La riflessione di Davide, infermiere del Servizio 118, sul clima che si respira nella sanità italiana: prima ancora di chiedere riforme e cambiamenti, forse dobbiamo imparare a riconoscerci come alleati e non come avversari.
Ci sono parole che, proprio perché semplici, riescono a raccontare meglio di tanti discorsi complessi ciò che accade ogni giorno nella sanità italiana. È questo il senso della riflessione inviata alla nostra redazione da Davide, infermiere del Servizio 118, che pone una questione fondamentale: prima di cambiare il sistema, dobbiamo forse cambiare anche il nostro modo di pensare.
«Prima di cambiare qualcosa, dobbiamo cambiare tutti noi modo di pensare. Quando inizieremo a capire di evitare guerre tra poveri, forse le cose potranno cambiare. Fino ad allora so solo chiacchiere».
Poche righe, ma sufficienti per aprire una riflessione profonda. Perché il problema della sanità non è soltanto fatto di carenze di personale, stipendi insufficienti, turni pesanti e strutture spesso in difficoltà. C’è anche un problema di divisione interna, di categorie che troppo spesso finiscono per combattersi tra loro invece di rivolgere l’attenzione verso le vere criticità del sistema.
La guerra tra poveri che indebolisce tutti.
Infermieri contro medici, professionisti sanitari contro altre figure professionali, ospedalieri contro territoriali, dipendenti contro precari, giovani contro lavoratori più anziani. E poi ancora le contrapposizioni tra chi lavora in corsia, chi nei servizi di emergenza, chi nelle strutture territoriali.
Una frammentazione continua che rischia di diventare il più grande alleato dell’immobilismo.
Quando le categorie litigano tra loro per una manciata di competenze, per il riconoscimento di un ruolo o per stabilire chi soffre di più, chi lavora di più e chi merita maggiormente, il risultato è quasi sempre lo stesso: nessuno riesce davvero a ottenere ciò di cui ha bisogno.
E mentre i lavoratori discutono, la macchina continua ad andare avanti con organici insufficienti, servizi sotto pressione e professionisti costretti a compensare con sacrifici personali le carenze organizzative.
La cosiddetta “guerra tra poveri” nasce spesso proprio da qui: dalla scarsità delle risorse e dalla sensazione che, per ottenere qualcosa, sia necessario toglierla a qualcun altro. Ma la sanità non dovrebbe funzionare in questo modo. I diritti di una professione non dovrebbero essere percepiti come una minaccia per un’altra categoria.
Nel 118 questa realtà è ancora più evidente.
Chi lavora nel sistema dell’emergenza-urgenza conosce bene il significato della parola squadra. Durante un intervento non esistono protagonismi utili. Esistono competenze diverse, responsabilità differenti e un unico obiettivo: assistere e salvare il paziente.
Un equipaggio del 118 funziona soltanto se le persone riescono a fidarsi l’una dell’altra, comunicare e collaborare. Nessuno può affrontare da solo un’emergenza complessa. Eppure, una volta fuori dall’ambulanza, spesso quella stessa capacità di fare squadra sembra perdersi nel dibattito più ampio sulla sanità.
Andrea, con la sua esperienza professionale, richiama proprio alla necessità di superare questa contraddizione. Non possiamo chiedere unità nei momenti di emergenza e continuare a costruire divisioni nel dibattito quotidiano sul futuro delle professioni.
Servono meno slogan e più coscienza collettiva.
Da anni si parla di riforme, valorizzazione professionale, nuove assunzioni, stipendi più adeguati e migliori condizioni di lavoro. Si organizzano convegni, tavoli tecnici, manifestazioni e campagne sui social network. Si scrivono comunicati e si promettono cambiamenti.
Ma quanto di tutto questo riesce realmente a trasformarsi in risultati concreti?
La provocazione di Andrea è dura, ma probabilmente necessaria: se manca una vera coscienza collettiva, il rischio è che tutto resti soltanto un grande contenitore di parole.
«Fino ad allora so solo chiacchiere», dice l’infermiere del 118. Una frase che non va letta come rassegnazione, ma come una richiesta di coerenza.
Perché non basta denunciare i problemi. Occorre essere disposti a costruire alleanze. Non basta chiedere rispetto per la propria professione, se poi si manca di rispetto a quella degli altri. Non basta parlare di unità quando conviene e alimentare divisioni quando serve a conquistare consenso.
Il cambiamento deve partire anche dal basso.
Naturalmente, le responsabilità della crisi sanitaria non possono essere scaricate sui lavoratori. Le decisioni politiche, la programmazione, i finanziamenti e l’organizzazione dei servizi hanno un peso enorme e devono essere affrontati dalle istituzioni.
Ma c’è anche una parte del cambiamento che può partire dal basso.
Può partire dal modo in cui i professionisti si parlano. Dal rispetto reciproco. Dalla capacità di comprendere che dietro ogni divisa c’è una persona che, in forme diverse, affronta difficoltà, responsabilità e sacrifici.
L’infermiere, l’OSS, il medico, il tecnico sanitario e tutti gli altri professionisti non devono necessariamente avere gli stessi problemi per poter lottare insieme. Avere esigenze differenti non significa essere nemici.
Anzi, la vera forza potrebbe nascere proprio dalla capacità di riconoscere le differenze e trasformarle in una piattaforma comune di rivendicazioni: più sicurezza, più personale, salari dignitosi, formazione, rispetto professionale e servizi sanitari capaci di rispondere davvero ai bisogni dei cittadini.
Prima di tutto, imparare a stare dalla stessa parte.
Il messaggio di Andrea è semplice e potente: il cambiamento non può arrivare se continuiamo a dividerci.
La sanità italiana ha bisogno di riforme, investimenti e scelte coraggiose. Ma ha bisogno anche di lavoratori e professionisti capaci di comprendere che l’unione non significa cancellare la propria identità professionale. Significa, al contrario, difendere la propria dignità senza calpestare quella degli altri.
Forse è proprio da qui che bisogna ricominciare.
Prima di chiederci chi merita di più, dovremmo chiederci perché tanti lavoratori della sanità sono costretti a sentirsi sempre meno valorizzati. Prima di discutere su chi abbia maggiori responsabilità, dovremmo ricordarci che il peso di un sistema in difficoltà ricade ogni giorno su migliaia di persone.
E prima di riempire le piazze, le assemblee e i social network di parole, dovremmo imparare a costruire qualcosa insieme.
Perché, come ricorda Andrea dal suo punto di osservazione nel mondo del 118, quando smetteremo di fare guerre tra poveri e inizieremo davvero a ragionare come una comunità, forse allora qualcosa potrà cambiare davvero.
Fino a quel momento, il rischio è che alle promesse continuino a seguire soltanto altre promesse. E alle parole, ancora troppe parole.
Andrea, infermiere del 118, ci invita dunque a una riflessione che riguarda tutti: il cambiamento che chiediamo alle istituzioni deve essere accompagnato anche da un cambiamento nel nostro modo di guardarci e di riconoscerci. Perché nessuna battaglia può essere vinta davvero se, prima ancora di iniziarla, abbiamo deciso di combattere tra di noi.
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