Discutere della nostra categoria professionale, in questo particolare momento, suscita un certo rammarico; tuttavia, è indispensabile affrontare la realtà con onestà e chiarezza, soprattutto in questa fase storica caratterizzata da una graduale crisi della nostra professione, dovuta sia alla carenza di personale sia all’aumento dei carichi lavorativi. Nonostante tali difficoltà, ogni giorno ciascuno di noi adempie ai propri doveri con impegno variabile, mantenendo però l’obiettivo comune di esercitare una professione che, sotto molti aspetti, si distingue per la sua unicità: accompagnare il paziente nel suo percorso dalla malattia verso il benessere costituisce un’esperienza insostituibile.
Tuttavia, il valore del nostro lavoro quotidiano fatica a essere riconosciuto da chi prende le decisioni e manca spesso la volontà di coinvolgerci nelle scelte programmatiche, nonostante quanto previsto dalla normativa vigente. Tra noi non si è ancora sviluppata la coesione necessaria per contrastare efficacemente questa deriva sempre più marcata, che si sta diffondendo in modo esponenziale da nord a sud, mentre le altre istituzioni sembrano non riconoscere appieno le difficoltà che progressivamente potrebbero emergere in futuro.
Nessuno ha ancora una percezione reale del fatto che la categoria infermieristica rappresenta il pilastro su cui si fonda l’intero servizio sanitario nazionale. Anche noi stessi non ci valorizziamo adeguatamente. Spesso si tende a concentrarsi esclusivamente sulla propria parrocchia di appartenenza, trascurando l’importanza dello spirito comunitario e della collaborazione professionale.
L’ambiente lavorativo presenta già una complessità significativa dovuta a molteplici fattori; l’introduzione di comportamenti inappropriati da parte nostra potrebbe trasformarlo in un contesto altamente nocivo. È pertanto fondamentale evitare di alimentare uno stato di disagio sottile ma persistente, caratterizzato da individualismo e distacco, derivanti da cause diverse. Favoriamo il prevalere di un’armonia collettiva e una coesione di gruppo, dove tutti siamo parte integrante senza distinzione singola. Estendiamo il senso della genitorialità anche nell’ambiente lavorativo, tale approccio ci aiuterà a comprendere molte situazioni, innanzitutto evitando reazioni impulsive e risposte inappropriate che potrebbero essere evitate, poiché provocano disagio e malessere in chi le riceve. Partiamo dal presupposto che nella vita soltanto chi non lavora è esente da errori; tutti gli altri, in misura maggiore o minore, possono commetterli. Ciò che conta è riconoscerli prontamente e correggerli immediatamente affinché non si ripetano. Viviamo la quotidianità lavorativa, nel rispetto della deontologia professionale, e del rispetto reciproco, evitando atteggiamenti offensivi o discriminatori che possano ledere la dignità della persona, soprattutto in questo momento storico in cui ognuno di noi vive anche i propri problemi familiari e personali.
La mancanza di coesione ha fatto sì che anche nei nostri diritti non siamo riusciti a opporci in modo adeguato a un contratto che, definirlo indegno, risulta addirittura riduttivo. Difatti, tra diritti e doveri persiste ancora un evidente squilibrio; nonostante ciò, la nostra categoria continua a essere costantemente presente sul luogo di lavoro. La maggior parte dei colleghi è ultracinquantenne e quotidianamente si impegna ad alleviare sofferenze e disagi di numerose persone, sia coloro che cercano salute, sia chi necessita di conforto e rassicurazione.
Di recente, la nostra professione ha ricevuto un’attenzione crescente da parte dei media e anche dalla politica, principalmente a causa della persistente carenza di personale, degli episodi di violenza commessi dagli utenti e dai pazienti in particolare nei reparti di pronto soccorso nonché delle problematiche irrisolte riguardanti sia il trattamento economico sia la valorizzazione della professione stessa, senza arrivare alle conclusioni auspicate, ragion per cui stanno emergendo preoccupazioni circa il futuro della nostra categoria.
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