Il 12 maggio 2026 non è solo una data sul calendario, è un bivio. Mentre a Roma si celebrano i cento anni di sapere infermieristico davanti al Presidente della Repubblica, la realtà nelle corsie e nelle aule racconta una storia molto più cruda. Il claim della FNOPI parla chiaro: “Formati per eccellere”. Ma l’eccellenza non si ottiene per decreto ministeriale, né tantomeno per grazia ricevuta dopo vent’anni di turni massacranti.

Tre nuove Magistrali: Un traguardo o un campo minato?
La notizia è di quelle che fanno tremare i polsi: finalmente abbiamo tre percorsi di laurea magistrale specialistica (Cure Primarie, Neonatologia/Pediatria, Emergenza/Urgenza). Un passo epocale, certo. Ma qui casca l’asino.
Siamo pronti a gestire questa “leadership clinica” o stiamo solo aggiungendo un titolo su un biglietto da visita mentre il sistema ci tratta ancora come tuttofare? La letteratura scientifica è impietosa: passare dalla corsia alla docenza o alla ricerca senza un paracadute formativo è un trauma. Si chiama “Transition Shock” (Duchscher, 2009). È quella sensazione di inadeguatezza che ti assale quando, da veterano del triage, ti ritrovi davanti a una classe o a un foglio bianco per un progetto di ricerca e capisci che l’esperienza clinica, da sola, non basta a renderti un bravo insegnante o uno scienziato.
Il bluff del “Naturalmente predisposto”.
Diciamocelo: il sistema sanitario italiano ha sempre giocato al risparmio, spacciando l’insegnamento e la ricerca come “estensioni naturali” della pratica clinica. Balle.
Insegnare richiede pedagogia. Ricercare richiede metodo scientifico e competenze accademiche. Eppure, molti colleghi vengono lanciati nella formazione senza programmi di orientamento, basandosi solo su “tentativi ed errori” (Halton et al., 2024). È accettabile che l’integrità della nostra disciplina sia affidata al buon cuore del singolo e non a percorsi strutturati di mentoring? Assolutamente no.
Ricerca scientifica: non vogliamo fare i “copia-incolla”.
Con le nuove magistrali, ci viene chiesto di produrre scienza. Ma Arshabayeva (2024) mette il dito nella piaga: molti infermieri annaspano tra linguaggi accademici ostici e norme etiche sconosciute. Il rischio? Pubblicazioni di serie B o, peggio, l’ombra del plagio e della scarsa qualità.
Se vogliamo che l’infermiere sia davvero un leader clinico, dobbiamo smetterla di chiedergli di fare ricerca “nel tempo libero” o tra una notte e uno smonto. L’eccellenza richiede tempo protetto e formazione dedicata.
Basta pacche sulle spalle: vogliamo la rivoluzione.
Barbara Mangiacavalli parla di un infermiere “pienamente consapevole dei propri limiti e delle proprie conoscenze”. Bene, allora prendiamo coscienza di questo:
- La passione non è una competenza. Essere “nati per curare” è l’istinto, ma “eccellere” è una tecnica che va insegnata e pagata.
- Le nuove magistrali sono solo l’inizio. Se non supportiamo chi deve insegnare in questi corsi con una formazione pedagogica seria, avremo solo laureati con un pezzo di carta in più ma le stesse incertezze di prima.
- La leadership si esercita con i fatti. Se l’infermiere deve gestire percorsi complessi, il sistema deve riconoscerlo economicamente e organizzativamente. Altrimenti è solo retorica da 12 maggio.
La sfida finale: cento anni di sapere sono un’eredità pesante. Oggi abbiamo i decreti, abbiamo i nomi prestigiosi in tavola rotonda, abbiamo il claim giusto. Ma nelle università e negli ospedali, siamo pronti a smetterla di improvvisare e a pretendere che formazione e ricerca siano considerate professioni autonome e non “hobby” per infermieri volenterosi?
Buon 12 maggio a chi ha il coraggio di pretendere di più, non solo dai propri pazienti, ma dal sistema stesso.
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