Le radici della sanità pubblica in Italia risiedono nell’articolo 32 della Costituzione e nella legge 833/1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sui pilastri di universalità, uguaglianza ed equità. Nella prima fase, le logiche elettorali della politica hanno portato a una proliferazione incontrollata di strutture e a sprechi diffusi. Per arginare questa deriva si è avviata la stagione dell’aziendalizzazione.
La legge 502/1992 e la successiva Riforma Bindi (D.Lgs. 229/1999) hanno introdotto il vincolo di bilancio, trasformando le USL in aziende (ASL) guidate da criteri di efficienza ed economicità. La salute è diventata una questione di cifre. L’introduzione dei LEA e dell’appropriatezza prescrittiva ha finito per limitare l’autonomia dei medici, riducendo le cure e spingendo i cittadini verso la migrazione sanitaria e il settore privato.
Nel 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione ha frammentato il SSN in 20 sistemi regionali diversi. Lo Stato è diventato un semplice osservatore. Questa regionalizzazione ha penalizzato soprattutto il Sud: dal 2008 i commissariamenti e i tagli lineari hanno causato la chiusura di ospedali (come in Calabria, dove ne sono stati chiusi 18 su 42) e ridotto i posti letto, generando lunghe liste d’attesa e alimentando l’emigrazione sanitaria. Successivamente, la spending review del 2015-2016 ha bloccato le assunzioni, rendendo il sistema poco attrattivo e provocando la fuga del personale all’estero o nel privato.
Al termine di questa rivoluzione gestionale è subentrata la pandemia da Covid-19, un momento che ha cristallizzato l’impatto delle scelte errate del passato; l’emergenza ha poi imposto massicce assunzioni, ingrossando le file del personale. Questa crisi ha tuttavia offerto l’opportunità di ridisegnare il modello sanitario, dando vita al DM 77/2022 attraverso i fondi del PNRR. Si è cercato così di spostare il baricentro dell’assistenza dall’approccio ospedalocentrico a una sanità prevalentemente territoriale. Questo nuovo inizio appare però già nebuloso: il mancato bilanciamento tra personale e strutture, e tra le strutture stesse e il territorio, rischia di tradursi in nuove costruzioni dotate di eccellenti insegne, ma prive di reale contenuto.
Forse non è ancora del tutto chiaro che la risorsa più importante di un’azienda è il suo personale. Finché non capiremo che sono i professionisti a dare gambe e cuore all’assistenza, movimentando farmaci, vaccini e strumenti diagnostici, non potremo mai avere una sanità di qualità. È il momento di fare un mea culpa collettivo per il declino attuale: una responsabilità che va distribuita equamente tra tutti i governi degli ultimi anni, senza eccezione alcuna. Per questo motivo, oggi è doveroso pianificare il futuro ascoltando la voce del territorio e dei lavoratori. Le decisioni non possono essere calate dall’alto senza una reale condivisione con chi opera sul campo, nella sanità come in qualsiasi altro settore. Altrimenti, quel poco di sistema pubblico che ci resta è destinato a invecchiare e a spegnersi, lasciando spazio a modelli di assistenza radicalmente diversi.
Se non invertiamo la rotta oggi, superando gli egoismi individuali e politici, garantire l’assistenza diventerà presto impossibile. La sanità è un bene comune e il diritto costituzionale alla cura non può essere cancellato.
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