Ci sono immagini che non si possono dimenticare, realtà che scavano dentro e lasciano addosso un senso di profonda amarezza. Quello che accade nei turni di notte all’interno di una nota clinica religiosa della provincia di Foggia non è solo una violazione contrattuale o un caso di demansionamento: è la lenta e inesorabile agonia della dignità professionale infermieristica.
“Li ho visti avviliti, spenti, quasi rassegnati alla cogente realtà. Non si sentono demansionati, si sentono affranti di fronte ad una direzione aziendale che impone l’assenza di Operatori Socio Sanitari nei turni di notte e di fronte ad anni passati a studiare per ritrovarsi a fare l’igiene e ad occuparsi della sanificazione dell’isola del Paziente.”
Anni di università spesi per fare i “tappabuchi”.
Il racconto di un collega infermiere che ha toccato con mano questa realtà mette a nudo il dramma umano prima ancora che professionale. Non si tratta soltanto di codici violati o di mansioni improprie messe nero su bianco su un contratto collettivo; qui siamo di fronte alla distruzione psicologica di professionisti sanitari laureati, costretti a calpestare il proprio percorso di studi e le proprie competenze per tappare le falle di un’organizzazione aziendale miope e spietata.
L’assenza deliberata di personale OSS durante la notte in una struttura sanitaria non è un semplice risparmio di bilancio: è un azzardo sulla pelle dei pazienti e un macigno sulle spalle degli infermieri di turno, ridotti a gestire contemporaneamente l’emergenza clinica e l’igiene alberghiera di base.
Il grande vuoto della rappresentanza: sindacati e ordini nel mirino.
Ma ciò che fa più male, ciò che spezza definitivamente la motivazione di chi sceglie questo lavoro, è il silenzio assenso di chi dovrebbe tutelarlo.
L’amara riflessione: “Nessuno li difende, nessuno ci difende. I sindacati pensano a fare politica, gli Ordini professionali ad auto-incensarsi e a gestire quel piccolo potere interno alla professione che ancora hanno.”
È un jaccuse durissimo, ma estremamente lucido contro la classe dirigente sindacale e ordinistica, troppo spesso distante dalle corsie, autoreferenziale e sorda al grido di dolore che sale dai reparti. Mentre i vertici si trincerano dietro comunicati di facciata o sterili lotte di potere interno, la base sprofonda nella rassegnazione.
Perché gli infermieri fuggono via.
“Sono andato via ieri sera con il cuore a pezzi nel vedere la nostra professione ridotta al ridicolo”, confessa l’autore. Una frase che racchiude il malessere di un’intera generazione di professionisti della salute.
Non serve cercare altrove le cause della fuga degli infermieri verso l’estero o verso altri settori lavorativi. La carenza di personale non è solo una statistica economica: è il risultato di un logoramento quotidiano, morale ed etico. Quando a un professionista viene tolto il senso del proprio valore e della propria utilità, non resta che la valigia o la rassegnazione. E la sanità privata e pubblica, così facendo, sta perdendo la sua risorsa più preziosa.
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