«Prima delle mura servono i professionisti»: l’allarme degli Ordini sulle Case di Comunità e sugli Ospedali di Comunità del PNRR.
Si possono inaugurare nuove Case di Comunità, aprire nuovi Ospedali di Comunità e investire milioni di euro nella riorganizzazione della sanità territoriale, ma senza infermieri tutto rischia di rimanere soltanto un progetto sulla carta. È questo il messaggio lanciato dagli Ordini delle Professioni Infermieristiche di Torino e Cuneo, intervenuti nel dibattito nato attorno all’ipotesi di reclutare infermieri attraverso Amos, società che fornisce servizi di supporto alle aziende sanitarie piemontesi, per garantire il funzionamento delle nuove strutture previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Una prospettiva che ha sollevato forti perplessità da parte della rappresentanza ordinistica infermieristica, che invita istituzioni e politica a riflettere sulle vere cause della carenza di personale e sulle possibili conseguenze di modelli organizzativi basati sull’intermediazione lavorativa.
«Gli infermieri non sono una merce»
A prendere posizione è stato innanzitutto Ivan Bufalo, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e del Coordinamento regionale degli OPI del Piemonte.
«Gli infermieri per il sistema sanitario non sono lavoratori in affitto e non possono essere trattati come una merce da reperire sul mercato ogni volta che il sistema sanitario non riesce a programmare il proprio fabbisogno di personale», afferma Bufalo.
Secondo il presidente dell’OPI Torino, la questione va ben oltre una semplice scelta organizzativa e riguarda direttamente il riconoscimento professionale degli infermieri e il futuro stesso della sanità pubblica.
Per gli Ordini professionali, infatti, continuare a cercare soluzioni emergenziali per reperire personale rischia di spostare l’attenzione dal vero problema: la crescente perdita di attrattività della professione infermieristica.
Perché gli infermieri non scelgono più il Servizio Sanitario Nazionale?
La domanda posta dagli OPI di Torino e Cuneo è tanto semplice quanto scomoda: perché sempre meno infermieri scelgono di lavorare nel Servizio Sanitario Nazionale?
Secondo Remo Galaverna, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Cuneo, il dibattito dovrebbe concentrarsi proprio su questo aspetto.
«La carenza infermieristica non si risolve creando nuovi meccanismi di reclutamento, ma rendendo nuovamente attrattiva una professione che da anni denuncia stipendi insufficienti, carichi di lavoro crescenti, aggressioni, scarse prospettive di carriera e condizioni organizzative sempre più difficili».
Negli ultimi anni la professione infermieristica ha infatti registrato un crescente fenomeno di abbandono, con molti professionisti che scelgono il settore privato, la libera professione oppure opportunità lavorative all’estero, dove stipendi e condizioni di lavoro risultano spesso più vantaggiosi.
Il rischio della precarizzazione
Uno dei punti centrali sollevati dagli Ordini riguarda il rischio di una progressiva precarizzazione della professione.
Secondo Bufalo e Galaverna, gli infermieri sono professionisti sanitari iscritti a un Ordine professionale, titolari di autonomia professionale e responsabili di attività assistenziali complesse che incidono direttamente sulla salute delle persone.
Per questo motivo, sostengono, non possono essere considerati semplicemente una risorsa da reperire attraverso meccanismi di somministrazione di lavoro o tramite soggetti intermediari.
«Continuare a ragionare in questi termini significa svilire il valore professionale, sociale e scientifico dell’infermieristica», evidenzia Bufalo.
Gli OPI ritengono che l’inserimento degli infermieri debba avvenire prioritariamente attraverso assunzioni dirette nel Servizio Sanitario Nazionale, nelle strutture private accreditate o mediante autentiche forme di libera professione, evitando modelli che possano generare ulteriore precarietà.
Case di Comunità senza infermieri?
La questione assume particolare rilevanza alla luce della riforma della sanità territoriale prevista dal PNRR e dal Decreto Ministeriale 77/2022.
Le nuove Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità rappresentano il fulcro del nuovo modello assistenziale italiano, pensato per avvicinare i servizi ai cittadini e migliorare la presa in carico delle persone fragili e croniche.
Tuttavia, gli Ordini evidenziano una contraddizione che rischia di compromettere l’intero progetto.
«Si stanno investendo centinaia di milioni di euro nella costruzione di Case e Ospedali di Comunità, ma si continua a ignorare la questione fondamentale: chi ci lavorerà?», osserva Bufalo.
Secondo gli OPI, senza un numero adeguato di infermieri e senza una reale valorizzazione professionale, le nuove strutture potrebbero incontrare enormi difficoltà nel garantire i servizi per cui sono state progettate.
«Prima delle mura servono i professionisti», ribadiscono.
Anche Nursing Up chiede una riflessione
Sul tema è intervenuto anche il sindacato Nursing Up attraverso il segretario regionale Piemonte e Valle d’Aosta, Claudio Delli Carri.
Pur mantenendo un approccio più istituzionale, il sindacato sottolinea la necessità di avviare un confronto trasparente sulle modalità di reclutamento del personale infermieristico e sulla sostenibilità dei modelli organizzativi che si intendono adottare.
Secondo Nursing Up, il problema non può essere affrontato esclusivamente come una risposta emergenziale alla carenza di personale, ma deve essere inserito all’interno di una strategia complessiva di rafforzamento della sanità pubblica e di valorizzazione delle professioni sanitarie.
«Il punto centrale resta la capacità del sistema di rendere la professione infermieristica attrattiva e riconosciuta. Non è solo una questione numerica, ma di condizioni di lavoro, prospettive di crescita e riconoscimento del ruolo professionale», afferma Delli Carri.
Quattro anni dopo il DM 77: la programmazione sotto accusa
Un altro aspetto evidenziato dal sindacato riguarda la programmazione delle risorse umane.
A quattro anni dall’introduzione del DM 77, che ha definito l’assetto organizzativo della nuova sanità territoriale, Nursing Up si chiede come sia possibile trovarsi ancora oggi nella necessità di individuare strumenti straordinari per reperire infermieri.
Secondo Delli Carri, la situazione evidenzia criticità nella pianificazione del fabbisogno professionale e richiama esperienze già viste in passato, quando alcune procedure concorsuali regionali sono state utilizzate come strumenti indiretti di mobilità del personale.
«La sanità pubblica ha bisogno di programmazione, regole certe e investimenti strutturali sulle persone», sottolinea il sindacalista.
Una scelta che riguarda il futuro della professione
Il confronto aperto in Piemonte va oltre i confini regionali e pone interrogativi che interessano l’intero sistema sanitario italiano.
Da una parte vi è l’urgenza di garantire il funzionamento delle nuove strutture territoriali previste dal PNRR; dall’altra emerge la necessità di affrontare in modo strutturale la crisi della professione infermieristica.
Per gli Ordini professionali e per Nursing Up, la soluzione non può limitarsi alla ricerca di nuovi canali di reclutamento, ma deve passare attraverso investimenti concreti sulle persone, migliori condizioni di lavoro, valorizzazione economica e percorsi di carriera capaci di rendere nuovamente attrattiva una professione fondamentale per il presente e il futuro della sanità italiana.
Perché, come ricordano gli OPI di Torino e Cuneo, senza infermieri non esiste sanità territoriale che possa davvero funzionare.
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