C’è una domanda che chi lavora ogni giorno in corsia si porta dietro, spesso senza dirla ad alta voce: siamo davvero usciti dal mansionario o ce lo portiamo ancora dentro, sotto altre forme?
Per rispondere bisogna tornare indietro, al 1974, quando il DPR 225 introdusse il famoso mansionario. Un elenco di attività che, per la prima volta, dava un perimetro chiaro alla professione infermieristica.
All’epoca fu una conquista. Dopo anni di invisibilità, l’infermiere iniziava ad avere un’identità definita, un ruolo riconosciuto, una responsabilità – almeno sulla carta – più chiara.
Ma quel modello nasceva già con un limite: descrivere una professione complessa attraverso una lista di compiti.
Quando l’infermiere era “quello che fa”.
Il mansionario, in fondo, raccontava un’idea precisa di infermiere: un professionista che esegue.
E chi lavora oggi in ospedale lo sa bene: quella mentalità non è mai scomparsa del tutto.
Negli anni la sanità è cambiata. Sono cambiati i pazienti, più fragili e complessi. Sono cambiate le tecnologie, i percorsi di cura, l’organizzazione. Ma soprattutto è cambiato il modo di intendere l’assistenza.
Non più solo fare, ma valutare, decidere, pianificare.
Eppure, per troppo tempo, la realtà è rimasta indietro rispetto alla teoria.
La svolta: quando l’infermiere diventa professionista.
Il vero cambio di passo arriva negli anni ’90. Con il profilo professionale del 1994 e la Legge 42 del 1999, il mansionario viene cancellato.
Non è solo una modifica normativa. È una rivoluzione culturale.
L’infermiere smette di essere “quello che fa le cose” e diventa quello che si assume la responsabilità dell’assistenza.
Nasce una professione fondata su:
- competenze
- formazione universitaria
- autonomia
- responsabilità
Sulla carta, un salto enorme.
Nella pratica… molto meno lineare.
La verità delle corsie: tra autonomia e contraddizioni.
Chi vive il pronto soccorso, i reparti, il territorio lo vede ogni giorno.
Da una parte si parla di competenze avanzate, lauree magistrali, infermieri specialisti. Dall’altra, ancora oggi, si chiede agli infermieri di fare di tutto: spesso anche ciò che non compete loro.
È qui che emerge la frattura.
Abbiamo superato il mansionario nelle leggi, ma non sempre nelle organizzazioni.
E questo crea frustrazione, spreco di competenze e, soprattutto, una perdita di qualità assistenziale.
Perché un infermiere utilizzato male non è solo un problema professionale. È un problema per il paziente.
Le competenze avanzate: opportunità o occasione mancata?
Oggi il dibattito si è spostato sulle competenze avanzate.
Le lauree magistrali a indirizzo clinico aprono scenari importanti: infermieri esperti nella gestione di pazienti complessi, nella cronicità, nella continuità ospedale-territorio.
Un modello già consolidato in molti Paesi.
In Italia, però, il rischio è sempre lo stesso: formare professionisti avanzati e poi non sapere dove collocarli.
Senza un reale riconoscimento organizzativo, tutto rischia di rimanere teoria.
Il nodo vero: riconoscimento e coraggio.
Il punto non è più dimostrare che gli infermieri sono professionisti. Questo è già scritto nelle leggi, nei percorsi universitari, nella pratica quotidiana.
Il punto è un altro: avere il coraggio di tradurre tutto questo nella realtà dei servizi.
Significa:
- assegnare responsabilità reali
- valorizzare le competenze
- costruire modelli organizzativi coerenti
- smettere di usare gli infermieri come “tappabuchi”
Una professione sospesa
Oggi l’infermieristica italiana è in una terra di mezzo.
Non è più quella del mansionario. Ma non è ancora pienamente quella delle competenze avanzate.
È una professione che ha fatto passi enormi, ma che rischia di restare bloccata se non si compie l’ultimo salto: quello culturale e organizzativo.
Perché alla fine la differenza è tutta qui:
non basta togliere un elenco di mansioni per cambiare una professione. Bisogna cambiare il modo in cui quella professione viene vissuta, riconosciuta e utilizzata ogni giorno.
E su questo, forse, il lavoro più grande deve ancora cominciare.
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