Nei reparti e nei Pronto soccorso italiani cresce una crisi che non fa rumore. Infermieri sempre più stanchi, organici insufficienti, turni difficili da coprire e professionisti che scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale. Il rischio non è soltanto il burnout degli operatori: è la tenuta stessa dell’assistenza.
C’è un momento, durante un turno di notte, nel quale un infermiere si guarda intorno e si rende conto che il problema non è più riuscire a fare tutto.
Il problema è che non si può più fare tutto bene.
Un paziente da assistere, un altro da monitorare, una terapia da somministrare, una chiamata dal Pronto soccorso, un collega assente, un campanello che suona, una famiglia che chiede informazioni. E contemporaneamente la necessità di mantenere lucidità, attenzione e precisione, perché dietro ogni gesto professionale c’è una persona che si affida a chi la sta assistendo.
È questa la parte più difficile da raccontare della crisi infermieristica italiana: non sempre si vede.
Gli ospedali continuano a funzionare. I Pronto soccorso continuano ad accogliere pazienti. I reparti continuano a dimettere, ricoverare, somministrare terapie e assistere malati fragili. Ma troppo spesso lo fanno perché gli infermieri rimasti in servizio si caricano sulle spalle una quantità di lavoro che non dovrebbe essere considerata normale.
La carenza di personale non è più un’emergenza temporanea.
Da anni la professione denuncia una carenza strutturale di personale. Una stima riportata dal Corriere della Sera nel gennaio 2026 parla di almeno 60mila infermieri mancanti negli ospedali italiani, con una dotazione media molto inferiore a quella di diversi Paesi europei.
Ma il numero, da solo, rischia di non raccontare la realtà.
La vera domanda è: che cosa significa essere in servizio quando mancano colleghi?
Significa coprire turni scoperti. Significa modificare continuamente la programmazione. Significa fare straordinari, accettare cambi turno, rinunciare a ferie o riposi quando la situazione lo richiede. Significa arrivare al lavoro già sapendo che una giornata apparentemente normale potrebbe trasformarsi in una corsa continua.
La stessa FNOPI ha sottolineato negli anni come la carenza di organici abbia costretto gli infermieri a svolgere attività oltre i normali turni di lavoro e abbia contribuito a rendere il lavoro sempre più pesante dal punto di vista fisico e mentale.
Il burnout non arriva all’improvviso.
Il burnout non nasce necessariamente dopo un singolo turno impossibile.
Arriva lentamente.
Comincia con la stanchezza che non passa dopo il riposo. Con la sensazione di non riuscire più a recuperare. Con il nervosismo. Con la perdita di motivazione. Con la percezione di lavorare sempre in emergenza.
Poi arriva il distacco emotivo.
E questo, in una professione fondata sulla relazione con il paziente, è un campanello d’allarme enorme.
Lo Studio BENE, promosso nell’ambito della FNOPI, ha evidenziato una situazione particolarmente significativa: circa 6 infermieri su 10 risultavano in burnout secondo i parametri utilizzati dallo studio. Inoltre, la ricerca ha rilevato che il 40% degli infermieri ospedalieri, dopo un anno di lavoro, manifestava l’intenzione di lasciare l’ospedale qualora avesse avuto alternative.
Non è soltanto una questione di stipendio.
È una questione di qualità della vita professionale.
Quando il giovane infermiere entra in reparto e scopre la realtà.
C’è un altro elemento sul quale sarebbe necessario riflettere.
Ogni anno migliaia di giovani scelgono di iscriversi a Infermieristica. Ma una parte di loro abbandona il percorso formativo o, una volta entrata nel mondo del lavoro, prende rapidamente le distanze dalla professione ospedaliera.
Perché?
Perché tra ciò che si immagina durante la formazione e ciò che si incontra in alcuni reparti può esserci una distanza enorme.
Si entra pensando di voler curare, assistere, accompagnare il paziente.
Poi ci si trova a fare i conti con organici ridotti, responsabilità crescenti, turni notturni, carichi assistenziali elevati, aggressioni verbali, pressione delle famiglie, documentazione, procedure, richieste amministrative e una continua sensazione di essere in ritardo.
La FNOPI ha evidenziato proprio questo problema: le condizioni organizzative, la scarsa attrattività economica e le limitate prospettive di crescita possono contribuire alla perdita di interesse verso la professione e alla fuga dall’ospedale.
Il Pronto soccorso è spesso il punto di rottura.
Se c’è un luogo nel quale tutte le contraddizioni del sistema sanitario finiscono per incontrarsi, quello è il Pronto soccorso.
Qui arrivano pazienti urgenti e non urgenti. Anziani fragili. Persone sole. Malati cronici. Pazienti in attesa di ricovero. Casi complessi. Emergenze vere.
E quando i posti letto non bastano, quando il territorio non riesce a rispondere, quando i tempi si allungano, il Pronto soccorso diventa il punto di raccolta di problemi che appartengono all’intero sistema.
A reggere questa pressione sono anche gli infermieri.
Ma nessun professionista può essere considerato una risorsa infinita.
La professionalità non può diventare il sostituto permanente della programmazione.
Se un reparto funziona perché alcuni infermieri fanno continuamente più del dovuto, quel reparto non sta realmente funzionando bene. Sta semplicemente resistendo.
La fuga dal Servizio sanitario nazionale.
E poi c’è la fuga.
Una parte degli infermieri cerca condizioni migliori nel settore privato, nella libera professione, nelle cooperative, all’estero o in ambiti lavorativi differenti.
Altri semplicemente scelgono di ridurre il proprio coinvolgimento, quando possono permetterselo.
È un fenomeno che dovrebbe preoccupare molto più di quanto faccia.
Perché perdere un infermiere esperto non significa soltanto perdere una persona.
Significa perdere competenze, esperienza, capacità organizzativa, conoscenza dei percorsi assistenziali e capacità di formare i professionisti più giovani.
Il problema, quindi, non è soltanto quanti infermieri mancano.
Il problema è anche quanti infermieri il sistema sta spingendo ad andarsene.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di nuove assunzioni. Ed è certamente necessario assumere.
Ma bisogna anche chiedersi perché un professionista dovrebbe scegliere di rimanere.
Non basta assumere: bisogna rendere sostenibile la professione.
La soluzione non può essere una sola.
Servono nuove assunzioni, certo. Ma servono anche modelli organizzativi diversi, maggiore valorizzazione professionale, percorsi di carriera reali, formazione, riconoscimento delle competenze specialistiche e una revisione dell’organizzazione dei turni.
Serve soprattutto una cosa apparentemente semplice: tempo per assistere.
Tempo per parlare con il paziente.
Tempo per spiegare una terapia.
Tempo per osservare un cambiamento clinico.
Tempo per lavorare senza la sensazione permanente che una nuova emergenza sia già dietro la porta.
La FNOPI ha più volte sostenuto la necessità di superare modelli organizzativi tradizionali e di rafforzare l’assistenza territoriale, anche attraverso infermieri con competenze specialistiche.
Perché l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle cronicità renderanno sempre più importante l’assistenza fuori dall’ospedale.
La vera emergenza è quella che non fa notizia.
Un ospedale che chiude un reparto fa notizia.
Un Pronto soccorso che sospende un servizio fa notizia.
Un medico che si dimette fa notizia.
Un infermiere che ogni giorno esce dal reparto esausto, invece, quasi mai fa notizia.
Eppure è proprio dalla somma di migliaia di queste storie individuali che nasce una crisi collettiva.
Il rischio è arrivare a un punto nel quale il sistema continuerà formalmente a esistere, ma sarà sempre più difficile garantire quella qualità dell’assistenza che i cittadini danno per scontata.
La professione infermieristica non sta chiedendo privilegi.
Sta chiedendo di poter lavorare nelle condizioni necessarie per fare bene il proprio mestiere.
Perché dietro ogni turno massacrante c’è un professionista.
E dietro ogni professionista stanco c’è un paziente che rischia di ricevere meno attenzione, meno tempo e meno sicurezza.
Il collasso della professione infermieristica potrebbe non arrivare con un grande evento. Potrebbe arrivare lentamente, turno dopo turno, dimissione dopo dimissione, collega dopo collega.
Ed è proprio per questo che bisogna intervenire prima che diventi visibile a tutti.
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