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@infermieregianluca
C’è un modo diretto, quasi disarmante, con cui il Dott. Gianluca Sartini si presenta sui social: “La salute? Te la spiego io!”. Una frase semplice, che potrebbe sembrare provocatoria, ma che in realtà racchiude un impegno preciso: rendere comprensibile ciò che spesso appare complesso, distante o persino spaventoso.
Infermiere, consulente sessuologo e divulgatore, Sartini ha scelto i social come spazio in cui tradurre la sanità in un linguaggio accessibile, senza perdere rigore. In un’epoca in cui le informazioni viaggiano veloci ma non sempre sono corrette, la sua comunicazione punta su chiarezza, responsabilità e consapevolezza.
Prosegue così il viaggio di AssoCareNews tra gli infermieri che hanno deciso di abitare il mondo digitale non per visibilità, ma per costruire cultura sanitaria. E quella di Gianluca Sartini è una voce che unisce competenza clinica, sensibilità relazionale e una forte attenzione all’impatto sociale delle parole.
Dietro quella frase, apparentemente semplice, c’è una visione precisa della professione e del ruolo sociale dell’infermiere.
- Se dovessi presentarti senza dire “sono un infermiere”, come ti descriveresti?
Mi presenterei sicuramente come una persona curiosa. Una persona che ha sempre avuto bisogno di capire, di studiare, di informarsi, di andare un po’ più a fondo delle cose. Amo stare in mezzo alle persone, osservare come si muovono, come parlano, come reagiscono alle difficoltà. Sono uno che ascolta molto, forse più di quanto parli, e che sente una forte necessità di essere utile. Aiutare gli altri, in qualsiasi forma, è qualcosa che per me non è mai stato un ruolo, ma un modo di stare nel mondo.
- Quando hai capito che i social potevano diventare uno strumento serio di informazione sanitaria e non solo un mezzo di intrattenimento?
L’ho capito gradualmente, ma il vero punto di svolta è stato quando ho iniziato a ricevere messaggi di persone che mi raccontavano di aver cambiato atteggiamento, di aver fatto una domanda diversa al medico, o semplicemente di aver capito e capito qualcosa che prima li spaventava. In quel momento ho realizzato che i social, se usati con responsabilità, possono diventare uno spazio educativo potentissimo. Non sono solo intrattenimento: possono ridurre l’ansia, aumentare la consapevolezza e avvicinare le persone alla salute in modo meno intimidatorio.
- Nel tuo percorso professionale, cosa è venuto prima: il bisogno di raccontare la professione o quello di fare chiarezza sulla salute?
Sicuramente è venuto prima il bisogno di fare chiarezza sulla salute. Ho sempre avuto difficoltà a sopportare la disinformazione, i falsi miti, le semplificazioni sbagliate. Raccontando la salute, però, mi sono reso conto che raccontavo inevitabilmente anche la professione infermieristica, perché l’infermiere è spesso il primo e l’ultimo anello della catena di cura. La narrazione della professione è arrivata quasi come conseguenza naturale.
- Fare informazione sanitaria online significa esporsi. Qual è stata la prima critica che ti ha fatto davvero riflettere sul peso delle parole sui social?
La prima critica che mi ha fatto davvero riflettere è stata quella di non essere superficiale. Mi ha fatto capire che, quando parli di salute, non puoi permetterti scorciatoie. Da lì ho iniziato a scavare di più, studiare di più e pretendere di più anche da me stesso, senza rinunciare alla chiarezza.
- Come scegli gli argomenti da trattare: segui l’attualità, le domande delle persone o ciò che senti mancare nella narrazione ufficiale della sanità?
Direi tutte e tre le cose, ma ciò che mi guida di più è quello che sento mancare. Quando vedo un argomento trattato in modo superficiale, allarmistico o confuso, sento quasi il bisogno di intervenire. Le domande delle persone sono fondamentali, perché rivelano dove la comunicazione sanitaria non sta funzionando. L’attualità aiuta, ma non è mai il vero motore.
- Spesso sui social la figura dell’infermiere viene ancora fraintesa. Qual è il messaggio che cerchi più spesso di correggere o decostruire?
Il messaggio più difficile da scardinare è l’idea che l’infermiere sia un semplice esecutore. Cerco di far passare il concetto che l’infermiere è un professionista che ragiona, valuta, prende decisioni e si assume responsabilità. È una figura autonoma, con competenze proprie, che lavora in squadra ma non in subordinazione.
- Ti senti più un divulgatore per i cittadini o un punto di riferimento anche per i colleghi?
Nasce tutto per i cittadini, perché credo fortemente nell’educazione sanitaria. Col tempo, però, mi sono reso conto di essere diventato anche un punto di riferimento per colleghi e studenti. Questo mi onora, ma allo stesso tempo mi fa sentire una grande responsabilità, perché so che quello che dico può influenzare il modo in cui i professionisti percepiscono anche loro stessi.
- Qual è la maggiore responsabilità etica di un infermiere che fa informazione sui social?
La responsabilità più grande è ricordarsi che ogni contenuto può avere un impatto reale sulla salute delle persone. Non bisogna mai sacrificare l’accuratezza per la viralità. Rendere semplice non significa rendere scorretto, e soprattutto bisogna sapere quando fermarsi e dire: “Questo va approfondito con un professionista.
- C’è un contenuto che hai pubblicato che, più di altri, ti ha fatto capire di stare incidendo davvero sulla percezione della professione?
Sì, soprattutto quei contenuti in cui non spiegavo semplicemente qualcosa, ma prendevo una posizione. Contenuti di supporto alla professione infermieristica, in cui denunciavo criticità, storture o dinamiche che spesso vengono vissute in silenzio. In quei casi non era tanto il pubblico generalista a farmi capire l’impatto, ma i colleghi. Messaggi di infermieri che mi ringraziavano per aver dato voce anche a loro, per aver detto pubblicamente cose che molti pensano ma che pochi hanno il coraggio o lo spazio di dire. Lì ho capito che non stavo solo comunicando, ma rappresentando un sentire collettivo, e che questo poteva incidere davvero sulla percezione della professione, anche dall’interno.
- Quanto è difficile mantenere un equilibrio tra lavoro clinico, vita personale e presenza digitale costante?
È molto difficile. I social richiedono una presenza continua e rischiano di invadere anche gli spazi personali. Ho imparato che bisogna darsi dei limiti, perché se non li stabilisci tu, il rischio è quello di non staccare mai davvero, con conseguenze dirette sul benessere psico-fisico.
- Secondo te le istituzioni sanitarie e ordinistiche stanno comprendendo il valore della divulgazione infermieristica online o sono ancora in ritardo?
Credo che stiano iniziando a comprenderlo, ma con molta cautela. Spesso prevale la paura dell’errore o dell’esposizione, quando invece una divulgazione fatta bene potrebbe diventare un alleato enorme per la salute pubblica.
- Se potessi lanciare un messaggio a un giovane infermiere che vuole iniziare a fare informazione sui social, cosa gli diresti?
Gli direi di farlo assolutamente. Ma gli direi anche di non inseguire i numeri, ma la qualità. E di ricordarsi che non serve diventare un personaggio: serve essere autentici, competenti e rispettosi del ruolo che si rappresenta.
- E per continuare il nostro viaggio tra gli infermieri social: chi ci consigli di intervistare la prossima volta, e perché?
Consiglierei di intervistare Antonio Ascione, conosciuto sui social come Infermiere Antonio. Anche lui si occupa di divulgazione, ma con un focus molto preciso sul primo soccorso e sull’area critica. Credo sia importante dare spazio a chi porta contenuti estremamente pratici, basati sull’urgenza, sulla gestione delle emergenze e su competenze che possono fare davvero la differenza nella vita reale. La sua comunicazione riesce a essere chiara, concreta e utile, sia per i cittadini sia per i professionisti, e rappresenta bene un altro volto della divulgazione infermieristica online.
Con questa seconda intervista si consolida l’idea che l’infermieristica digitale non sia una moda passeggera, ma un’evoluzione culturale. Raccontare la salute, spiegare, chiarire, prendere posizione: tutto questo significa restituire complessità e dignità a una professione che non è più solo dentro i luoghi di cura, ma anche nello spazio pubblico della comunicazione.
E forse, oggi più che mai, la salute ha bisogno anche di questo.
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