Perché gli infermieri italiani continuano a essere considerati “figli di un dio minore”? Una delle ragioni, forse la più scomoda da affrontare, riguarda il modo in cui la stessa professione continua a valorizzare i propri percorsi formativi.
Da anni assistiamo a una corsa al Master universitario in Coordinamento, spesso considerato il principale requisito per accedere a incarichi organizzativi e di responsabilità. Nulla di male, se non fosse che, in molti casi, tali percorsi vengono conseguiti attraverso modalità formative che alimentano dubbi sulla reale qualità dell’apprendimento. Sono numerosi i master erogati prevalentemente online, con una frequenza didattica ridotta al minimo e verifiche che, secondo molti professionisti, non sempre garantiscono un’effettiva preparazione.
Il problema, tuttavia, non è il master in sé.
La vera domanda è un’altra.
Perché il sistema sindacale e una parte delle istituzioni continuano a dare maggiore peso a un Master di primo livello rispetto a una Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, che rappresenta il naturale proseguimento del percorso universitario e offre competenze avanzate in ambito clinico, organizzativo, gestionale, formativo e di ricerca?
La Laurea Magistrale richiede due anni di studio, esami articolati, tirocini, una tesi di ricerca e una preparazione ben più ampia rispetto a quella di un master annuale.
Eppure, nella pratica, chi investe tempo, denaro e sacrifici per conseguire una Laurea Magistrale si ritrova spesso sullo stesso piano di chi ha ottenuto un semplice master.
È una contraddizione che penalizza il merito.
Una professione che non valorizza se stessa.
Se gli infermieri non iniziano a riconoscere il valore della formazione universitaria più elevata, difficilmente potranno pretendere che lo facciano la politica, le aziende sanitarie o i cittadini.
Le professioni sanitarie hanno combattuto per decenni per uscire da un modello puramente esecutivo e conquistare autonomia professionale, competenze scientifiche e responsabilità cliniche.
Eppure oggi sembra prevalere una logica diversa: quella dei titoli “utili” per ottenere un incarico, piuttosto che dei percorsi realmente qualificanti.
Il ruolo dei sindacati.
Anche le organizzazioni sindacali dovrebbero interrogarsi su questo tema.
Difendere la professione significa anche promuovere una cultura del merito, sostenere percorsi universitari di alto livello e chiedere che la Laurea Magistrale diventi un vero elemento distintivo nelle progressioni di carriera, negli incarichi e nelle retribuzioni.
Se continuerà a essere considerata poco più di un titolo ornamentale, il messaggio che passa è devastante: studiare di più non serve.
E questo non aiuta la crescita della professione.
Il titolo di “Dottore” non basta sulla carta
Dal punto di vista accademico, gli infermieri laureati hanno pieno titolo a essere chiamati “dottori”, essendo in possesso di una laurea universitaria.
Tuttavia, il riconoscimento formale non coincide sempre con quello sostanziale.
Finché la professione continuerà a non valorizzare i propri percorsi accademici più qualificanti, sarà difficile ottenere lo stesso riconoscimento sociale e culturale riservato ad altre professioni.
Non basta rivendicare un titolo.
Occorre costruire una professione che creda realmente nella formazione avanzata, nella ricerca, nella competenza e nell’eccellenza.
Serve un cambio di rotta
È tempo di aprire un confronto serio.
La Laurea Magistrale non può essere considerata un titolo marginale rispetto a un master universitario finalizzato prevalentemente al coordinamento. I due percorsi hanno finalità diverse e non dovrebbero essere messi sullo stesso piano.
Se vogliamo una professione infermieristica più autorevole, più rispettata e realmente protagonista del sistema sanitario, bisogna ripartire dalla qualità della formazione e dalla valorizzazione del merito.
Altrimenti continueremo a lamentarci della scarsa considerazione riservata agli infermieri, senza accorgerci che, troppo spesso, siamo i primi a non riconoscere il valore dei nostri percorsi accademici.
La crescita di una professione passa anche dalla capacità di premiare chi investe realmente nella conoscenza. Senza questo cambio di mentalità, il rischio è quello di restare ancora a lungo una professione fondamentale per il Servizio sanitario, ma trattata come se fosse sempre “figlia di un dio minore”.
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