Sono passati oltre venticinque anni dalla pubblicazione della Legge 251 del 2000, un testo che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto segnare il passaggio delle professioni sanitarie verso una piena autonomia e la costruzione di una propria dirigenza. L’obiettivo era ambizioso e necessario: superare definitivamente il modello dell’operatore sanitario subordinato per dar vita a una figura dirigenziale responsabile dell’organizzazione dell’assistenza, garante della qualità e interlocutore paritario delle direzioni strategiche.
Tuttavia, quel disegno è rimasto in larga parte incompiuto. Come spesso accade nel panorama legislativo italiano, al principio solenne non è seguita un’architettura organizzativa capace di renderlo operativo in modo uniforme. Ruoli, poteri e responsabilità del dirigente delle professioni sanitarie sono rimasti vaghi, dando vita a un’attuazione regionale estremamente disomogenea che ha generato una figura spesso ibrida: un dirigente formalmente riconosciuto ma sostanzialmente esecutore, collocato quasi sempre a valle dei processi decisionali anziché al centro della governance.
Il risultato è un’evidente asimmetria strutturale. Al dirigente vengono attribuite responsabilità elevate sulla tenuta dei servizi e sulla qualità delle prestazioni, ma senza un reale controllo sulle risorse e senza una piena partecipazione alle scelte strategiche. Si tratta, di fatto, di una responsabilità senza leve operative, una condizione che espone il professionista a fragilità giuridiche e organizzative e che ne limita profondamente l’efficacia. In questo scenario, la leadership finisce per essere schiacciata dal “rumore organizzativo” di sistemi complessi, dove la capacità di governare turni, urgenze e priorità meriterebbe un riconoscimento ben diverso da quello attuale.
A questo nodo irrisolto si aggiunge una debolezza identitaria che non può più essere ignorata. Spesso percepita erroneamente come una semplice evoluzione del coordinamento, questa dirigenza fatica a esprimere una forza politica riconosciuta. Il paradosso è evidente: professionisti dotati di alta formazione, competenze avanzate e responsabilità su tecnologie sofisticate incidono ancora troppo poco sulle scelte aziendali. Non è un problema di titoli o di merito, ma una questione politica e culturale. In molte realtà italiane, la funzione dirigenziale di vertice resta infatti una roccaforte monocentrica, occupata quasi esclusivamente da un unico profilo professionale per una sorta di inerzia storica che non trova più giustificazione nei risultati del sistema.
Se non affronteremo apertamente questa distribuzione del potere basata sulla convenienza istituzionale piuttosto che sull’efficacia, anche le più moderne innovazioni organizzative resteranno dichiarazioni di principio. È necessario che le professioni sanitarie continuino a investire in una formazione manageriale d’eccellenza, magari attraverso percorsi nazionali uniformi come una laurea specialistica realmente autonoma, ma serve soprattutto un’azione decisa per ottenere linee guida che riducano le disparità regionali.
Oggi la sfida non è più dimostrare la maturità delle professioni sanitarie, ma riconoscere che la governance attuale, restando monocorde, non rende il sistema più ordinato, ma solo più rigido e meno capace di rispondere alla complessità. Valorizzare l’unità nella diversità non deve essere uno slogan, ma la base per una dirigenza capace di abitare le interfacce e trasformare le competenze distribuite in risultati misurabili. Perché una dirigenza che brilla sulla carta ma non incide sulla realtà non serve a nessuno: né ai professionisti, né, tantomeno, al Servizio Sanitario Nazionale.
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