Sono passati oltre venticinque anni dall’approvazione della legge 10 agosto 2000, n. 251, la norma che ha ridisegnato le professioni sanitarie e aperto la strada allo sviluppo di funzioni organizzative e dirigenziali anche per gli infermieri. Eppure, a distanza di un quarto di secolo, quella strada sembra ancora incompleta.
Questo articolo prende spunto e si ispira anche a un documento di analisi e riflessione elaborato da Ciro Tampone dell’ASL di Foggia, che ha contribuito ad alimentare il dibattito sulla necessità di rendere finalmente concreta e strutturata la dirigenza infermieristica nel Servizio sanitario nazionale.
Sulla carta, infatti, il percorso esiste. La successiva legge 1 febbraio 2006, n. 43, all’articolo 6, ha individuato i requisiti per l’accesso alla dirigenza delle professioni sanitarie: laurea specialistica o magistrale, almeno cinque anni di servizio nelle professioni interessate oppure il possesso di uno specifico incarico dirigenziale.
Il problema è che tra ciò che prevedono le norme e ciò che accade concretamente nelle aziende sanitarie continua ad esserci una distanza significativa.
Una porta aperta dalla legge, ma ancora socchiusa nella realtà.
L’infermiere in possesso di laurea magistrale, nella maggior parte dei casi, continua infatti a essere inquadrato nel Comparto Sanità, nella medesima area contrattuale di professionisti che non hanno seguito un percorso accademico di secondo livello.
La laurea magistrale rappresenta certamente un titolo importante, utile per accedere a incarichi e funzioni di maggiore responsabilità, ma non costituisce automaticamente una vera e propria leva di carriera verso una dirigenza infermieristica strutturata e omogenea.
Anche gli incarichi previsti dalla normativa restano fortemente legati alle scelte organizzative delle singole aziende sanitarie. Il risultato è evidente: due infermieri con lo stesso titolo di studio e la stessa esperienza professionale possono trovarsi davanti a prospettive di carriera completamente diverse semplicemente perché lavorano in ASL differenti o in Regioni con modelli organizzativi diversi.
È proprio questa frammentazione che dovrebbe essere superata.
Per far diventare finalmente la dirigenza infermieristica una realtà concreta, e non soltanto una possibilità prevista dalle norme, servono almeno quattro mosse.
1. Modificare il CCNL e riconoscere una vera area dirigenziale infermieristica.
Il primo passaggio riguarda inevitabilmente il contratto.
Senza un adeguato intervento sul CCNL del Comparto Sanità, il possesso della laurea magistrale rischia di rimanere principalmente un elemento di valorizzazione curricolare, senza tradursi in un autentico percorso professionale e contrattuale.
La sfida è quella di costruire un percorso di accesso e sviluppo della dirigenza delle professioni infermieristiche maggiormente riconoscibile e strutturato, superando l’attuale situazione nella quale le responsabilità organizzative e gestionali possono esistere senza trovare sempre una corrispondente e uniforme collocazione contrattuale.
Senza questo passaggio, la laurea magistrale continuerà troppo spesso a essere un titolo di merito, ma non una reale leva di carriera.
2. Una legge nazionale per superare la discrezionalità territoriale.
Il secondo passaggio è legislativo.
Non è più possibile che l’applicazione concreta delle opportunità professionali dipenda esclusivamente dalle scelte delle singole aziende sanitarie o dalle differenti politiche organizzative regionali.
Serve una cornice nazionale più chiara, capace di stabilire criteri uniformi per l’accesso alle funzioni dirigenziali, per la definizione delle responsabilità e per il riconoscimento dei percorsi professionali.
L’obiettivo dovrebbe essere semplice: stesso titolo, stessi requisiti, stesse opportunità, indipendentemente dal territorio nel quale un infermiere esercita la propria professione.
L’autonomia organizzativa delle Regioni e delle aziende sanitarie non può trasformarsi in una lotteria professionale.
3. Il ruolo della FNOPI: spingere sul terreno tecnico e istituzionale.
Il terzo passaggio riguarda la FNOPI, ma occorre chiarire con precisione quale sia il suo ruolo.
La Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche non è un sindacato e non negozia i contratti collettivi. Non siede, dunque, al tavolo della contrattazione con ARAN.
Il suo spazio d’azione è però tutt’altro che marginale. È soprattutto sul piano tecnico e istituzionale che può contribuire a rafforzare il percorso verso una dirigenza infermieristica più solida.
La FNOPI può contribuire con proposte e contributi tecnici nell’elaborazione di decreti e provvedimenti attuativi presso le istituzioni competenti; può portare la questione nei tavoli tecnici istituzionali, compresi quelli che coinvolgono la Conferenza Stato-Regioni; può intervenire nelle audizioni parlamentari quando convocata dalle Commissioni competenti e contribuire alla definizione degli ordinamenti didattici e dei percorsi formativi delle lauree magistrali.
È su questo terreno che la Federazione può esercitare un ruolo determinante: rafforzare la cornice normativa e professionale della dirigenza infermieristica prima ancora che la questione arrivi al tavolo economico e contrattuale.
4. Portare le direzioni assistenziali al centro della governance aziendale.
Il quarto passaggio è organizzativo e riguarda direttamente il funzionamento delle aziende sanitarie.
Le direzioni assistenziali non possono essere considerate semplici strutture di supporto. La complessità dell’assistenza moderna, la gestione delle risorse umane, l’organizzazione dei percorsi di cura e il governo dei processi assistenziali richiedono competenze manageriali specifiche.
Per questo occorre rafforzare il ruolo delle direzioni assistenziali all’interno delle aziende sanitarie e collocarle stabilmente nei processi di governance e nelle sedi decisionali, con responsabilità coerenti con le competenze professionali e con la complessità delle funzioni esercitate.
Non si tratta di creare nuove poltrone, ma di riconoscere una realtà ormai evidente: non può esistere una moderna organizzazione sanitaria senza una piena valorizzazione di chi governa e organizza quotidianamente l’assistenza infermieristica.
Chi aprirà per primo il tavolo?
La domanda, a questo punto, è inevitabile.
Chi tra ARAN, Regioni, organizzazioni sindacali e istituzioni nazionali deciderà di aprire per primo un confronto serio sul futuro della dirigenza infermieristica?
Le norme di riferimento esistono da anni. Le competenze professionali sono cresciute. Le lauree magistrali formano professionisti capaci di affrontare la complessità organizzativa della sanità contemporanea.
Quello che sembra mancare è il passaggio più importante: la volontà politica, contrattuale e organizzativa di trasformare un principio normativo in una concreta opportunità professionale.
Dopo venticinque anni dalla legge 251 del 2000, forse è arrivato il momento di smettere di parlare della dirigenza infermieristica come di una possibilità futura e iniziare a costruirla davvero.
Perché una professione non si valorizza soltanto riconoscendone l’importanza nei documenti e nei convegni. Si valorizza creando percorsi chiari, responsabilità definite, ruoli riconosciuti e prospettive di carriera uguali per tutti.
Riferimenti normativi: legge 10 agosto 2000, n. 251; legge 1 febbraio 2006, n. 43.
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