Negli ospedali di Milano e della Lombardia la carenza di infermieri sta cambiando profondamente il volto della sanità. Sempre più strutture pubbliche e private stanno infatti reclutando professionisti provenienti dall’estero per coprire i vuoti di organico che da anni mettono sotto pressione reparti, pronto soccorso e servizi territoriali.
Dall’Uzbekistan alla Tunisia, passando per India, Brasile e Sud America, il mercato sanitario italiano si sta aprendo sempre di più all’arrivo di infermieri stranieri. Secondo quanto riportato da MilanoToday, entro l’autunno 2026 dovrebbero entrare in servizio circa 200 infermieri uzbeki destinati alle strutture sanitarie lombarde.
Un fenomeno che racconta due crisi parallele: da una parte la fuga degli infermieri italiani verso il Nord Europa, attratti da stipendi più alti e condizioni di lavoro migliori; dall’altra la crescente dipendenza del sistema sanitario italiano dal reclutamento internazionale.
La fuga degli infermieri italiani verso il Nord Europa.
Il problema nasce da lontano. Negli ultimi anni migliaia di infermieri italiani hanno lasciato il Servizio sanitario nazionale scegliendo Paesi come Germania, Svizzera, Norvegia, Olanda e Regno Unito.
Le motivazioni sono soprattutto economiche e organizzative. In molti casi lavorare nel Nord Europa significa guadagnare fino a 13mila euro lordi in più all’anno rispetto all’Italia, con turni più sostenibili, maggiori tutele e migliori possibilità di crescita professionale.
Una situazione che ha aggravato ulteriormente la carenza di personale negli ospedali italiani, già alle prese con pensionamenti, burnout e riduzione delle iscrizioni universitarie nei corsi di laurea in infermieristica.
Ospedali e cliniche cercano personale all’estero.
Per far fronte all’emergenza, numerose strutture sanitarie pubbliche e private hanno iniziato a rivolgersi a società di recruiting internazionale e agenzie specializzate nell’assunzione di personale sanitario straniero.
A Milano il fenomeno è ormai strutturale. Infermieri provenienti da Uzbekistan, Tunisia, India, Brasile e altri Paesi extraeuropei vengono selezionati, formati e inseriti nei reparti ospedalieri lombardi.
Molti di loro vedono nell’Italia una grande opportunità economica e professionale. “Ora guadagno il triplo rispetto a prima”, racconta un’infermiera straniera intervistata da MilanoToday, spiegando come il trasferimento abbia cambiato radicalmente le sue condizioni di vita.
Per diverse strutture sanitarie il reclutamento internazionale rappresenta ormai una delle poche strade percorribili per garantire la continuità assistenziale.
Le incognite: lingua, integrazione e competenze professionali.
Accanto alle opportunità, però, emergono anche importanti criticità.
Uno dei principali nodi riguarda la conoscenza della lingua italiana, fondamentale per la sicurezza delle cure, la comunicazione con i pazienti e il lavoro in équipe multidisciplinare.
Le difficoltà linguistiche rischiano infatti di incidere sulla qualità assistenziale, soprattutto in contesti complessi come emergenza-urgenza, terapia intensiva o assistenza territoriale.
Un altro aspetto riguarda il riconoscimento e l’omogeneità delle competenze professionali. I percorsi formativi infermieristici variano notevolmente da Paese a Paese, e questo rende necessario un attento monitoraggio delle capacità cliniche e operative dei professionisti reclutati.
L’allarme di Ordini e sindacati: “10mila infermieri fuori controllo”.
A destare preoccupazione sono anche i numeri legati ai professionisti stranieri che lavorano temporaneamente in Italia attraverso normative emergenziali introdotte negli ultimi anni.
Secondo Ordini professionali e organizzazioni sindacali, circa 10mila infermieri sfuggirebbero attualmente ai normali meccanismi di controllo professionale e ordinistico.
Una situazione che solleva interrogativi sulla verifica delle competenze, sulla qualità formativa e sulla tutela dei pazienti.
Le organizzazioni professionali chiedono quindi regole più chiare, percorsi di integrazione strutturati e controlli rigorosi per evitare che l’emergenza personale si trasformi in una riduzione degli standard assistenziali.
Il rischio di una nuova fuga verso il Nord Europa.
Paradossalmente, il problema potrebbe ripresentarsi anche con gli infermieri stranieri reclutati oggi in Italia.
Molti professionisti extraeuropei, una volta acquisita esperienza lavorativa e stabilità documentale all’interno dell’Unione Europea, potrebbero infatti scegliere a loro volta di trasferirsi nei Paesi del Nord Europa, dove stipendi e condizioni di lavoro risultano ancora più vantaggiosi.
Un rischio concreto che dimostra come il reclutamento internazionale, da solo, non possa rappresentare una soluzione definitiva alla crisi infermieristica italiana.
Servono stipendi più alti e valorizzazione professionale.
Il vero nodo resta quello della valorizzazione della professione infermieristica in Italia.
Sindacati e rappresentanti professionali continuano a chiedere:
- aumenti salariali;
- migliori condizioni di lavoro;
- riduzione dei carichi assistenziali;
- maggiori tutele;
- valorizzazione delle competenze avanzate;
- investimenti nella formazione e nelle carriere infermieristiche.
Senza un intervento strutturale, il rischio è che il sistema sanitario continui a perdere professionisti italiani e diventi sempre più dipendente dal reclutamento estero per mantenere in funzione ospedali e servizi territoriali.
Una sfida che riguarda non solo la Lombardia, ma l’intero sistema sanitario nazionale.
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