In un mondo ideale, la sanità funziona come un’orchestra: ogni strumento ha il suo spartito e il risultato è un’armonia di cure. Nella realtà degli ospedali italiani, però, l’orchestra si trova spesso a ranghi ridotti. Qui, il confine tra l’Infermiere e l’Operatore Socio-Sanitario (OSS) smette di essere una linea netta e diventa una “zona grigia”. Si sente spesso dire: “In reparto siamo una famiglia, ci aiutiamo tutti”. Ma in sanità, un aiuto non autorizzato può trasformarsi in un incubo legale o, peggio, in un danno per il paziente.
La sottile linea rossa tra aiuto e abuso.
Il problema non è la collaborazione, che è anzi auspicabile, ma lo scambio di ruoli. Quando un Infermiere, schiacciato dalle scadenze, chiede a un OSS di somministrare una terapia, o quando un Infermiere passa l’intero turno a rifare letti e distribuire pasti perché manca personale di supporto, si verifica una distorsione del sistema.
L’OSS che “fa l’infermiere”: il rischio clinico.
L’OSS è un operatore preziosissimo, ma la sua formazione non prevede l’analisi dei meccanismi d’azione dei farmaci o la valutazione critica dei parametri vitali. Se un OSS somministra una pillola “per fare un favore al collega”, non sta solo compiendo un atto tecnico: sta ignorando i possibili effetti collaterali che non è addestrato a riconoscere.
- Il rischio per il paziente: una reazione avversa non rilevata o un errore nel dosaggio.
- Il rischio per l’operatore: l’accusa di esercizio abusivo di professione sanitaria.
L’Infermiere che “fa l’OSS”: il pericolo invisibile.
Si tende a pensare che se un Infermiere svolge mansioni dell’OSS (il cosiddetto demansionamento), non ci sia rischio perché l’infermiere “sa fare di più”. Non è così. Se un professionista laureato spende il 70% del suo tempo in attività alberghiere o di igiene di base, la sua attenzione viene sottratta alla sorveglianza clinica.
Mentre l’infermiere cambia un lenzuolo, chi sta monitorando l’insorgenza di una sepsi o l’efficacia di una terapia complessa nel paziente della stanza accanto? Il rischio, qui, è l’omissione di cure specialistiche.
Ma allora, fanno bene o fanno male?
La risposta è complessa. Se guardiamo all’immediato, sembra che facciano bene: il paziente è pulito, la terapia è data, il reparto “gira”. Ma se guardiamo alla qualità della cura, il bilancio è negativo.
- Si crea una falsa percezione di sicurezza: il coordinatore o la direzione sanitaria potrebbero pensare che l’organico sia sufficiente perché “il lavoro viene fatto comunque”, ignorando il burnout dei professionisti.
- Si mina la dignità professionale: l’infermiere si sente un esecutore materiale, l’OSS si sente caricato di responsabilità che non gli competono e per cui non è pagato.
- La responsabilità giuridica: la legge non ammette la “buona volontà” come scusante. Se accade un evento avverso durante una manovra eseguita dalla persona non abilitata, la responsabilità cade su entrambi: uno per aver eseguito, l’altro per aver delegato impropriamente (culpa in eligendo o in vigilando).
La soluzione: sinergia, non sostituzione.
La vera collaborazione non è “fare il lavoro dell’altro”, ma agire in modo complementare.
- L’OSS deve essere la sentinella: è la figura che passa più tempo a contatto fisico con il paziente. La sua collaborazione corretta consiste nel notare un rossore cutaneo, un respiro affannoso o un cambio di umore e riferirlo tempestivamente all’infermiere.
- L’Infermiere deve essere il regista: deve saper attribuire (e non delegare in bianco) i compiti all’OSS, mantenendo la supervisione e focalizzandosi sul processo diagnostico e terapeutico.
Collaborare nel nome delle “Cure” è un atto nobile, ma le cure non possono prescindere dalla competenza specifica. Quando i ruoli si invertono, il sistema diventa fragile. Il paziente non ha bisogno di “una mano qualsiasi”, ha bisogno della mano giusta al momento giusto. Difendere i confini professionali non è un atto di egoismo o di pigrizia, ma la prima forma di tutela per chi sta nel letto d’ospedale.
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