Un racconto di Daniela Pasqua.

Infermiera arriva al terzo piano, trafelata e sudata...

A Pasqua arriva il racconto di Daniela Pasqua (scusateci per il gioco di parole), che ci fa riflettere su come i Pazienti vedono, interpretano e giudicano Infermieri e Professionisti della Salute nel mentre del loro agire quotidiano. Una storia assolutamente da leggere.
Arriva al terzo piano trafelata e sudata...
 
Arriva al terzo piano trafelata e sudata.
Si accomoda; in quell’angolo di ospedale solo tre sedie di plastica color caffelatte. 
E’ trascorso del tempo dall’ultima visita... 
Le passa accanto una donna chiusa come un insaccato in un camice bianco aderente; dal fianco sporgono due maniglioni antipanico. 
“E’ sicura di trovarsi al posto giusto?” 
Ha un tono allegro.
Francesca stringe in una mano alcuni fogli.
Non ha la forza di irritarsi, vorrebbe risponderle qualcosa tipo: dovrebbe dirmelo lei, no? E invece la guarda laconica e sbotta un “penso di sì.”
Dietro la porta si avverte un vociare, dieci minuti ed ecco uscire due pantaloni a righe verticali che non le risultano nuovi; la ragazza che li indossa era nella sua stessa fila al CUP. 
Francesca non alza la testa, non le guarda il viso: lo fa di proposito, come a volerle preservare un po’ di privacy, quella che l’organizzazione ospedaliera non garantisce a nessuno. 
Quando la chiamano riconosce immediatamente la stanza: un tavolo di forma rettangolare, attaccato per il lato corto alla parete, bianco, di compensato; dietro, l’enorme lettino coperto da un velo di carta, l’ecografo, un paravento e un bidone per l’immondizia. 
Prima ancora che riesca ad appoggiare il culo, a togliersi il cappotto, a disfarsi della borsa, loro le stanno già facendo domande. Non le chiedono come si chiami, lo sanno già, Francesca li ha sentiti masticare il suo nome mentre stava al di là della soglia, l’altra paziente appena congedata, lei non ancora invitata ad entrare. 
“quanti anni ha?”
“trenta.”
“ha mai subito interventi chirurgici?”
“no.”
“ha mai effettuato risonanze magnetiche …?”
“ sì …”
Francesca apre la cartelletta che ha portato con sé e porge alcuni referti. 
L’uomo gira con aria annoiata le carte,  “quindi lei ha assunto la terapia che le avevamo prescritto per … ? Quanto tempo?”
“sei mesi.”
“Ah” lui appare perplesso.
 Avrà all’incirca cinquant’anni, la barba sale e pepe, il fisico asciutto. 
 “E come mai non è tornata al termine dei sei mesi, come le avevamo detto di fare?”
“Veramente ci ho provato … avevo prenotato per un giorno di luglio, ma poi quel giorno non potevo, così ho telefonato, e …”
“Va bene, va bene, cominciamo” taglia corto lui.
La donna le ordina di spogliarsi, Francesca tira giù la zip.
Abbassa e sfila dai piedi i jeans neri.
Si toglie le mutande.
Si posiziona.
 “Un po’ più avanti col sedere, dai. 
Ecco, adesso apra bene le gambe.”
Lei lo fa. 
“Dai, un po’ di più.”
Francesca si accorge improvvisamente che l’unico paravento presente nella stanza in realtà non le serve a un cazzo, infatti è posto tra il lettino e la porta d’ingresso, non tra il lettino e il tavolo. 
E mentre la donna si trova ora accanto a lei, l’uomo è rimasto alla scrivania. 
Seduto a un metro di distanza, le braccia conserte.
Gli occhi sul suo pudore.
La luce è gialla, intensa; tutto è offerto al suo sguardo. 
Uno sguardo di medico, certo. 
Di specialista.
Uno sguardo tecnico. 
Chiude le palpebre, ma non riesce a immaginare di essere altrove, è profondamente presente, consapevole.
La donna osserva lo schermo dell’ecografo; quando infila la sonda, il fastidio fisico è quasi di conforto. 
Si tratta solo di una visita medica. 
Una visita medica laggiù dove il suo corpo diventa laguna, dove il dolore, una volta al mese, si ferma tra i canali, non trovando via d’uscita, incrinandosi contro le labbra come fossero grandi paratoie di corsi d’acqua salata, costringendola piegata, ansimante.
Il suo corpo incapace di regolare flussi e deflussi. 
Inerme com’è inerme ora. 
Lei prova a sbirciare ma dalla sua posizione non riesce a scorgere le immagini; la dottoressa ogni tanto borbotta qualcosa, ma pare rivolta ad altri, non a lei. La sua voce è indifferente, come se stesse parlando di cucina. 
Come se stesse spiegando come si rosola l’arrosto, pensa Francesca.
Dopo aver estratto la sonda, la dottoressa si allontana. 
Francesca si solleva un poco con la schiena, ma l'uomo si alza; ecco, prende un paio di guanti, li calza velocemente.
Fa tutto in silenzio. 
Meglio così. 
Dopo, Francesca si riveste in fretta.
Mentre parla, lei osserva il taglio affilato delle sue labbra. 
“La sua è una forma grave” esordisce lui.
Sì, questo lei lo sapeva già. 
 “La terapia farmacologica che ha seguito finora non sembra aver sortito alcun effetto” prosegue.
Anche questo lo sospettava.
“Dobbiamo rimuovere tutto.”
Improvvisamente ogni cosa comincia a diventare più ovattata. Un intero sciame di api entra nella stanza, o così le pare; un ronzio insopportabile le invade le orecchie.
 
Fuori dall’ospedale il cielo vestito di un rosa intenso si sta preparando a tramontare; i grattacieli, i cavalcavia, i grandi magazzini con le loro sagome disegnano contorni netti, quasi violenti. 
I campi arati nella campagna sono ricoperti di una sottile, tenera erba verde. A Francesca sembra velluto: le righe dei campi assomigliano alle costine dei pantaloni, morbide, ordinate, e l’intero paesaggio è come un guardaroba abbandonato sulla sfera liscia del mondo. 
Togliendo i campi, togliendo gli alberi - che sporgono come i fili di lana dei vecchi maglioni - togliendo i casolari color bottone che, proprio come bottoni, congiungono un campo a un altro, ecco, sotto si deve trovare la superficie vera delle cose …
Alza il volume dell’autoradio, 
there's a new planet in the solar system, stanno cantando i REM, c’è un nuovo pianeta nel sistema solare, 
e ancora: over my shoulder a piano falls crashing to the ground, alle mie spalle cade un pianoforte rompendosi al suolo …
Francesca vede ora l’intera campagna riempirsi di pianoforti che, riversandosi dal cielo, frantumano a terra in un gran disgregarsi di pezzi di legno e di tasti che saltano via e vanno a spargersi ovunque come denti di enormi animali preistorici. I pianoforti sono tutti uguali, tutti neri, della stessa grandezza, e cadono come pioggia, uno dietro l’altro.
Come vorrebbe cadere lei. 
Ma è solo un istante …
La terra umida e scura ricopre il globo per ciò che esso è, e non basterà sollevare tutto quanto come un tappeto per scoprire cosa c’è sotto. 
Francesca guida verso casa ma senza voler tornare a casa.
Lei vorrebbe arrivare al centro delle cose, alle cose stesse. Zu den Sachen selbst, come direbbe qualcuno.
Al diavolo la filosofia.
Vogliono toglierle l’utero. 
Forse, quando glielo asporteranno, lei potrà guardarci dentro e scoprire se almeno in quell’antro buio si nasconde la verità; scoprire se stessa. 
O forse no, l’organo va lasciato lì dove la natura l’ha messo, dentro il corpo, proprio in mezzo al corpo, pronto a nutrire una vita o, come nel suo caso, a far soffrire chi lo ospita. 
Ma il suo utero può restare così, pieno di problemi in mezzo alla sua pancia? 
Se qualcuno fosse entrato dentro l’utero vi avrebbe trovato una caverna in cui le parole rimbombano contro le pareti, una caverna stanca di essere calda per nulla, accogliente senza nulla accogliere. 
Un contenitore all’interno di un altro contenitore, il suo corpo.
Il suo corpo che è un paesaggio pieno di dolore. 
 
Ogni elemento è frutto di fantasia e non c'è alcun riferimento a fatti o persone reali.
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Dott.ssa Daniela Pasqua
Author: Dott.ssa Daniela PasquaEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Daniela Pasqua è una giovane infermiera con la passione per la lettura, la scrittura e la ricerca.
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