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Dal XVI Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Case Manager (AICM), tenutosi a Bologna, è emerso un messaggio forte e unitario: il Case Management non è più una pratica sperimentale, ma un elemento strutturale e indispensabile per la sanità italiana. Per trasformare questa consapevolezza in efficienza operativa, è ora urgente un riconoscimento formale del ruolo e l’adozione di standard normativi a livello nazionale.
La scelta di Bologna come sede del Congresso non è stata casuale. La città emiliana è stata il luogo dove il modello di Case Management è nato e si è radicato in Italia. Oggi, il bilancio tracciato da professionisti, dirigenti e docenti universitari è netto: il modello è conosciuto, riconosciuto e applicato, ma la sua diffusione e la sua qualità operativa sono ancora troppo disomogenee sul territorio.
La Presidente AICM, Virna Bui, ha sottolineato un punto di convergenza fondamentale emerso dalla tavola rotonda: il ruolo del Case Manager deve essere intrinsecamente multiprofessionale. Non è una figura di categoria, ma una funzione trasversale accessibile a tutte le professioni sanitarie e sociali, la cui azione è determinata esclusivamente dai bisogni della persona assistita.
Il congresso ha ribadito le definizioni AICM che fungono da riferimento nazionale per comprendere la portata di questo ruolo.
- Case Management: È il modello organizzativo centrato sulla persona, finalizzato alla gestione integrata del percorso di cura attraverso tutto il continuum assistenziale, dalla diagnosi alla riabilitazione, fino al reinserimento nella comunità.
- Case Manager: È il professionista che opera come garante della continuità assistenziale, coordinatore del percorso di cura e facilitatore di integrazione tra i complessi servizi sanitari e socio-sanitari. Il suo compito non è erogare singole prestazioni, ma guidare l’intero processo.
Due concetti definiscono l’azione più profonda e trasformativa del Case Manager:
- Advocacy: La funzione di rappresentare la persona, tutelarne le volontà, mediare con i servizi e sostenerne l’autodeterminazione. È un atto di fiducia e rispetto nella relazione quotidiana.
- Empowerment: L’azione di accompagnare il paziente a diventare parte attiva e consapevole del proprio percorso di cura, condividendo obiettivi e prendendo decisioni informate.
Queste due dimensioni richiedono maturità clinica e abilità relazionali avanzate, elementi che differenziano chiaramente il Case Manager da altri ruoli di pura gestione amministrativa o logistica.
Il successo del Case Management è legato indissolubilmente alla formazione. I relatori hanno insistito sul fatto che il ruolo richiede un set di competenze avanzate: visione sistemica, adattabilità, intelligenza emotiva, conoscenza approfondita dei percorsi di cura e degli indicatori di esito. La formazione continua è quindi una necessità strutturale per gestire la crescente complessità assistenziale (multimorbilità, fragilità, invecchiamento demografico).
Per superare la disomogeneità e arrivare a un profilo unico, è stato presentato un questionario nazionale destinato a tutti coloro che svolgono questa funzione. La raccolta dei dati servirà a:
- Mappare in modo scientifico competenze e formazione.
- Definire standard nazionali e una proposta professionale omogenea.
- Costruire la base per un Profilo Professionale del Case Manager italiano e un Model Act.
Le testimonianze portate al congresso da diverse regioni (dalla Lombardia alla Sicilia) hanno confermato l’efficacia del modello. Il Case Manager è fondamentale nei percorsi ad alta complessità (oncologici, neurologici, psichiatrici) ma anche nelle dimissioni protette, al Pronto Soccorso e soprattutto nei nuovi servizi territoriali (Case di Comunità, Ospedali di Comunità, COT).
In ogni contesto, la sua presenza migliora il coordinamento, l’appropriatezza e l’efficienza, riducendo sprechi, frammentazioni e sostenendo il paziente nelle difficili transizioni tra setting di cura diversi. La teleassistenza infermieristica, in particolare, lo vede come il punto di connessione tra cura digitale e assistenza sul territorio.
La conclusione del XVI Congresso AICM è inequivocabile: il Case Manager è diventato lo snodo strategico della sanità italiana, l’unica figura professionale in grado di garantire coerenza, continuità e integrazione in percorsi altrimenti frammentati.
Questa funzione, che sfida i vecchi modelli burocratici, richiede una cornice istituzionale chiara e un sostegno convinto. Il futuro del sistema sanitario dipenderà dalla capacità della politica e delle istituzioni di formare, riconoscere e sostenere questi professionisti. Il Case Manager non è un lusso o un modello da sperimentare: è la necessità operativa che tiene insieme il sistema e garantisce un percorso continuo e integrato alla persona assistita.
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