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La notizia di compensi stratosferici – fino a 1000 euro per un turno, tipicamente per i Medici, ma stavolta dato agli Infermieri per tappare i buchi d’organico al San Raffaele di Milano – non è più uno scandalo isolato, ma l’ennesima spia di una malattia terminale che affligge il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Non stiamo parlando di un costo imprevisto, ma di una spesa strutturale che evidenzia una clamorosa priorità rovesciata e un profondo danno morale al corpo della sanità italiana.
Il fenomeno del personale “a gettone”, gestito attraverso cooperative esterne, rappresenta la sconfitta della programmazione statale. È la prova che il sistema pubblico ha rinunciato a investire sui propri dipendenti, preferendo affittarli a caro prezzo sul mercato libero. Ma c’è un paradosso amarissimo: stiamo pagando cifre da capogiro per certificare il fallimento delle politiche retributive che abbiamo imposto al nostro personale strutturato.
Al centro di questa crisi c’è la disparità. Un medico o un infermiere assunto tramite concorso, con anni di esperienza e fedeltà all’istituzione, percepisce per lo stesso turno una frazione del compenso del collega a gettone. Chi è legato al vincolo del contratto nazionale, pur portando il peso della continuità assistenziale, è punito da una retribuzione rigida e insufficiente.
Questa forbice non è solo una questione economica; è un attacco diretto alla motivazione. Il “gettonista” lavora in regime di spot, spesso senza legami con il contesto ospedaliero e con un interesse primario nel massimizzare le ore di maggiore retribuzione. Il dipendente strutturato, invece, deve garantire la formazione, la burocrazia, la qualità e la conoscenza profonda del paziente. Quando il sistema premia l’assenza di legami e la flessibilità temporanea con un compenso fino a dieci volte superiore, il messaggio lanciato è devastante: l’impegno e la stabilità non pagano.
Il ricorso ai “gettonisti” è venduto come una necessità emergenziale, ma a ben vedere è un lusso insostenibile.
Se un ospedale paga 1000 euro per un turno medico, quei soldi potrebbero, e dovrebbero, essere investiti in concorsi stabili, in incentivi per le aree di maggiore criticità (come i Pronto Soccorso) o in una doverosa rivalutazione dei contratti collettivi. La spesa annuale per il personale in outsourcing è un buco nero nei bilanci regionali che alimenta il circolo vizioso: meno personale strutturato, più gettonisti; più gettonisti, meno risorse per aumentare gli stipendi interni.
Inoltre, il rischio di affidarsi a personale di cui l’ospedale non può garantire pienamente la formazione specifica e l’integrazione nelle procedure interne (come lamentato nelle polemiche sulla qualità) è un costo che ricade in ultima analisi sulla sicurezza del paziente.
Per uscire da questa crisi, è necessario un atto di coraggio politico. Non basta condannare il fenomeno; bisogna renderlo economicamente e strutturalmente inutile.
- Stop al massimo storico: si deve porre un tetto, per legge, al costo orario che una ASL può pagare un professionista esterno, rendendo economicamente più vantaggioso l’assunzione interna.
- Rivalutazione contratto: è improrogabile una riforma contrattuale che riconosca finalmente il valore del lavoro sanitario, equiparando, se non superando, gli stipendi medi europei.
- Investire sulla fedeltà: vanno introdotte misure di incentivazione forti per chi accetta di lavorare in aree disagiate o critiche e per chi rimane fedele all’ente pubblico.
La sanità non può permettersi di essere gestita come un mercato temporaneo di lusso. La cura è un diritto e l’assistenza è un servizio che richiede stabilità, competenza e dedizione. Finch é il sistema continuerà a pagare cifre d’oro per ovviare ai propri errori, starà spendendo per il proprio funerale. È ora di investire sul personale che ogni giorno salva la vita dei cittadini, restituendo dignità al lavoro e credibilità al Servizio Sanitario Nazionale.
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