Infermieri nel Servizio 118/112.
Nel dibattito italiano sull’emergenza territoriale esiste una domanda che da anni divide politica sanitaria, professionisti e opinione pubblica: chi deve stare a bordo dell’ambulanza per garantire la migliore sopravvivenza possibile al paziente? Il medico è sempre indispensabile oppure un infermiere specializzato può assicurare risultati sovrapponibili?
A dare una risposta netta e fondata sulle evidenze scientifiche è oggi una vasta scoping review internazionale realizzata da ricercatori italiani, che ha analizzato migliaia di pubblicazioni provenienti dai principali sistemi di emergenza del mondo. Il messaggio che emerge è chiaro: l’infermiere di area critica non rappresenta un ripiego organizzativo, ma una figura clinica avanzata capace di incidere concretamente sugli esiti dei pazienti, al pari del medico in numerosi scenari dell’emergenza extraospedaliera.
La fine del mito della medicalizzazione obbligatoria.
Per decenni il sistema dell’emergenza territoriale italiana, dal 118 al nuovo assetto del 112, è stato dominato dall’idea che la presenza del medico a bordo fosse sinonimo automatico di maggiore sicurezza e migliori probabilità di sopravvivenza. Una convinzione alimentata da fattori culturali, storici e corporativi, più che da solide prove scientifiche.
La review internazionale cambia radicalmente prospettiva. Gli studiosi hanno analizzato la letteratura pubblicata tra il 2000 e il luglio 2025, consultando banche dati autorevoli come PubMed, CINAHL, Web of Science, ProQuest e Scopus. Su 4.779 record iniziali, sono stati selezionati 25 studi comparativi ad elevato impatto scientifico.
La conclusione principale è destinata a far discutere: non esiste un modello universalmente superiore basato esclusivamente sulla presenza del medico. Gli esiti clinici dipendono molto di più dall’organizzazione complessiva del sistema, dalla qualità della formazione e dall’efficienza della rete tempo-dipendente che dalla sola composizione nominale dell’equipaggio.
Gli studi mostrano infatti che il vantaggio della medicalizzazione emerge in modo significativo soprattutto in contesti molto specifici:
- traumi maggiori ad alta complessità;
- arresti cardiaci traumatici;
- scenari che richiedono manovre invasive avanzate immediate.
In queste situazioni, procedure come l’intubazione a sequenza rapida, la sedazione avanzata o la stabilizzazione emodinamica precoce possono effettivamente migliorare la sopravvivenza se eseguite in tempi estremamente rapidi.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi tempo-dipendenti trattati sul territorio, la presenza del medico non determina automaticamente outcome migliori rispetto ai team con infermieri altamente formati.
Quando “fare di più” può perfino peggiorare gli esiti.
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla letteratura riguarda il rischio di sovratrattamento sulla scena dell’evento.
Uno studio giapponese sui pazienti con trauma ipotensivo ha addirittura associato la presenza del medico a un aumento della mortalità intraospedaliera. Il motivo? Il prolungamento dei tempi di permanenza sul luogo dell’incidente per eseguire procedure avanzate ritardava il trasferimento verso il centro chirurgico in grado di controllare definitivamente l’emorragia.
Il principio del “load and go”, cioè stabilizzare rapidamente e trasportare nel minor tempo possibile verso l’ospedale adeguato, in molti casi si è dimostrato più efficace della medicalizzazione invasiva prolungata sul territorio.
Questo dato mette in crisi una convinzione profondamente radicata nella cultura sanitaria italiana: non sempre più procedure equivalgono a più sopravvivenza.
I modelli internazionali promuovono infermieri e soccorritori.
L’analisi scientifica prende in considerazione numerosi sistemi di emergenza internazionali, molti dei quali da anni basano il soccorso avanzato su professionisti non medici.
Nei Paesi scandinavi, ad esempio, equipaggi composti da infermieri di area critica e soccorritori hanno mostrato esiti di sopravvivenza sovrapponibili ai team medicalizzati. Non solo: gli studi evidenziano una migliore qualità della valutazione clinica, della documentazione e della continuità assistenziale.
Anche in Brasile, all’interno del sistema SAMU, i team infermiere-medico e infermiere hanno prodotto risultati analoghi in termini di mortalità, nonostante gli equipaggi medicalizzati fossero destinati ai casi più gravi.
Persino nello STEMI, l’infarto miocardico acuto tempo-dipendente, gli equipaggi con infermieri hanno raggiunto outcome comparabili ai team con medico dopo la standardizzazione dei fattori di rischio.
Questi dati confermano una realtà ormai consolidata in gran parte del mondo occidentale: la qualità dell’emergenza territoriale non dipende necessariamente dalla centralità assoluta del medico, ma dalla presenza di professionisti altamente specializzati, ben formati e inseriti in protocolli clinici rigorosi.
Il valore invisibile dell’infermiere d’emergenza.
Ridurre il ruolo dell’infermiere al semplice “supporto tecnico” significa non comprendere l’evoluzione della professione sanitaria negli ultimi vent’anni.
L’infermiere d’area critica possiede oggi competenze avanzate che incidono direttamente sugli esiti clinici e organizzativi del soccorso extraospedaliero.
Tra le principali funzioni strategiche emergono:
Valutazione precoce del deterioramento clinico.
L’infermiere specializzato è addestrato a riconoscere tempestivamente i segni di instabilità respiratoria, neurologica o emodinamica, anticipando l’aggravamento del quadro clinico.
Gestione avanzata delle procedure salvavita.
Dalla gestione delle vie aeree al reperimento di accessi venosi difficili, fino alla somministrazione precoce dell’analgesia e dei farmaci previsti dai protocolli, l’infermiere rappresenta spesso il primo professionista in grado di intervenire concretamente sul paziente critico.
Decision making in scenari ad alta pressione.
Le emergenze territoriali richiedono capacità decisionali rapide, lucidità sotto stress e gestione simultanea di variabili cliniche, ambientali e relazionali. Sono competenze che appartengono pienamente al bagaglio professionale dell’infermiere di emergenza-urgenza.
Appropriatezza dei percorsi di cura.
Uno degli aspetti più innovativi riguarda la capacità infermieristica di gestire i percorsi alternativi al Pronto Soccorso, evitando ricoveri inutili e sovraffollamento ospedaliero.
L’infermiere moderno non si limita più al “trasporto del paziente”, ma diventa un vero snodo clinico della rete territoriale.
Meno giorni in Terapia Intensiva: il dato che cambia tutto.
Tra i risultati più interessanti emersi dalla review vi è uno studio nordico sui traumi cranici che ha evidenziato un dato straordinario: la presenza di infermieri con competenze avanzate in ambulanza ha ridotto significativamente i giorni di permanenza in Terapia Intensiva.
Si tratta di un indicatore spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, ma di enorme valore clinico ed economico.
Ridurre la degenza in area critica significa:
- minori complicanze;
- migliore recupero funzionale;
- riduzione dei costi sanitari;
- maggiore disponibilità di posti letto;
- migliore qualità complessiva dell’assistenza.
È la dimostrazione concreta che il contributo infermieristico non si misura soltanto nella mortalità immediata, ma nell’intero percorso di cura del paziente.
Non è il singolo professionista a salvare vite: è il sistema.
La review scientifica sposta infine il focus dal singolo operatore all’organizzazione complessiva dell’emergenza territoriale.
Ciò che realmente salva la vita del paziente è l’efficienza della rete:
- centrali operative efficaci;
- dispatch accurato;
- protocolli condivisi;
- formazione continua;
- rapidità dei tempi di intervento;
- integrazione con Trauma Center, Stroke Unit ed emodinamica;
- clinical governance strutturata.
In un sistema maturo, un infermiere altamente formato può garantire standard di sicurezza ed efficacia assolutamente sovrapponibili a quelli di un medico in moltissimi scenari assistenziali.
La differenza non la fa più il titolo professionale in sé, ma il livello di competenza certificata e l’inserimento in un modello organizzativo efficiente.
Il futuro del 112/118 italiano passa dalle competenze avanzate.
Queste evidenze arrivano in un momento cruciale per la sanità italiana, impegnata nella riforma territoriale prevista dal DM 77 e nella ridefinizione dell’assistenza extraospedaliera.
La carenza cronica di medici dell’emergenza, l’aumento degli accessi al sistema 118 e la necessità di garantire sostenibilità economica impongono una riflessione seria e libera da pregiudizi ideologici.
Continuare a inseguire un modello totalmente medicalizzato appare oggi difficilmente sostenibile, sia sul piano organizzativo sia su quello economico.
La vera sfida sarà invece:
- investire nella formazione specialistica infermieristica;
- uniformare i protocolli regionali;
- definire standard nazionali di qualità;
- riconoscere normativamente le competenze avanzate;
- sviluppare modelli organizzativi evidence-based.
L’infermiere dell’emergenza territoriale non è una figura “di serie B”, né una soluzione tampone per coprire le carenze di personale medico. È una risorsa clinica avanzata, autonoma e strategica per la sanità moderna.
La scienza, oggi, lo afferma con chiarezza. E il sistema sanitario italiano non potrà ignorarlo ancora a lungo.
Bibliografia:
- American Heart Association (AHA). Guidelines for Cardiopulmonary Resuscitation and Emergency Cardiovascular Care. Dallas: AHA, aggiornamenti 2020-2025.
- Baekgaard J.S., Viereck S., Møller T.P. et al. The effects of emergency medical services response by physician versus non-physician teams in out-of-hospital cardiac arrest and trauma patients: systematic reviews and meta-analyses. Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine.
- Bigham B.L., Kennedy S.M., Drennan I. et al. Expanding Paramedic and Nursing Roles in Emergency Medical Services Systems. Prehospital Emergency Care.
- Blackwell T.H., Kaufman J.S. Response time effectiveness: comparison of response time and survival in an urban emergency medical services system. Academic Emergency Medicine.
- Burrell A.J., Bernard S.A., Nichol A.D. et al. Prehospital physician versus paramedic care for major trauma patients: a systematic review. Critical Care.
- International Council of Nurses (ICN). Nurses: A Voice to Lead – Health for All. Ginevra.
- Ministero della Salute. Atto di indirizzo per lo sviluppo del sistema di emergenza territoriale 118.
- Ministero della Salute. Decreto Ministeriale 77/2022 – Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale.
- O’Hara R., Johnson M., Siriwardena A.N. et al. A qualitative study of systemic influences on paramedic decision making. Emergency Medicine Journal.
- Suserud B.O., Haljamäe H. Role of nurses in prehospital emergency care. Accident and Emergency Nursing.
- World Health Organization (WHO). Strengthening emergency and critical care systems worldwide. Ginevra.
- Studi comparativi internazionali su sistemi EMS scandinavi, SAMU brasiliano e modelli paramedici anglosassoni pubblicati tra il 2000 e il 2025 su:
- Prehospital Emergency Care
- Resuscitation
- Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine
- Emergency Medicine Journal
- Critical Care
- BMJ Open
Sitografia:
- Ministero della Salute
- Istituto Superiore di Sanità (ISS)
- World Health Organization (WHO)
- International Council of Nurses (ICN)
- American Heart Association (AHA) Guidelines
- PubMed – National Library of Medicine
- Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine
- Prehospital Emergency Care Journal
- Emergency Medicine Journal
- Critical Care Journal
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