Negli ultimi tempi, tra le professioni sanitarie, quella infermieristica continua a essere la più presente nel dibattito mediatico; si rivendicano adeguamenti salariali, l’uscita dal comparto, il riconoscimento della formazione e delle competenze acquisite, nonché una maggiore equità nelle posizioni dirigenziali, soprattutto nei contesti decisionali di programmazione, politica sanitaria e governance aziendale. Il nostro sentimento di insoddisfazione, motivato da molteplici ragioni – alcune condivise con altre professioni sanitarie – non dovrebbe rappresentare un’esclusiva del nostro settore, aspetto che risulta difficile comprendere. Tuttavia, accanto a questo, vi sono altre professioni sanitarie, in particolare quella ostetrica, con la quale la figura infermieristica condivide la quotidianità sia nei consultori sia, soprattutto, nei reparti di ostetricia e neonatologia, nei quali gomito a gomito si collabora per gestire al meglio la gravidanza, il parto e il puerperio. Le ostetriche si occupano della salute riproduttiva femminile, assistendo la donna durante la gravidanza, il parto e il puerperio, oltre a fornire consulenza e supporto. Gli infermieri, invece, svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza al neonato, nella gestione delle complicanze e nella somministrazione delle terapie.
La Legge 251/2000 unisce nel proprio Art. 1. Professioni sanitarie infermieristiche e professione sanitaria ostetrica 1. Gli operatori delle professioni sanitarie dell’area delle scienze infermieristiche e della professione sanitaria ostetrica svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, alla cura e salvaguardia della salute individuale e collettiva, espletando le funzioni individuate dalle norme istitutive dei relativi profili professionali nonché dagli specifici codici deontologici ed utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza. 2. Lo Stato e le regioni promuovono, nell’esercizio delle proprie funzioni legislative, di indirizzo, di programmazione ed amministrative, la valorizzazione e la responsabilizzazione delle funzioni e del ruolo delle professioni infermieristico-ostetriche al fine di contribuire alla realizzazione del diritto alla salute, al processo di aziendalizzazione nel Servizio sanitario nazionale, all’integrazione dell’organizzazione del lavoro della sanità in Italia con quelle degli altri Stati dell’Unione europea.
Da appartenenti a una stessa famiglia non siamo stati in grado di negoziare il nostro contratto. Quale autonomia possiamo vantare, se ancora oggi siamo esclusi da numerosi diritti ? Quale considerazione viene riservata a tali professionisti, con un percorso formativo universitario e competenze sempre più specializzate? Siamo giunti davvero al limite della comprensione. È ormai indispensabile riconoscere i ruoli e le funzioni di ciascuno, trattandoli di conseguenza.
Questo silenzio fa capire che, probabilmente, le ostetriche operano già all’interno della propria autonomia professionale e contrattuale e non desiderano la presenza del personale infermieristico. Inoltre, si deduce che desiderano gestire in via esclusiva la cura delle donne, considerando l’affinità tra le due figure professionali: molte delle mansioni tipicamente attribuite agli infermieri potrebbero essere svolte dalle ostetriche, specialmente in presenza di carenza di personale.
Indipendentemente dalle opinioni personali, è indiscutibile che ogni sfida debba essere affrontata congiuntamente da tutte le professioni sanitarie, e non limitata a una singola categoria delle professioni sanitarie non mediche. È essenziale mantenere quotidianamente l’unità di questa comunità. Destano profondo rammarico il silenzio e la mancanza di dibattito riguardo all’uscita dal comparto: non è più accettabile considerare le professioni sanitarie come un insieme indistinto di categorie. Pertanto, è giunto il momento di unirci sotto un unico obiettivo e una sola bandiera, quella del tricolore italiano, per rappresentare presso ogni sede istituzionale le istanze dell’intera comunità lavorativa. Non si tratta della comunità che opera dietro una scrivania impartendo direttive spesso in contrasto con il diritto e la dignità umana, professionale e contrattuale. In un contesto in cui ogni giornata richiede massima attenzione ed energia, sia fisica che mentale, è necessario adeguare il lavoro alle esigenze dell’essere umano, al fine di prevenire errori e garantire non solo assistenza ma anche quella autentica relazione umana che oggi appare sempre più rara nel tempo. Non si può essere schiavi del lavoro; al contrario, è il lavoro che deve essere adattato alla vita dell’uomo.
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