Meno infermieri rispetto agli altri Paesi, più medici e nuove figure di supporto: il modello italiano al centro delle critiche.
La professione infermieristica italiana attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente. Mentre a livello internazionale cresce il ruolo strategico degli infermieri nei sistemi sanitari moderni, l’Italia continua a fare i conti con una carenza strutturale di personale che la colloca distante dai principali Paesi europei.
I dati elaborati da organismi internazionali come Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Organizzazione mondiale della sanità e Banca Mondiale evidenziano un divario significativo: il nostro Paese dispone di circa 6,4 infermieri ogni 1.000 abitanti, un valore nettamente inferiore rispetto a quello di molte nazioni europee.
La distanza appare evidente se il confronto viene fatto con Paesi come Finlandia, Svizzera e Norvegia, dove il numero supera i 18 infermieri ogni 1.000 abitanti, oppure con Germania e Francia, che si attestano intorno ai 12. Anche il Regno Unito, nonostante le proprie difficoltà nel reperimento del personale sanitario, presenta valori superiori rispetto all’Italia.
Secondo alcune elaborazioni della Cnai (Consociazione Nazionale Associazioni Infermiere/i) su dati internazionali, il deficit italiano potrebbe superare le 100 mila unità se rapportato ai sistemi sanitari dei principali Paesi europei.
Il paradosso italiano: tanti medici, pochi infermieri.
Uno degli indicatori più significativi riguarda il rapporto tra infermieri e medici.
In Italia il rapporto è di circa 1,5 infermieri per ogni medico, contro una media Ocse di circa 2,8. In altri sistemi sanitari il rapporto è molto più elevato: in Giappone supera quota 4,7, in Finlandia arriva a circa 4,4 e negli Stati Uniti si attesta intorno a 4,3.
Il nostro Paese, quindi, presenta una caratteristica particolare: un numero elevato di medici rispetto alla popolazione, ma una presenza infermieristica insufficiente rispetto agli standard internazionali.
Un equilibrio che, secondo molti esperti, rischia di non essere adeguato alle nuove esigenze sanitarie: aumento della cronicità, invecchiamento della popolazione, sviluppo dell’assistenza territoriale e presa in carico dei pazienti fragili.
Formazione: cresce Medicina, ma l’emergenza infermieristica resta.
Le scelte formative degli ultimi anni hanno alimentato il dibattito.
Per l’anno accademico in corso i posti disponibili per Medicina hanno raggiunto quasi 24 mila unità, mentre quelli destinati al corso di laurea in Infermieristica sono circa 20 mila.
Una proporzione che, secondo le organizzazioni professionali infermieristiche, non rispecchierebbe le reali necessità del Servizio Sanitario Nazionale, dove la domanda di assistenza infermieristica è in costante crescita.
Nei sistemi sanitari più avanzati, infatti, la strategia non è soltanto aumentare il numero dei medici, ma potenziare il ruolo degli infermieri attraverso formazione universitaria, specializzazione e sviluppo delle competenze avanzate.
Assistente infermiere e nuove lauree magistrali: il confronto resta aperto.
Al centro del dibattito italiano c’è anche l’introduzione della figura dell’assistente infermiere, un nuovo profilo formato attraverso un percorso di circa 500 ore.
La scelta ha generato forti reazioni da parte di alcune rappresentanze professionali, che hanno espresso dubbi sul rischio di affidare attività assistenziali complesse a personale con una preparazione inferiore rispetto a quella richiesta agli infermieri laureati.
La Cnai e la Uil Fpl hanno presentato un reclamo alla Commissione Europea sostenendo che il nuovo modello potrebbe entrare in contrasto con gli standard previsti dalla normativa europea, che stabilisce per l’infermiere responsabile dell’assistenza generale un percorso formativo universitario minimo di 4.600 ore.
Secondo i critici, il riferimento alla supervisione dell’infermiere potrebbe risultare problematico nella realtà quotidiana di ospedali, strutture residenziali e servizi territoriali, dove la carenza di personale rende spesso difficile una supervisione continua e diretta.
Parallelamente, il recente sviluppo dei percorsi di laurea magistrale ad indirizzo clinico per gli infermieri apre un altro fronte di discussione: da un lato l’evoluzione verso una maggiore autonomia professionale, dall’altro le perplessità di chi teme sovrapposizioni di competenze.
Il modello internazionale punta sugli infermieri avanzati.
A livello mondiale il trend appare diverso.
Organizzazioni come la International Council of Nurses e la European Federation of Nurses Associations promuovono modelli basati sulla crescita professionale degli infermieri: formazione specialistica, pratica avanzata, maggiore autonomia clinica e sviluppo di nuovi ruoli nell’assistenza primaria.
In numerosi Paesi gli infermieri con formazione avanzata possono prescrivere farmaci, gestire percorsi assistenziali complessi e rappresentare il primo punto di accesso del cittadino ai servizi sanitari.
La ricerca: più infermieri qualificati significa maggiore sicurezza.
Le evidenze scientifiche sottolineano il valore della formazione infermieristica.
Lo studio RN4CAST, realizzato in diversi Paesi europei, ha evidenziato una correlazione tra aumento della presenza di infermieri laureati e riduzione della mortalità ospedaliera.
Anche una revisione della letteratura pubblicata nel 2022 ha mostrato come la sostituzione di infermieri qualificati con personale meno formato possa essere associata a un aumento di eventi avversi, come cadute, lesioni da pressione ed errori nella terapia.
Quale futuro per l’infermieristica italiana?
Per affrontare la crisi, secondo molte rappresentanze professionali, servirebbe un piano strutturale: maggiore attrattività del corso di laurea in Infermieristica, incentivi economici, migliori condizioni lavorative, sviluppo delle specializzazioni, riconoscimento delle competenze avanzate e politiche per favorire il rientro degli infermieri italiani emigrati all’estero.
La sfida è quella di costruire un sistema sanitario capace di rispondere ai bisogni futuri della popolazione.
Il nodo centrale resta una domanda: l’Italia sceglierà di investire sugli infermieri come fanno i sistemi sanitari più avanzati oppure continuerà a cercare soluzioni alternative alla carenza senza affrontarne le cause profonde?
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