Dietro la narrazione burocratica dell’accordo bilaterale si nasconde un cortocircuito legale. Senza il filtro degli Ordini sulla lingua, coordinatori e manager rischiano l’accusa di colpa organizzativa.
Il piano per reclutare 10.000 infermieri indiani e ossigenare le corsie del Servizio Sanitario Nazionale rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang giuridico. Dietro la retorica diplomatica della “corsia preferenziale” e dello snellimento burocratico si muove infatti un perimetro di vulnerabilità legale che impatta direttamente sulla Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017) e sul diritto costituzionale alla sicurezza delle cure (Art. 32 Cost.).
Se la politica accelera sui visti, la logica del risk management (la gestione del rischio clinico) impone una domanda brutale: in caso di errore terapeutico dovuto a un difetto di comunicazione, su chi ricadrà la responsabilità penale e civile?
Nelle dinamiche di reparto, la prima e fondamentale “buona pratica” è la tenuta della comunicazione: il passaggio di consegne, la decodifica di una terapia, la comprensione dei sintomi riferiti dal paziente. Se un professionista neo-immesso attraverso deroghe burocratiche – e senza un esame formale di lingua gestito dagli Ordini provinciali (OPI) – commette un errore per aver frainteso un dosaggio, il sistema penale non riconoscerà attenuanti geopolitiche.
L’operatore risponderà di lesioni o omicidio colposo. Scatterebbe così la trappola della “colpa per assunzione”: l’aver accettato di operare in un contesto assistenziale senza possedere i requisiti linguistici minimi per farlo in sicurezza. Pretendere controlli rigidi non è ostruzionismo corporativo, ma la massima tutela per lo stesso professionista straniero, che altrimenti rischia di trasformarsi in “carne da macello giudiziaria”.
Il danno causato dalle barriere linguistiche è destinato a travolgere l’intera catena di comando delle aziende sanitarie:
- Culpa in eligendo e in vigilando: i dirigenti e i coordinatori infermieristici rischiano l’imputazione per aver inserito nei turni personale privo degli standard minimi di sicurezza comunicativa, omettendo la necessaria vigilanza.
- Colpa organizzativa della struttura: la giurisprudenza civilistica (Art. 1218 e 1228 c.c.) stabilisce che se l’errore del singolo è favorito da una carenza strutturale o da una falla nell’allocazione delle risorse, è l’Azienda Sanitaria a rispondere del danno.
I manager pubblici si trovano in un vicolo cieco: pressati per coprire i turni, ma esposti in prima persona al rischio di procedimenti per danno erariale davanti alla Corte dei Conti in caso di risarcimenti milionari.
Le posizioni di FNOPI e delle associazioni dei professionisti sanitari stranieri come AMSI e UMEM sono chiare: bisogna superare le deroghe nate nell’emergenza Covid. Non possono esistere due pesi e due misure nella stessa corsia: un binario dove l’infermiere italiano risponde a regole ordinarie e obblighi assicurativi, e uno parallelo dove il professionista straniero opera in un limbo regolatorio.
Senza il filtro degli Ordini, l’accordo bilaterale scarica il collasso del SSN sulle spalle dei coordinatori infermieristici. Trasformati di fatto in “garanti linguistici”, i coordinatori dovranno rispondere della tenuta dell’Articolo 22 del Codice Deontologico (che eleva la comunicazione efficace a obbligo professionale), con un aumento verticale del rischio di burn-out e contenziosi.
Il reclutamento etico è una risposta legittima a un’emergenza che vede l’Italia perdere 7.000 infermieri l’anno verso l’estero e registrarne 11.300 dimissionari dal pubblico. Ma se il superamento della carenza organica avviene abbassando l’asticella della tutela legale, non si sta risolvendo un problema: si sta semplicemente spostando il “codice rosso” dalle corsie degli ospedali alle aule di tribunale.
Dott. Abukar Aweis Mohamed
Coordinatore AMSI Toscana
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