Guido Bertolaso in una foto di archivio scattata a Palazzo Salerno, sede del comando militare di Napoli, durante l' emergenza rifiuti. ANSA ARCHIVIO/CESARE ABBATE/CRI
Si chiude con una sanzione amministrativa e una diffida formale il caso che ha scosso la sanità lombarda nelle ultime settimane. L’assessore al Welfare, Guido Bertolaso, ha annunciato i provvedimenti contro l’ospedale San Raffaele dopo la crisi di personale in Medicina Generale, chiarendo però i limiti del potere regionale sul settore privato.
La vicenda, che aveva portato al blocco temporaneo delle accettazioni e al caos nei reparti a causa dell’impiego di personale “non idoneo” fornito da cooperative esterne, trova una risoluzione che molti definiscono “morbida”.
Le sanzioni: una multa “simbolica”?
L’esito delle ispezioni condotte da ATS Milano e dai tecnici della Regione ha confermato le criticità organizzative denunciate dai sindacati e dai lavoratori. Tuttavia, la risposta sanzionatoria si è attestata su un binario amministrativo:
- Sanzione pecuniaria: Una multa che potrà arrivare fino a un massimo di 60.000 euro. Una cifra che, rapportata al volume d’affari di una struttura come il San Raffaele, appare a molti come un semplice “buffetto”.
- Diffida formale: La Regione ha notificato una diffida ufficiale all’ospedale, intimando il ripristino immediato degli standard assistenziali previsti dall’accreditamento, con particolare attenzione alla formazione e alla qualità del personale in servizio.
Bertolaso: «Non posso impedire l’uso dei gettonisti al privato».
L’assessore al Welfare, Guido Bertolaso, ha spiegato la posizione della Regione durante una conferenza stampa, rispondendo alle critiche di chi chiedeva provvedimenti più severi, come la sospensione dell’accreditamento.
“Per la legge attuale non ho il potere di impedire a un ente privato di ricorrere alle cooperative”, ha dichiarato Bertolaso.
L’assessore ha sottolineato che, mentre per la sanità pubblica la Lombardia sta portando avanti una battaglia per eliminare i “gettonisti” (preferendo soluzioni strutturali come il reclutamento di infermieri dall’Uzbekistan, di cui abbiamo parlato recentemente), nel settore privato vige un’autonomia gestionale su cui la Regione può intervenire solo ex post, ovvero verificando se il servizio erogato rispetti o meno i requisiti di sicurezza.
Il nodo della sicurezza delle cure.
Il caso San Raffaele ha riacceso il dibattito sulla qualità del lavoro somministrato. La crisi di inizio dicembre non era dovuta solo alla mancanza di “braccia”, ma alla mancanza di competenze specifiche: infermieri di cooperativa che, secondo le denunce, non erano in grado di gestire terapie basilari o procedure d’urgenza.
Se da un lato l’ospedale ha assicurato di aver già intrapreso azioni correttive e di aver potenziato i canali di reclutamento diretto, dall’altro resta l’amaro in bocca per i sindacati. Le sigle di categoria (Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl) continuano a monitorare la situazione, temendo che una multa di entità così ridotta non basti a scoraggiare il ricorso a soluzioni “low cost” che mettono a rischio la tenuta dei reparti e la sicurezza dei pazienti.
Verso una nuova regolamentazione?
La chiusura del caso San Raffaele sposta ora la discussione sul piano legislativo. La domanda che resta aperta è: se il privato riceve rimborsi pubblici per le prestazioni erogate, è accettabile che non abbia gli stessi vincoli del pubblico sul reclutamento del personale?
Mentre la Lombardia guarda all’estero per colmare i vuoti (progetto Inferm-East), il “caso chiuso” del San Raffaele dimostra che la strada per un controllo rigoroso sulla sanità convenzionata è ancora in salita.
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