Si erano incontrati tra i letti sfatti di un reparto, tra le corsie illuminate a neon e gli odori di disinfettante e flebo. Turni massacranti, notti condivise accanto a pazienti morenti, caffè rapidi alle quattro del mattino, sguardi che parlavano più delle parole.
Erano due infermieri appena trentenni, pieni di ideali, stretti tra l’etica del lavoro e il desiderio di vivere. Innamorarsi era stato facile, naturale. Ma vivere quell’amore… un’altra storia.
Lui, Luca, lavorava a Napoli. Lei, Anna, a Milano. Dopo un anno di treni, messaggi vocali e chiamate finite in pianti silenziosi, fu lei a dire basta. «Non ce la faccio più», disse. E lui, con un nodo in gola, non la trattenne.
Passarono dodici anni. Ospedali diversi, colleghi diversi, vite diverse. Si sposarono, ebbero figli, si specializzarono. Infermieri ancora, sempre. Lo stesso camice, ma addosso un’altra pelle.
Poi, un congresso. Roma. Tema: “La comunicazione nei team sanitari: strumenti per ridurre l’errore clinico”. Era uno di quei classici eventi ECM a cui si partecipa quasi per dovere. Ma il destino si diverte con le coincidenze. Si rividero nell’atrio del centro congressi. Lei con un badge rosa cipria, lui con un cartellino appeso male alla giacca.
— “Anna?”
— “Luca…”
Silenzio. Poi un sorriso lungo dodici anni.
Un caffè. Poi un pranzo. Poi una passeggiata. Poi una carezza che non aveva nulla di scientifico o tecnico, ma tutto il peso del passato. Quella sera, si baciarono in macchina, tra i fari spenti e i respiri trattenuti. Il bacio era lo stesso, solo più urgente, più adulto, più doloroso.
Cominciarono a vedersi. Una volta al mese. Due, quando i turni lo permettevano. Hotel vicino a stazioni, camere pagate in contanti, sguardi guardinghi alla reception. A volte anche solo un’ora in macchina, nei parcheggi di periferia. Si raccontavano tutto, tranne la verità alle persone che avevano sposato.
Non era sesso, non solo. Era quell’amore lasciato a metà, rimasto in apnea, che ora chiedeva ossigeno.
Parlavano ancora di pazienti, di colleghi, dei problemi nei reparti. Ridevano per battute che solo due infermieri potevano capire. Ma poi, dopo ogni incontro, tornavano alle loro vite. Ai figli da accompagnare, ai mariti e alle mogli da guardare negli occhi con l’anima altrove.
Poi arrivò una notte diversa dalle altre. Avevano prenotato una stanza a Bologna, durante un altro congresso. Anna piangeva, in silenzio, con la testa sul petto di lui.
— “Non ce la faccio più,” sussurrò.
Luca non disse nulla. Ma il silenzio fu una risposta.
Il giorno dopo, si lasciarono ancora. Non fu un addio, non lo dissero. Ma smisero di cercarsi. Smisero di mentire. Tornarono alle loro corsie, ai letti da rifare, alle urgenze vere.
Oggi, se li incontri, non li riconosci. Sembrano due infermieri come tanti. Ma ogni tanto, quando girano per il reparto e il profumo dell’alcool si mischia a un ricordo, capita che si fermino un istante di troppo. Che guardino il vuoto con un mezzo sorriso.
Perché ci sono amori che non si vivono mai del tutto, ma non muoiono mai davvero.
Restano lì. In sospeso. Come una cartella clinica non ancora firmata.
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