Il demansionamento e il decerebramento. Dura presa di posizione dell'infermiera e scrittrice Laura Binello.

Infermieri tra demansionamento e decerebramento

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A proposito della vicenda dell’infermiere che avrebbe lasciato un paziente in balia del suo vomito e delle successive polemiche social scaturite da un post di un’infermiera che raccontava un suo vissuto professionale simile a quello vissuto dal collega sanzionato riportiamo, per correttezza comunicativa, la risposta che Laura Binello (alias Panda rei) ha rilasciato alla nostra testata giornalistica pregandoci di utilizzare esattamente il titolo da lei stessa proposto e che rispecchia esattamente il senso della sua replica.

 

Il demansionamento e il decerebramento

Carissimi colleghi infermieri,

ci sono volute 24 ore per digerire il quantitativo industriale di insulti ricevuti in rete per aver scritto un post che raccontava un mio vissuto professionale simile a quello vissuto dall’infermiere accusato di aver trascurato l’assistenza ad un paziente a lui affidato abbandonandolo nel suo vomito.

Non entro nel merito della vicenda del collega che verrà sicuramente analizzata da chi di dovere nelle sedi opportune anche se ho, naturalmente, una mia opinione in merito. Il mio vissuto e il mio racconto era simile ma non identico a quello del collega sanzionato e infatti illustrava una vicenda personale, vissuta nella mia realtà operativa, in un setting di cura certamente differente e con attori diversi.

Ogni setting di cura è differente, ogni organizzazione è differente, ogni paziente è differente. Siamo noi che non dovremmo essere tanto differenti e invece lo siamo.

Il demansionamento è una piaga che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle professionale ma ci stiamo incancrenendo su tutta una serie di mansioni, che neppure dovremmo più nominare, che riguardano la sfera alberghiera mentre ci dimentichiamo completamente di altre forme di demansionamento, o ipermansionamento, che riguardano altre aree assistenziali e che vedono infermieri intellettuali alle prese con gestioni amministrative che dovrebbero essere svolte da altro personale dedicato, infermieri seduti su scomode poltrone a digitare dati perché mancano segretari, infermieri utilizzati per procedure diagnostiche domiciliari perché mancano medici domiciliari, tecnici di radiologia, infermieri che compilano scale di valutazione ad uso e consumo dei centri di costo aziendale, infermieri delle cure domiciliari che si occupano della check list dell’autovettura a loro assegnata o fanno rifornimento carburante per autovetture usate dai medici della Continuità Assistenziale, continuo?

Poi nelle corsie tanto amate e che ho frequentato e frequento, così come negli ambulatori e nei day hospital ci sono colleghi che senza tanto clamore quotidianamente riordinano e sanificano la loro strumentazione, i loro carrelli, i loro armadi. Eppure siamo fossilizzati su questa unità letto che è sempre più vuota del suo contenuto originale: il paziente.

E presi dalle nostre battaglie quotidiane atte a prevenire il demansionamento ci siamo dimenticati che prima di ogni nostra ragionevole lotta dobbiamo mettere in sicurezza il paziente e la sicurezza oggi è anche comfort, benessere, risposta ai bisogni certi e magari anche a quelli meno certi e non dichiarati.

Ma io sono vecchia e rincoglionita, servile, colf, badante, ignorante, vergogna della professione, Candy Candy, leccaculo e venduta. Non continuo.

Il confronto via social tra professionisti della cura è oggi anche questo, parole vergognose che della dignità se ne fanno un baffo, sia che l’offeso sia un paziente sporco di vomito quanto un infermiere che racconta il suo punto di vista.

Dal demansionamento al decerebramento è un attimo. Scrivere di proprio pugno parole ed insulti che nulla hanno di costruttivo costruiscono solo il curriculum di chi le ha scritte, indelebilmente, come un master sull’ignoranza che regna sovrana anche nella nostra bellissima professione. Io ho paura. Perché oggi sono un’infermiera insultata ma in grado di rispondere, domani sarò una vecchia piena di vomito incapace di chiedere aiuto. E neppure la stampa mi salverà, non certa stampa.

Meglio allora chiudere gli occhi. Ma oggi vado avanti per la mia strada che è una strada sterrata e in salita, piena di buche ed insidie, con una meta da raggiungere che non è la mia se porta distante dall’unica certezza professionale che ancora oggi muove il mio sapere: il paziente prima di tutto.

Laura Binello, Infermiera e Scrittrice

Redazione
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