L’operatrice sanitaria sarebbe stata vittima per la seconda volta in pochi giorni di molestie e minacce da parte di un detenuto. È finita al Pronto Soccorso in forte stato di agitazione. I sindacati chiedono maggiori tutele per tutto il personale che opera nella Casa circondariale.
FOGGIA – Un nuovo, grave episodio di violenza e intimidazione ai danni di una professionista sanitaria riporta l’attenzione sulle condizioni di sicurezza all’interno della Casa circondariale di Foggia. Un’infermiera sarebbe stata molestata e minacciata da un detenuto mentre stava svolgendo il proprio lavoro e somministrando la terapia in una sezione dell’istituto penitenziario.
Secondo quanto riportato, non si sarebbe trattato del primo episodio. L’infermiera avrebbe già subito un precedente approccio nei giorni precedenti e avrebbe segnalato la situazione ai responsabili della sorveglianza. Nonostante ciò, durante un nuovo passaggio per la somministrazione della terapia, la professionista si sarebbe ritrovata nuovamente davanti all’uomo, vivendo momenti di grande paura.
L’operatrice sanitaria, in preda alla paura, avrebbe chiesto aiuto e cercato l’intervento degli agenti per evitare un contatto diretto con il detenuto. Al termine dell’accaduto è stata accompagnata al Pronto Soccorso in un forte stato di agitazione e crisi emotiva.
La sicurezza non può essere un optional.
L’episodio sarebbe ora al vaglio delle autorità competenti e la direzione carceraria avrebbe avviato un’indagine interna per ricostruire quanto accaduto. Ma la vicenda riaccende soprattutto il dibattito sulle condizioni in cui sono costretti a lavorare quotidianamente non solo gli agenti della Polizia Penitenziaria, ma anche gli infermieri e tutti gli operatori sanitari presenti all’interno degli istituti di pena.
Il carcere di Foggia viene indicato come uno dei più affollati d’Italia, con percentuali di sovraffollamento che supererebbero il 220 per cento. Una situazione che, insieme alla carenza di personale e alla riduzione dei controlli nelle sezioni, può trasformare anche un normale gesto di assistenza e cura in un momento di pericolo.
Federico Pilagatti, segretario nazionale del SAPPE, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di maggiori tutele e di un potenziamento degli organici della Polizia Penitenziaria. I sindacati denunciano da tempo il problema del sovraffollamento e della carenza di agenti, chiedendo risposte concrete alle istituzioni.
Chi cura deve poter lavorare in sicurezza.
La vicenda dell’infermiera aggredita psicologicamente durante il proprio servizio rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme. Chi entra in un reparto ospedaliero, in un Pronto Soccorso o in un istituto penitenziario per assistere e curare le persone non dovrebbe mai sentirsi solo davanti alla violenza.
Gli infermieri che operano in contesti complessi come quello carcerario svolgono un compito fondamentale, spesso in condizioni difficili e delicate. La loro presenza garantisce il diritto alla salute anche alle persone detenute, ma questo non può significare accettare il rischio di molestie, minacce o aggressioni come parte integrante della professione.
La sicurezza degli operatori sanitari deve diventare una priorità concreta. Servono organizzazione, personale sufficiente, protocolli efficaci e una collaborazione costante tra sanità e amministrazione penitenziaria. Perché un atto di cura non può e non deve mai trasformarsi in un momento di paura.
L’auspicio è che dall’indagine interna possano emergere rapidamente tutti gli elementi necessari a chiarire la vicenda e, soprattutto, che vengano adottate misure capaci di impedire che episodi simili possano ripetersi. La tutela di chi lavora ogni giorno al servizio degli altri non può essere rimandata.
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