Brasile meridionale e Argentina tra le prime aree coinvolte. Il progetto punta su selezione, riconoscimento dei titoli, formazione linguistica, tutoraggio e integrazione professionale.
La carenza di infermieri spinge le Regioni italiane a cercare nuove soluzioni anche oltre i confini nazionali. In questo scenario prende il via a Belluno la prima sperimentazione del Veneto dedicata al reclutamento, all’inserimento e alla formazione di infermieri provenienti dall’estero.
Il progetto, presentato a Belluno alla presenza dell’assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa, coinvolge una rete ampia di istituzioni e realtà territoriali: Regione Veneto, Prefettura, Ulss 1 Dolomiti, Università di Padova, Ordine delle Professioni Infermieristiche, enti locali, BIM, ATER e Associazione Bellunesi nel Mondo.
L’iniziativa nasce nell’ambito dei criteri sperimentali approvati dalla Delibera regionale n. 3 del 10 aprile 2026, che disciplina le attività di selezione, inserimento, integrazione e formazione del personale infermieristico straniero.
Brasile e Argentina nel mirino
Una prima attenzione sarà rivolta al Brasile meridionale e all’Argentina, territori nei quali è particolarmente forte la presenza di comunità di origine veneta e bellunese.
L’individuazione di queste aree, tuttavia, non viene considerata una scelta definitiva o esclusiva. L’obiettivo è costruire progressivamente una rete internazionale capace di intercettare professionisti qualificati e, allo stesso tempo, garantire loro un percorso di inserimento adeguato nel sistema sanitario italiano.
Belluno è stata scelta come territorio pilota proprio per la presenza di una rete istituzionale, formativa e associativa già consolidata, oltre che per i rapporti storici con le comunità venete all’estero.
Un ruolo importante potrà essere svolto anche dalla sede di Feltre del Corso di laurea in Infermieristica dell’Università di Padova, insieme alle progettualità territoriali dedicate all’accoglienza e alla residenzialità.
Due canali per arrivare nel sistema sanitario
La sperimentazione prevede sostanzialmente due distinti percorsi.
Il primo riguarda gli infermieri già formati all’estero che intendono lavorare nel Servizio sanitario regionale. In questo caso sarà necessario rispettare la normativa nazionale sull’esercizio delle professioni sanitarie da parte di professionisti formati fuori dall’Italia, attraverso le procedure previste per la verifica e il riconoscimento dei titoli.
Il secondo percorso è invece rivolto agli studenti di infermieristica stranieri e punta a verificare la possibilità di creare percorsi accademici integrati, di prosecuzione o di integrazione degli studi, anche attraverso la collaborazione tra l’Università di Padova e possibili atenei stranieri.
Non soltanto reclutamento: formazione e sicurezza
Il punto centrale della sperimentazione non sarà però soltanto il reclutamento.
L’inserimento degli infermieri stranieri dovrà essere accompagnato da formazione linguistica, affiancamento clinico e organizzativo, tutoraggio e monitoraggio.
Una scelta importante, soprattutto considerando che la conoscenza della lingua italiana rappresenta una componente essenziale per garantire una comunicazione efficace con pazienti, familiari e colleghi e, soprattutto, per operare in condizioni di sicurezza.
Particolare attenzione sarà quindi dedicata alla verifica dell’autenticità e completezza dei titoli di studio, alla coerenza dei percorsi formativi con il profilo professionale dell’infermiere e alla valutazione delle competenze professionali e linguistiche.
Una questione che riguarda tutta la sanità italiana
La sperimentazione veneta si inserisce in un problema che ormai riguarda gran parte del Servizio sanitario nazionale: la difficoltà di reperire personale infermieristico.
Il ricorso a professionisti formati all’estero può rappresentare una delle risposte alla carenza di personale, ma pone anche interrogativi che non possono essere ignorati: riconoscimento dei titoli, qualità della formazione, competenze linguistiche, integrazione nei team assistenziali, condizioni contrattuali e impatto sulle professioni sanitarie già presenti nel territorio.
Per questo il modello avviato a Belluno potrebbe assumere un significato più ampio rispetto alla sola realtà dolomitica.
Se la sperimentazione riuscirà a coniugare reclutamento, formazione, integrazione e sicurezza delle cure, potrebbe diventare un modello replicabile anche in altre aree italiane alle prese con la difficoltà di trovare infermieri.
La sfida, infatti, non è semplicemente trovare professionisti all’estero. È riuscire a costruire un percorso che consenta loro di diventare parte integrante del sistema sanitario italiano, garantendo contemporaneamente qualità dell’assistenza, tutela dei pazienti e valorizzazione della professione infermieristica.
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