sottrae tempo all’assistenza qualificata.”
L’emergenza pensionamenti e lo spreco di competenze.
Il quadro si aggrava ulteriormente se si guarda alle prospettive demografiche del comparto. Con una carenza strutturale già marcata e circa 80mila professionisti potenzialmente in uscita per pensionamento nel periodo 2026-2035, ogni ora di lavoro qualificato sprecata rappresenta un danno organizzativo inaccettabile per il SSN.
Il monito del Coina: “Non possiamo lamentare che gli infermieri siano pochi e contemporaneamente impiegarli come tappabuchi universali delle carenze del sistema.”
La sfida per il futuro della sanità pubblica passa dunque non solo per la programmazione di nuove assunzioni e il ricambio generazionale, ma soprattutto per una netta ridefinizione dei ruoli e dell’organizzazione del lavoro, restituendo agli infermieri il tempo e lo spazio per l’assistenza clinica avanzata a tutela della sicurezza dei pazienti.
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