Non è stata solo una questione di leggi. L’evoluzione dell’infermieristica negli ultimi cinquant’anni è la storia di una metamorfosi culturale: dal “fare” al “pensare l’assistenza”. A che punto siamo oggi?
Se potessimo viaggiare nel tempo e atterrare in un reparto ospedaliero del 1974, troveremmo un mondo sanitario irriconoscibile. In quell’anno vedeva la luce il DPR 225, passato alla storia come il “Mansionario”. Per gli infermieri dell’epoca, fu una boccata d’ossigeno: per la prima volta, dopo norme polverose risalenti al 1940, il legislatore metteva nero su bianco che l’infermiere aveva responsabilità proprie, un ruolo educativo e una dignità professionale che usciva finalmente dalle mura dell’ospedale per abbracciare il territorio.
Eppure, quel passo avanti conteneva un paradosso genetico. Definiva la professione non per ciò che l’infermiere era o sapeva, ma per ciò che poteva fare. Era un elenco della spesa applicato alla cura umana.
La gabbia delle mansioni: quando l’elenco diventa un limite.
Il limite del mansionario divenne evidente quasi subito. Mentre la scienza medica e la tecnologia correvano veloci, una legge basata su un elenco rigido di compiti era destinata a invecchiare prima ancora di essere pienamente applicata.
Il problema era profondo: il mansionario presupponeva un modello esecutivo. Se un compito non era nella lista, tecnicamente non esisteva o non spettava all’infermiere. Ma la realtà clinica non è una lista della spesa. L’assistenza stava già diventando qualcosa di più complesso: valutazione dei bisogni, pianificazione, gestione delle emozioni e dei tempi organizzativi. La professione stava “stretto” in quel vestito sartoriale troppo rigido.
La rivoluzione degli anni ’90: nasce il professionista intellettuale.
La vera “caduta del muro” per l’infermieristica italiana avviene negli anni Novanta. È in questo decennio che crolla il vecchio paradigma dell’ausiliarietà.
- 1994: Il Profilo Professionale (DM 739/94) stabilisce che l’infermiere è il “responsabile dell’assistenza generale infermieristica”. Non più un esecutore, ma un decisore.
- 1999: La Legge 42 abroga definitivamente il termine “mansionario”.
Da quel momento, il perimetro dell’agire infermieristico non è più un elenco di compiti, ma è delimitato da tre pilastri:
- Il percorso di studi (la formazione universitaria);
- Il Codice Deontologico;
- Il Profilo Professionale.
È il passaggio dall’era del “fare” all’era della responsabilità professionale. L’infermiere entra in università, acquisisce la laurea magistrale, il dottorato di ricerca, e inizia a guardare ai colleghi medici non più dal basso verso l’alto, ma “fianco a fianco”, come parte di un’équipe multiprofessionale.
Oltre il Management: la nuova frontiera delle Competenze Cliniche Avanzate.
Se per anni la laurea magistrale è stata vista solo come un ponte verso la scrivania (il management o la dirigenza), oggi stiamo assistendo a una nuova, entusiasmante virata: le specializzazioni cliniche.
In una società che invecchia, dove la cronicità e la fragilità sono la norma, non servono solo gestori, servono esperti clinici. Parliamo di infermieri specializzati in wound care, in area critica, in cure palliative o nella gestione del diabete. Professionisti che hanno competenze avanzate per prendere decisioni complesse al letto del paziente o a casa sua.
A che punto siamo oggi?
Oggi la sfida si è spostata. Non dobbiamo più dimostrare di essere autonomi — la legge lo ha già detto — ma dobbiamo rendere questa autonomia sostenibile e visibile.
L’evoluzione dal 1974 a oggi ci insegna che un professionista non può essere ridotto a una lista di gesti tecnici. Un’iniezione è un gesto, ma decidere quando farla, valutare la reazione del paziente, educarlo alla gestione della sua terapia e coordinare il percorso di cura è assistenza infermieristica.
La distanza che abbiamo percorso dal mansionario è la stessa che separa un tecnico da un professionista intellettuale. E in un sistema sanitario sempre più in affanno, la valorizzazione di queste competenze non è più solo un desiderio della categoria, ma una necessità vitale per la sopravvivenza della salute pubblica.
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