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8 Mar 2026, Dom

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Esistono storie che lasciano senza fiato non solo per il dolore che portano con sé, ma per l’incredibile catena di negligenze che le hanno generate. La morte del piccolo Domenico, avvenuta dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, è diventata un caso nazionale che scuote le fondamenta del sistema trapiantologico italiano.

Le ultime testimonianze, raccolte dai PM e rese pubbliche dal legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, delineano un quadro che oscilla tra l’errore tecnico grossolano e scene che gli stessi inquirenti hanno definito “scioccanti”.

Il fumo freddo: l’inizio della fine a Bolzano.

Tutto inizia a Bolzano, durante l’espianto dell’organo donato. Qui entra in scena il primo, fatale protagonista: il ghiaccio secco.

Secondo i verbali, un operatore sanitario (OSS) di Bolzano avrebbe accompagnato la dottoressa dell’equipe di Napoli nel deposito dove era stipato il ghiaccio secco (utilizzato solitamente per la conservazione dei tessuti, non degli organi). L’operatore ha raccontato di aver notato del “fumo freddo” fuoriuscire mentre versava il ghiaccio nel contenitore e di aver chiesto conferma alla dottoressa sulla correttezza della procedura. La risposta? Un via libera che avrebbe segnato il destino del cuore: “Mettilo sotto e di lato”.

Il ghiaccio secco ha una temperatura di circa -78°C. Per un organo che deve viaggiare tra i 4°C e gli 8°C, quel contatto è stato come l’esposizione a una fiamma ossidrica al contrario: il cuore è stato letteralmente “bruciato” dal gelo.

Un “frigo per le bibite” per un organo vitale.

Un altro punto centrale dell’inchiesta riguarda il contenitore utilizzato. L’avvocato Petruzzi è categorico: “Il box portato da Napoli non era idoneo neanche per le linee guida del 2015”.

Le normative vigenti (aggiornate nel 2018 e nel 2025) impongono l’uso di contenitori certificati capaci di monitorare la temperatura ogni minuto. Invece, dalle foto e dalle perizie, emerge l’ipotesi dell’uso di un comune frigo portatile, privo di sistemi di rilevazione termica costante. Durante il volo da Bolzano a Napoli, nessuno ha controllato se quel cuore stesse diventando un blocco di ghiaccio.

Il dramma in sala operatoria: “era una pietra”.

Il racconto degli infermieri del Monaldi è forse il momento più crudo dell’intera vicenda. Quando il contenitore è stato aperto a Napoli, l’equipe si è trovata davanti a una realtà agghiacciante: l’organo era congelato.

Le testimonianze parlano di tentativi disperati e quasi surreali per “rianimare” l’organo:

  • il lavaggio con acqua fredda, poi tiepida e infine calda, nel tentativo inutile di scongelare i tessuti ormai necrotizzati dal freddo estremo.
  • le parole del chirurgo: “Questo cuore è duro come una pietra, non farà mai un battito”.

Nonostante l’evidenza, il trapianto è stato eseguito. Perché? Una scelta dettata dalla disperazione: il cuore malato di Domenico era stato espiantato quattro minuti prima dell’arrivo del nuovo organo. Senza alternative, il chirurgo ha tentato l’impossibile, ma il piccolo Domenico non si è mai ripreso, spegnendosi due mesi dopo.

Il nodo delle responsabilità: perché Bolzano non è indagata?

Nonostante l’errore sia avvenuto fisicamente a Bolzano, la Procura di Napoli sembra orientata a non indagare nessuno nella struttura altoatesina. Il motivo è tecnico-giuridico:

  1. Competenza: l’ospedale di Bolzano non è un centro trapianti e non ha responsabilità sui protocolli di trasporto.
  2. Gerarchia: il personale locale ha eseguito le richieste dell’equipe specializzata venuta da Napoli. Spettava alla cardiochirurga del Monaldi, in qualità di responsabile del prelievo, verificare l’idoneità del ghiaccio e del contenitore.

Verso il processo.

Questa vicenda lascia aperti interrogativi enormi sulla sicurezza dei trasporti d’organo in Italia. Se le linee guida del 2025 impongono controlli costanti, com’è stato possibile che un “frigo non idoneo” contenente ghiaccio secco abbia superato i controlli di un’equipe specializzata?

La famiglia di Domenico chiede giustizia, non solo per il proprio bambino, ma perché nessun altro genitore debba mai sentir parlare di “cuori di pietra” in una sala operatoria.

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