C’è un rumore di fondo che accompagna da anni le corsie degli ospedali italiani: è il lamento. Il lamento contro la Politica che non investe, contro gli Ordini professionali che non tutelano, contro la “casta” medica che schiaccia. Ma se provassimo, per una volta, a spegnere questo rumore e a guardare lo specchio? La verità è nuda e cruda: è finita l’era delle balle. Se l’infermieristica italiana non decolla, la colpa non è solo degli altri. È arrivato il momento di smettere di piangersi addosso e iniziare a fare scelte adulte, anche se dolorose.
Il mito del “ce l’hanno con noi”.
Raccontarsi che esista un complotto universale per tenere gli infermieri ai margini è la scusa più comoda per non evolvere. È rassicurante pensare di essere vittime, perché la vittima non ha responsabilità. Ma la realtà è diversa. La Politica e le direzioni sanitarie si muovono laddove percepiscono forza, competenza specialistica e massa critica. Se continuiamo a presentarci come “tuttofare” pronti a tappare i buchi organici senza pretendere un perimetro clinico invalicabile, verremo sempre trattati come manovalanza di lusso.
Stipendi europei? Passano per competenze europee.
Guardiamo all’estero: Regno Unito, Spagna, Stati Uniti. Lì l’infermiere guadagna cifre competitive, spesso vicine a quelle dei medici. Ma c’è un “però” che molti fanno finta di non vedere: in quegli Stati, l’infermiere ha abbandonato da tempo la logica del mansionario mentale. Lì esistono l’Infermiere Prescrittore, l’Advanced Practice Nurse, professionisti che si assumono responsabilità cliniche pesanti e che hanno percorsi formativi di una durezza estrema.
Non si può chiedere uno stipendio da dirigente se ci si limita a eseguire procedure standardizzate senza mai mettere in discussione l’organizzazione del lavoro. Il salto economico non è un regalo, è il corrispettivo di una maggiore responsabilità decisionale.
Sudditi o Professionisti? La scelta formativa.
Qui entriamo nel campo minato della formazione. Esiste una parte della categoria che guarda con sospetto alle nuove lauree magistrali cliniche o ai dottorati, considerandoli “perdite di tempo” o “teoria inutile”. Questo è l’atteggiamento del suddito.
Il vero professionista sa che l’unico modo per scardinare il sistema è diventare indispensabile per competenza, non per presenza.
- La strada facile: continuare a lamentarsi del demansionamento mentre si accettano passivamente compiti che non competono alla professione.
- La strada difficile: investire in specializzazioni vere, pretendere ruoli di autonomia clinica nelle Case di Comunità, studiare la legislazione per rispondere colpo su colpo a ordini di servizio illegittimi.
La stratificazione: l’assistente non è il nemico.
Un altro tabù da abbattere è quello delle figure di supporto. Molti infermieri temono l’assistente infermiere come un usurpatore. Ma la verità è l’opposto: senza una figura che svolga le attività di base, l’infermiere rimarrà per sempre incastrato in compiti tecnici che ne annullano la dignità intellettuale. Se vuoi essere pagato come un professionista della salute, devi smettere di fare ciò che può fare una figura di supporto. La specializzazione clinica è l’unica vera barriera difensiva contro ogni tentativo di svalutazione.
Un bivio che non ammette ritardi.
Siamo nel 2026. Abbiamo davanti le risorse del PNRR, le nuove lauree magistrali e un bisogno disperato di salute sul territorio. Gli infermieri hanno oggi l’occasione d’oro per smettere di essere “sudditi ignoranti” e diventare i registi della sanità moderna.
Ma bisogna smettere di raccontarsi balle:
- La competenza costa fatica.
- La responsabilità fa paura.
- L’autonomia si conquista, non si riceve in dono.
Il tempo dei piagnistei è scaduto. O ci evolviamo, accettando la sfida di una formazione d’eccellenza e di contratti legati ai risultati clinici, o restiamo a guardare gli altri che decidono per noi. Ma almeno, facciamolo in silenzio.
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