La firma dell’ipotesi di accordo per il rinnovo del CCNL del Comparto Sanità 2025-2027, avvenuta all’ARAN con il consenso delle principali sigle sindacali (da CGIL, CISL e UIL fino a Nursind, Nursing Up e FIALS), ha riacceso un dibetto profondo all’interno del mondo sanitario pubblico. Da un lato i sindacati esultano per aver chiuso la trattativa nel periodo di vigenza, garantendo aumenti medi e arretrati attesi per l’autunno; dall’altro, tra i corridoi degli ospedali e i reparti, serpeggia un malumore sordo.
Il motivo è presto detto: perché tanta fretta?
Una preintesa lampo che taglia fuori la base.
Il contratto collettivo che interessa quasi 600 mila dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale — tra infermieri, OSS, ostetriche, fisioterapisti, professionisti sanitari e personale amministrativo — è stato siglato in tempi record sotto forma di preintesa.
A differenza del precedente rinnovo, caratterizzato da mesi di assemblee infuocate, dibattiti aspri e una forte mobilitazione sia dentro che fuori le organizzazioni sindacali, questa volta la fumata bianca è arrivata quasi senza preavviso. Nessuna seria consultazione preventiva, nessun vero coinvolgimento assembleare della base. Le lavoratrici e i lavoratori si ritrovano oggi a subire un pacchetto preconfezionato, i cui dettagli su aumenti (stimati intorno a 240 euro lordi per gli infermieri e 209 euro per il resto del comparto) e ordinamento professionale sono calati dall’alto.
L’ombra della politica e le elezioni del 2027.
Questo repentino cambio di passo e la smania di chiudere i giochi alimentano inevitabilmente interrogativi e dietrologie. Il dubbio che serpeggia tra i professionisti della salute è tagliente: questa accelerazione improvvisa risponde agli interessi dei lavoratori o alle ambizioni personali di qualche leader sindacale?
Il pensiero corre inevitabilmente alle prossime elezioni politiche del 2027. Non è un mistero che, storicamente, i vertici delle grandi sigle sindacali guardino alla politica come a un naturale trampolino di lancio. Mettere il cappello su un contratto milionario, sbandierare la chiusura lampo della vertenza e intestarsi la paternità della pace sociale prima di una campagna elettorale nazionale rappresenta per molti un eccellente biglietto da visita per un futuro scranno in Parlamento.
Il rischio concreto è che la tutela dei diritti di chi ogni giorno indossa il camice o sbrigare le pratiche nei reparti in affanno sia stata sacrificata sull’altare di calcoli di convenienza politica e di posizionamento personale.
L’iter autunnale e il vaglio del Governo Meloni.
Ora la palla passa alle istituzioni. L’ipotesi di accordo dovrà superare il vaglio tecnico della Ragioneria Generale dello Stato prima di incassare il via libera definitivo del Governo guidato da Giorgia Meloni.
Solo in autunno, con l’ok definitivo, il contratto prenderà forma concreta nelle buste paga, comprensivo degli arretrati calcolati in vista della scadenza di ottobre. Ma la ferita aperta sul metodo resta. Un contratto calato dall’alto, che non nasce dal confronto autentico con la base e che ignora il polso reale dei reparti, rischia di allontanare ancora di più i lavoratori dai sindacati, trasformando una vittoria sbandierata sulla carta in una polveriera pronta a esplodere nei fatti.
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