I dati della Uil Fp Veneto fotografano una crisi strutturale: oggi servono 3.500 infermieri in più, mentre pensionamenti e dimissioni rischiano di aggravare ulteriormente il problema. Il sindacato: «Servono interventi straordinari per rendere la professione nuovamente attrattiva».
La crisi degli infermieri in Veneto rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza organizzativa. Gli organici sono già insufficienti, le assunzioni faticano a compensare pensionamenti e dimissioni e nei prossimi anni il ricambio generazionale potrebbe rendere la situazione ancora più difficile.
A lanciare l’allarme è la Uil Fp Veneto, che ha elaborato i dati ufficiali della Regione delineando uno scenario che riguarda direttamente anche la sanità veronese e l’Ulss 9 Scaligera.
Il quadro è quello di una professione sottoposta a una pressione crescente: carichi di lavoro elevati, turni pesanti, difficoltà nella conciliazione tra vita professionale e vita privata e una progressiva perdita di attrattività tra i giovani.
E il rischio è che il problema non venga risolto semplicemente aumentando le assunzioni, perché nei prossimi anni il numero dei professionisti che lasceranno il Servizio sanitario potrebbe crescere sensibilmente.
Oggi mancano già 3.500 infermieri.
Secondo l’analisi della Uil Fp, nel 2026 il fabbisogno teorico regionale è di 27.316 infermieri.
La carenza stimata arriva però a circa 3.500 professionisti.
Significa che oggi manca all’appello circa un infermiere ogni quattro, con una scopertura pari al 24,55% rispetto al fabbisogno.
Un dato che assume ancora maggiore rilevanza se rapportato alla capacità di reclutamento del sistema sanitario.
Nel 2024 le assunzioni sarebbero state circa 1.410, un numero che riesce appena a compensare le uscite. Entro la fine del 2026 sono infatti previsti circa 1.500 pensionamenti, ai quali si aggiungono 847 dimissioni anticipate.
In altre parole, il sistema rischia di trovarsi davanti a un problema che non può essere affrontato soltanto aumentando il numero delle nuove assunzioni: bisogna anche riuscire a trattenere chi già lavora nella sanità pubblica.
Pensionamenti e dimissioni: il doppio fronte della crisi.
È proprio il fenomeno delle dimissioni volontarie a rappresentare uno dei segnali più preoccupanti.
Dietro i numeri ci sono professionisti che scelgono di lasciare il posto di lavoro anche prima dell’età pensionabile.
Secondo il sindacato, tra le ragioni ci sarebbero ritmi di lavoro sempre più pesanti, turni notturni, carichi assistenziali elevati e difficoltà a conciliare la professione con la vita personale.
Una situazione che rischia di alimentare un circolo vizioso.
Meno infermieri significa maggiore pressione sui professionisti rimasti in servizio. Maggiore pressione può significare maggiore insoddisfazione e, in alcuni casi, la decisione di lasciare il sistema pubblico. E meno personale disponibile significa ulteriori difficoltà nel garantire turni e assistenza.
Il 2035 potrebbe essere l’anno della svolta negativa.
Se il quadro attuale è già preoccupante, le proiezioni sul prossimo decennio sono ancora più allarmanti.
Secondo le stime riportate dalla Uil Fp Veneto, entro il 2035 il fabbisogno regionale potrebbe salire a 36.416 infermieri.
L’incremento sarebbe legato non soltanto alle esigenze degli ospedali, ma anche alla trasformazione dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr, con lo sviluppo delle Case della Comunità e dei nuovi servizi territoriali.
Il problema è che, mantenendo gli attuali livelli di reclutamento, le nuove assunzioni potrebbero non essere sufficienti.
La carenza potrebbe arrivare a circa 20.500 infermieri.
Tradotto in percentuale, la scopertura potrebbe oscillare tra il 47,58% e il 52%.
Lo scenario più preoccupante è quindi quello in cui, nel 2035, potrebbe mancare quasi un infermiere su due rispetto al fabbisogno complessivo.
Il picco dei pensionamenti tra il 2031 e il 2035.
A rendere ancora più delicata la situazione è la composizione anagrafica dell’attuale forza lavoro.
La fase più critica, secondo le proiezioni, dovrebbe concentrarsi tra il 2031 e il 2035, quando le uscite potrebbero superare complessivamente le 5.000 unità in cinque anni.
Il picco è previsto proprio nel 2035.
Successivamente il numero delle uscite dovrebbe stabilizzarsi intorno alle 4.900 unità tra il 2036 e il 2038.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto il numero degli infermieri che oggi mancano, ma soprattutto la capacità del sistema di preparare per tempo il ricambio generazionale.
Perché sempre meno giovani scelgono Infermieristica?
La crisi degli organici si intreccia inevitabilmente con quella delle iscrizioni ai corsi di laurea.
La domanda è semplice: perché un giovane dovrebbe scegliere oggi di diventare infermiere?
La Uil Fp Veneto evidenzia anche un problema economico.
Secondo il confronto effettuato dal sindacato, il percorso per diventare medico di medicina generale può beneficiare di un sistema di borse e contributi pubblici decisamente più consistente.
Per il percorso di Infermieristica, invece, i costi universitari supererebbero i 9.500 euro, mentre i contributi regionali indicati per il triennio ammonterebbero a circa 3.000 euro, cioè 1.000 euro all’anno.
Una differenza che, secondo il sindacato, contribuisce a rendere meno attrattivo il percorso universitario infermieristico.
«Le Case della Comunità non devono diventare scatole vuote».
La questione assume un’importanza ancora maggiore alla luce della riorganizzazione dell’assistenza territoriale.
Le Case della Comunità avranno bisogno di personale sanitario per funzionare. Ma il rischio, avverte la Uil Fp Veneto, è che il nuovo modello finisca semplicemente per spostare il problema.
«Le nuove Case della Comunità non possono essere solo scatole vuote», sottolineano Stefano Gottardi, segretario generale Uil Fp Veneto, e Luca Molinari, segretario regionale.
Il timore è che, se gli infermieri necessari per i nuovi servizi territoriali verranno semplicemente trasferiti dagli ospedali, la carenza non verrà eliminata, ma spostata da un settore all’altro.
È una delle grandi sfide della riforma dell’assistenza territoriale: creare nuovi servizi senza impoverire quelli ospedalieri.
Nursing Up: «Dietro le statistiche ci sono professionisti allo stremo».
Sulla stessa linea anche Lorella Vidori, coordinatrice provinciale di Nursing Up Veneto.
Secondo la sindacalista, dietro le percentuali ci sono professionisti costretti a lavorare in condizioni di forte pressione.
Organici ridotti, carichi di lavoro sproporzionati e, in alcuni casi, la necessità di svolgere attività che esulano dalle proprie competenze contribuirebbero a peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro.
Il risultato è una professione sempre meno compatibile con una vita personale equilibrata.
Ed è proprio questo uno dei nodi che, secondo Nursing Up, deve essere affrontato per convincere i giovani a scegliere Infermieristica e, soprattutto, per evitare che chi è già in servizio decida di andarsene.
«Serve un Piano straordinario per gli infermieri».
Per la Uil Fp Veneto non basta dunque intervenire soltanto sul numero delle assunzioni.
Il sindacato chiede un Piano straordinario regionale per l’infermieristica, capace di intervenire contemporaneamente sulla formazione, sull’accesso all’università e sulle condizioni di lavoro.
Tra le proposte figurano contributi per alloggi e trasporti degli studenti, riduzione delle tasse universitarie e maggiori incentivi economici.
Ma la vera partita si gioca anche dopo la laurea.
Per rendere attrattiva la professione servono retribuzioni adeguate, riconoscimento delle competenze, percorsi di carriera, formazione continua, organici dimensionati sul reale fabbisogno e condizioni di lavoro sostenibili.
La crisi non si risolve soltanto assumendo.
Il caso Veneto dimostra quanto sia diventato complesso il problema della carenza infermieristica.
Non basta pubblicare concorsi se poi il numero dei candidati non è sufficiente. Non basta aumentare i posti nei corsi universitari se la professione continua a perdere attrattività. E non basta assumere nuovi professionisti se contemporaneamente migliaia di infermieri scelgono di pensionarsi o di lasciare il Servizio sanitario.
Il rischio è quello di entrare in una spirale difficile da interrompere.
Meno infermieri significa più carichi di lavoro. Più carichi di lavoro significano meno attrattività. Meno attrattività significa meno giovani che scelgono la professione e più professionisti che valutano di lasciare il sistema.
Il Veneto potrebbe quindi rappresentare un’anticipazione di quello che potrebbe accadere anche in altre regioni italiane.
E mentre la sanità costruisce nuovi modelli organizzativi, dalle Case della Comunità all’assistenza territoriale, rimane una domanda fondamentale: chi si prenderà cura dei pazienti se non ci saranno abbastanza infermieri per garantire quei servizi?
La risposta non può essere affidata alle sole emergenze. Perché i numeri del Veneto indicano che il tempo per intervenire, prima che la carenza diventi strutturale e difficilmente reversibile, potrebbe essere molto meno di quanto sembri.
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