La denuncia di un professionista sanitario di Chieri: “Ogni giorno lavoriamo tra paura e tensione. Difendiamo i pazienti, ma chi difende noi?”
Un’aggressione in Pronto Soccorso, un professionista sanitario colpito mentre svolgeva il proprio lavoro e una richiesta che torna con forza al centro del dibattito: garantire maggiore sicurezza negli ospedali attraverso presidi permanenti delle forze dell’ordine.
È la storia raccontata da un infermiere di Chieri, 61 anni, aggredito circa due mesi fa da un paziente durante l’attività lavorativa. Un episodio che riaccende l’allarme sulla crescente violenza contro gli operatori sanitari, un fenomeno ormai diventato una vera emergenza nazionale.
“In Pronto Soccorso non possiamo reagire, possiamo solo contenere”, ha raccontato l’infermiere, spiegando la difficoltà quotidiana di chi lavora in prima linea. Un professionista sanitario non può rispondere alla violenza con altra violenza: il suo compito è proteggere il paziente, gestire la situazione e cercare di riportare la calma.
Ma quando l’aggressione diventa fisica, il confine tra gestione della crisi e rischio personale diventa estremamente sottile.
L’aggressione durante la visita: la tensione esplode improvvisamente
Secondo quanto riferito dall’infermiere, l’episodio sarebbe avvenuto durante una visita in Pronto Soccorso.
Un paziente avrebbe iniziato ad agitarsi progressivamente fino a perdere il controllo, arrivando poi all’aggressione fisica nei confronti del professionista sanitario.
Situazioni di questo tipo, purtroppo, non sono più episodi isolati.
Nei Pronto Soccorso italiani gli operatori si trovano quotidianamente a gestire:
- pazienti in stato di agitazione;
- persone con problemi psichiatrici o alterazioni comportamentali;
- familiari esasperati dai tempi di attesa;
- situazioni di sovraffollamento;
- carichi di lavoro elevati.
In molti casi infermieri, OSS e medici diventano il primo punto di contatto con la rabbia e la frustrazione dei cittadini.
“Noi dobbiamo curare, non combattere”.
Il racconto dell’infermiere di Chieri evidenzia una delle principali difficoltà vissute dagli operatori sanitari: la necessità di mantenere sempre un comportamento professionale anche davanti alla violenza.
Chi lavora in emergenza-urgenza viene formato alla gestione delle situazioni critiche, alla comunicazione con il paziente aggressivo e alle tecniche di contenimento non violento.
Ma questo non significa essere immuni dal rischio.
“Non possiamo reagire” significa rispettare il ruolo sanitario e il principio secondo cui il professionista deve proteggere la persona assistita, anche quando questa mette in pericolo chi si sta prendendo cura di lei.
Il problema è che troppo spesso gli operatori si trovano senza strumenti adeguati di protezione.
La richiesta: un presidio di Polizia negli ospedali.
Tra le richieste avanzate dagli operatori sanitari torna quella di prevedere presidi fissi delle forze dell’ordine nei Pronto Soccorso più esposti.
Una presenza costante potrebbe rappresentare un deterrente e consentire un intervento immediato nei casi più critici.
Negli ultimi anni molte organizzazioni sindacali e rappresentanze professionali hanno denunciato l’aumento delle aggressioni contro infermieri, medici, OSS e altri lavoratori della sanità.
La violenza contro chi cura non può essere considerata un semplice problema di ordine pubblico: è una questione che riguarda il funzionamento stesso del Servizio Sanitario Nazionale.
Un operatore sanitario che lavora con paura, tensione o insicurezza non può garantire pienamente la qualità dell’assistenza.
La violenza in sanità è un fenomeno nazionale.
Le aggressioni agli operatori sanitari rappresentano una delle emergenze più preoccupanti degli ultimi anni.
Secondo i dati diffusi periodicamente dagli organismi istituzionali, gli episodi coinvolgono soprattutto il personale dei servizi più esposti:
- Pronto Soccorso;
- Servizi psichiatrici;
- Continuità assistenziale;
- Servizi territoriali;
- Strutture residenziali.
Gli infermieri risultano spesso tra le categorie più colpite perché sono i professionisti che trascorrono più tempo accanto al paziente e alla famiglia.
Sono loro ad accogliere, assistere, comunicare le attese, gestire le richieste e spesso anche raccogliere la frustrazione degli utenti.
Servono sicurezza, formazione e organizzazione.
La soluzione non può essere soltanto repressiva.
La sicurezza negli ospedali richiede un insieme di interventi:
- presenza adeguata di personale;
- riduzione del sovraffollamento dei Pronto Soccorso;
- formazione sulla gestione dell’aggressività;
- sistemi di allarme e videosorveglianza;
- percorsi dedicati per pazienti fragili o con disturbi comportamentali;
- collaborazione stabile con le forze dell’ordine.
La prevenzione deve partire dall’organizzazione del lavoro.
Un Pronto Soccorso sotto pressione, con pochi operatori e tempi di attesa elevati, aumenta il rischio di conflitti.
“Chi cura deve essere protetto”.
La vicenda dell’infermiere di Chieri rappresenta il volto di tanti professionisti sanitari che ogni giorno entrano in ospedale con la consapevolezza di poter incontrare situazioni difficili.
Gli infermieri non chiedono privilegi.
Chiedono semplicemente di poter lavorare in sicurezza.
La frase che emerge dalla denuncia è un messaggio chiaro: chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di non dover avere paura mentre svolge il proprio lavoro.
La sanità non può accettare che aggressioni e violenze diventino una parte “normale” della professione.
Perché un ospedale deve essere un luogo di cura.
Mai un luogo di paura.
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