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Infermieri ed importanza del linguaggio nell’approccio all’utente ed al caregiver. Una tesi che parla di assistenza e comunicazione, lavoro della dottoressa Martina Bellini.

L’infermiere e la comunicazione: soggetto comunicatore ed importanza del linguaggio. Sono questi gli elementi di uno studio di tesi della dottoressa Martina Bellini, laureatasi presso l’Università degli Studi di Firenze in Infermieristica.

Questo l’estratto della sua tesi.

L’infermiere comunicatore e l’importanza del linguaggio. Approccio con l’utente ed il caregiver.

Quello della comunicazione è un aspetto che per anni è stato trascurato in ambiente infermieristico e sanitario.

Solo ultimamente, con il passaggio da un modello bio-medico, incentrato sulla malattia, a un modello bio-psicosociale incentrato sulla persona, è stato preso in seria considerazione.

In concomitanza di questo cambio di paradigma culturale, si ha una transizione dalla cura dell’organo malato alla cura della persona in maniera olistica; curare non è più soltanto il mettere in atto le migliori pratiche terapeutiche, to cure, ma è “prendersi cura” dell’altro, to care, e accogliere chi vive un’insostenibile condizione di sofferenza.

In quest’ottica di cambiamento, assume particolare rilevanza la qualità della relazione e della comunicazione che si instaura tra il professionista e la persona assistita: infatti, oltre a saper padroneggiare tutta una serie di procedure e competenze tecniche, l’infermiere, qualsiasi sia il suo specifico ambito di lavoro, è chiamato a entrare costantemente in relazione con i pazienti e con la loro sofferenza, e ad interfacciarsi con i loro familiari, o caregivers, attraverso lo strumento comunicativo.

In ambito sanitario le competenze relazionali e comunicative sono indispensabili per instaurare un
rapporto di fiducia con l’assistito, per imparare ad ascoltarlo e comprenderne sentimenti e paure.

In particolare, nella relazione infermiere-paziente, la comunicazione ha un ruolo prioritario: è il metodo con cui il professionista sanitario si interfaccia con l’assistito e i suoi caregivers, e può avere un impatto positivo sulla qualità dell’assistenza e sulla soddisfazione di questi ultimi.

Il seguente studio si sofferma sul metodo di comunicazione verbale; si effettua qui un’indagine conoscitiva di tipo quantitativo tra la popolazione generale, con lo scopo di valutare il livello di
apprezzamento del linguaggio utilizzato dai professionisti nei confronti degli assistiti e dei caregivers in un contesto di cura ospedaliero.

Più in particolare, si analizza l’utilizzo di nomignoli, vezzeggiativi e appellativi vari, nonché di forme colloquiali o di cortesia, valutandone il riscontro positivo o negativo su questi ultimi e, quindi, sulla qualità dell’assistenza erogata.

Materiali e metodi

È stato scelto di impostare questo studio somministrando questionari anonimi attraverso un link inviato ai cittadini tramite le piattaforme social di più frequente utilizzo. I dati raccolti sono stati poi presentati sotto forma di grafici creati con il programma Excel, attraverso tabelle pivot.

Il questionario è composto principalmente da domande a risposta multipla e secondo scala Likert a cinque posizioni, indirizzate a conoscere il linguaggio utilizzato dagli infermieri in un contesto di cura ospedaliero nei confronti dell’assistito.

Vi sono due sezioni: una compilata dagli assistiti e una compilata dai caregivers. Entrambe le sezioni sono composte da 19 domande rivolte all’assistito e solo nella sezione dei familiari e caregivers vi sono 3 domande rivolte alla loro esperienza.

Hanno partecipato all’indagine 156 utenti: 83 per la sezione “assistito” e 73 per la sezione “familiare o caregiver”.

Risultati.

Dall’indagine si evince che l’uso della forma confidenziale da parte degli infermieri è assai più diffuso (63%) della forma di cortesia (37%), che permane nel rapporto con pazienti più anziani.

La maggior parte degli utenti risulta soddisfatta del linguaggio e delle parole utilizzati dagli infermieri: il 40% risulta “Molto” soddisfatto (grado 4 likert), mentre il 28% “Moltissimo” (grado 5, il più alto).

Inoltre, le classi di età 20-29 anni e 30-39 anni sono le più soddisfatte.

Piuttosto frequente è l’utilizzo di espressioni confidenziali quali nomignoli, vezzeggiativi e appellativi vari: fino al 31% degli assistiti afferma infatti che l’infermiere abbia utilizzato appellativi o nomignoli nell’approcciarsi o rivolgersi a loro.

Una buona percentuale di utenti afferma di non ritenere adeguato
l’utilizzo di queste espressioni: il 47% di questi lo percepisce “Per Niente” o “Poco” adeguato, e il 28% “Abbastanza” adeguato.

Le fasce di età interessate sono 50-59 anni, 60-69 anni (Per Niente adeguato), 40-49 anni e 70-79 anni (Poco adeguato).

Si effettua successivamente un raggruppamento per grado di istruzione degli assistiti; più questo è alto, più è alta l’insoddisfazione da parte di questi ultimi. In particolare, la maggiore insoddisfazione si ritrova negli assistiti con “Laurea triennale” e “Laurea magistrale e post laurea”.

Nonostante l’utilizzo di queste espressioni o della forma confidenziale non dia fastidio ai più, rimane una percentuale di utenti che ritiene di non essersi sentita a proprio agio quando l’infermiere ha usato questo tipo di comunicazione (36% “Per Niente” o “Poco”, e 23% “Abbastanza”).

Le classi di età maggiormente interessate sono 30-39 anni 50-59 anni e 60-69 anni.

Si effettua anche qui un raggruppamento per grado di istruzione e ugualmente si nota che al crescere di questo cresce anche
l’insoddisfazione degli assistiti.

Per quanto riguarda le domande rivolte ai caregivers, su un campione di 73 utenti, è emerso che gli infermieri si sono rivolti utilizzando per il 71% il “Lei” e per il 29% il “tu”.

Si evince infine che solo il 2% degli infermieri ha utilizzato espressioni confidenziali (nomignoli o appellativi) nei loro confronti.

Il 37% del totale degli intervistati ha risposto alla domanda aperta che chiedeva quali fossero i nomignoli e appellativi usati più frequentemente nei loro confronti da parte degli infermieri. Questi sono risultati i nomignoli più utilizzati: “Tesoro” (32%), “Cara/o” (15%), “Amore” (15%), “Nonno” (4%),
“Campione” (4%), “Nonnino” (3%).

Va inoltre preso in considerazione il fatto che queste risposte provengano da esperienze di ricovero per lo più recenti.

La stragrande maggioranza dei soggetti coinvolti nell’indagine afferma infatti di riferirsi a esperienze vissute dal 2014 in poi. Solo il 5% del totale ha fatto riferimento ad un’esperienza risalente al periodo 1995-2005.

Conclusioni

Attraverso questa indagine, ho voluto evidenziare l’importanza della comunicazione nella relazione infermiere-paziente.

Emerge la necessità di un maggiore interessamento al tema della comunicazione da parte degli infermieri, nonché una maggior attenzione all’utilizzo del linguaggio verbale nei confronti dell’utente e dei familiari.

L’utilizzo della forma di cortesia in luogo di forme ed espressioni confidenziali dovrebbe risultare naturale da parte di tutti i professionisti sanitari e da parte di ogni persona, specialmente nei confronti di chi non si conosce.

Se infatti, come si evince dall’indagine, le forme confidenziali hanno dato fastidio a qualcuno, le forme di cortesia no. Essendo poi il contesto ospedaliero un contesto formale, il primo approccio dovrebbe avvenire attraverso una comunicazione formale.

L’utilizzo del “Lei” è da sempre sinonimo di rispetto e educazione verso il prossimo ma, come scrive Umberto Eco, “a causa di una perdita di rapporto con il passato e la sua cultura, nella lingua di molti, non è proprio disponibile la scelta tra il tu o il Lei, o addirittura del Voi”.

Per concludere, una comunicazione che parta dalla forma di cortesia e che poi si sviluppi a seconda della personalità e del contesto in cui il paziente si trova, è da preferire.

Ciò richiede inevitabilmente una certa flessibilità comunicativa da parte di infermieri e personale medico.

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